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Un risultato oltre gli schieramenti

· Nei quattro referendum in Italia ·

Con quattro «sì» ad altrettanti quesiti referendari, gli italiani hanno deciso l’abrogazione delle leggi riguardanti, in sintesi, la privatizzazione dell’acqua, la costruzione di centrali nucleari nel Paese e il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri a comparire in udienze penali. Dopo sedici anni di referendum falliti, il quorum necessario per la validità della consultazione è stato raggiunto: considerando anche la partecipazione al voto degli italiani all’estero, la percentuale è stata del 54,8 per cento, con la soglia del cinquanta più uno superata in tutte le regioni. Il «sì» ai quattro quesiti ha invece prevalso con una maggioranza schiacciante di voti: nel dettaglio, il 95,3 per cento per quanto riguarda la privatizzazione dell’acqua, il 95,8 per cento a proposito dei profitti sull’acqua, il 94,1 per cento sul nucleare e il 94,6 nel quesito sul legittimo impedimento.

Una lettura troppo politicizzata del risultato referendario potrebbe indurre in errore. La componente di protesta ovviamente esiste, come sempre quando a essere oggetto di abrogazione sono leggi volute dal Governo. Tuttavia, che non si sia trattato soltanto di un giudizio sull’operato dell’Esecutivo e di chi lo guida è confermato, oltre che da alcune letture del voto fatte pure da una parte del centrosinistra, anche da una campagna elettorale nella quale gli stessi partiti dell’opposizione hanno tenuto un profilo piuttosto basso, lasciando che a mobilitarsi fossero le reti, le organizzazioni civiche, i movimenti, le associazioni, nel tentativo, finalmente riuscito, di portare alle urne il numero più ampio possibile di cittadini.

In attesa di analisi più approfondite sui flussi elettorali, una semplice valutazione algebrica rende evidente come a quanti tradizionalmente votano per il centrosinistra, si siano aggiunte, in questa consultazione, fasce più ampie della popolazione, sulle quali sembrano aver fatto leva, nell’ordine: la diffidenza verso una riforma della distribuzione dell’acqua non adeguatamente illustrata e che ha fatto subito materializzare i fantasmi di altre privatizzazioni dagli effetti, almeno nella percezione comune, non particolarmente benefici per i bilanci familiari; i timori alimentati dal recente disastro di Fukushima; il tema della giustizia abbandonato dal Governo alla sua sorte e subordinato agli umori connessi alle altre questioni oggetto del referendum.

Questo insieme, sicuramente composito, di elettori — fra i quali anche molti cattolici che valutano sulla base della dottrina sociale della Chiesa — appare da solo in grado di spostare gli equilibri politici. Il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, solitamente molto severo nei confronti del capo del Governo, commentando i risultati del referendum ha esortato a non strumentalizzare il voto, osservato come nel 56 per cento di cittadini che in Italia è andato a votare sono compresi anche elettori con riferimenti politici, ideologici e culturali diversi da quelli del centrosinistra. Un’analisi che, questa volta, sembra possa essere condivisa anche da parte del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il quale, nella nota diffusa lunedì pomeriggio a commento dei risultati referendari, ha ammesso che la volontà dei cittadini è «netta» e che di questa il Governo deve tenere conto.

Si tratta di risultati che in effetti non possono essere ignorati da alcuna parte dello schieramento politico. Nel centrodestra si è aperto da tempo il dibattito su come recuperare lo slancio dell’azione di governo e su quali equilibri saranno necessari per mantenere salda un’alleanza che ha perso lungo la strada alcuni dei suoi elementi originari. Nel Popolo delle libertà qualcuno ora chiede che verso almeno una parte degli antichi alleati si torni a tendere la mano. Nel centrosinistra, nelle analisi che hanno fatto seguito ai successi delle due ultime consultazioni, sembra prevalere la convinzione che le vittorie siano dovute a un ritrovato rapporto con la componente più radicale. Per il momento si lascia sullo sfondo la questione, non risolta, di quale direzione il Partito democratico vorrà prendere nel futuro: se vorrà porsi cioè come garante e alleato dei movimenti che nascono dalla società civile sulle ceneri dei partiti di estrema sinistra, oppure rivolgersi al centro moderato. O, infine, se vorrà proporre la riedizione di un’alleanza più ampia, che dal centro si estenda alle forze più radicali. Nodi il cui scioglimento non sarà rinviabile nel momento in cui si passi dalla fase della protesta alla proposta di governo.

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21 agosto 2019

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