Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Un remake camuffato

· ​Privo dell'effetto sorpresa il film "Blair witch" di Adam Wingard ·

È uscito nei giorni scorsi nelle sale italiane un tardivo sequel di The Blair witch project (1999), intitolato semplicemente Blair witch e diretto da Adam Wingard. Si tratta, sostanzialmente, di un remake camuffato, dato che il soggetto nonché lo sviluppo narrativo sono ricalcati quasi fedelmente sull’originale. Ma per certi versi è anche un reboot, in quanto non prende in considerazione i fatti raccontati in un precedente, immediato sequel, Book of shadows: Blair witch 2 (2000), e dunque vi si sostituisce. Se il nuovo film non funziona, comunque, è anche perché privo di quell’effetto sorpresa che all’epoca aveva avuto la sua importanza. 

Una scena del film

Il film di partenza, realizzato da Daniel Myrick e Eduardo Sanchez con un budget irrisorio, era stato preceduto da un geniale battage pubblicitario che in un certo senso finiva per rientrare nella storia raccontata, consistendo in notizie, ovviamente false, su un video ritrovato in un bosco nello stato del Maryland. Questo riportava l’ultima testimonianza di tre ragazzi partiti per documentare le origini di un’antica leggenda su una strega annidata in quei luoghi. Al momento dell’uscita del film nelle sale, qualcuno ancora credeva che il video fosse autentico.
Nonostante il successo clamoroso riscosso dall’intera operazione, nonché un premio vinto al festival di Cannes, il film venne poco apprezzato dalla critica e da buona parte del pubblico. E oggi, a quasi un ventennio di distanza, non sembra candidato a ricevere grandi rivalutazioni. Sicuramente quella campagna promozionale così efficace in tal senso gli si è rivoltata contro, schiacciandolo sotto il peso delle aspettative suscitate. Tuttavia è strano che non venga quasi mai menzionato fra le pietre miliari di un genere un film che ha influenzato tante opere successive. Sono decine infatti gli horror che negli ultimi anni si sono ispirati in maniera evidente al lavoro dei due registi oggi dimenticati, dando vita al sottogenere del mockumentary, ovvero del finto documentario. O più precisamente, in questi casi, del falso found footage, cioè materiale girato da qualcuno e in un secondo tempo ritrovato e riassemblato da altri. Alcuni di questi numerosi epigoni, per giunta, sono fra le poche cose interessanti che il genere horror ha saputo esprimere negli ultimi decenni. Film come Rec (2007), Paranormal activity (2007), Cloverfield (2008) sono prodotti più che discreti che in certi casi hanno dato a loro volta vita a una serie di remake, sequel o varianti più o meno dichiarate. Ci sono di mezzo alieni, zombie o altre entità, tutti soggetti diversi, insomma. Ciò che conta è ricreare l’impressione vivida del filmino domestico o del reportage giornalistico.
Ma un’ulteriore consacrazione del sottogenere viene dal fatto che persino registi ormai affermati vi si sono cimentati, rinunciando fra l’altro al loro stile peculiare per aderire all’estetica documentaria: M. Night Shyamalan con il recente The visit (2015); addirittura George Romero, a sua volta un autore rivoluzionario, che ha sperimentato la formula con The diary of the dead (2007). E persino un regista che si è sempre occupato d’altro come Barry Levinson — premio Oscar per Rain man — si è inserito nel filone con The bay (2012).
C’è da dire, peraltro, che la carica innovativa di The Blair witch project è in parte da ridimensionare. È stato più volte notato, infatti, che l’idea alla base del soggetto è la stessa da cui prende le mosse Cannibal holocaust (Ruggero Deodato, 1980), il più famoso fra i film del sottogenere sui cannibali che andava di moda in Italia fra gli anni Settanta e gli Ottanta. Se è per questo, nessuno sembra essersi mai accorto che il film di Deodato, a sua volta, è stato ispirato probabilmente da un’opera precedente e solo apparentemente ingenua. In Caltiki il mostro immortale (Riccardo Freda, 1959), infatti, si assiste al ritrovamento di materiale filmato durante una spedizione finita male. E, benché per pochi secondi, si intravede anche la tecnica della cinepresa a spalla che contraddistinguerà il sottogenere.
In ogni caso, è stato il film americano a dare origine a una progenie di epigoni. Il motivo più evidente è il suo immediato ed enorme successo. Ma alla base della notevole influenza che ha esercitato, e che esercita ancora oggi, c’è soprattutto un merito forse in parte involontario. Quello cioè di aver accompagnato la nascita dell’estetica dei reality show e soprattutto dei siti web di video sharing, come Youtube. I protagonisti della storia, ambientata nel 1994, sono però gli ultimi esponenti di un’era tecnologica dalla fine imminente, privi di cellulare e per questo suscettibili non solo di perdersi in senso letterale e pratico, ma di venire idealmente risucchiati in una dimensione fatta di elementi ancora antichi e archetipici: il bosco, la strega, la casa maledetta, i bambini fantasma, i rituali ancestrali. Questo aspetto è poi amplificato dalla scelta azzardata di non mostrare quasi nulla di tutto ciò. Recuperando una lezione di terrore suggerito che, salvo sporadiche eccezioni, veniva ignorata dai tempi del cinema di Val Lewton, e riportando al centro dell’attenzione alcuni espedienti espressivi trascurati, come l’audio fuori campo, la dinamica fra interni ed esterni, il contrasto fra buio e luce.

di Emilio Ranzato

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 agosto 2018

NOTIZIE CORRELATE