Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Un regista
tra due mondi

· ​A Venezia un riconoscimento ad Andrej Končalovskij ·

Nello Spazio FEdS dell’Hotel Excelsior di Venezia monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede, consegna oggi, 9 settembre, il premio Robert Bresson della Fondazione Ente dello Spettacolo e della «Rivista del Cinematografo» al regista russo Andrej Konchalovskij. Il premio — un’opera intitolata Hope dello scultore e orafo Andrea Cagnetti — istituito nel 1999, viene assegnato ogni anno in occasione della Mostra di Venezia. Il regista partecipa al concorso di quest’anno con il film Paradise, girato in bianco e nero, ambientato nella Francia occupata dai nazisti, che racconta la storia di tre persone i cui destini si incrociano sullo sfondo della Shoah.

Quasi un anno fa, era la settimana dal 20 al 27 settembre, il mondo intero visse un evento che possiamo definire epocale: il viaggio di Papa Francesco a Cuba e negli Stati Uniti. Senza creare forzature, tese a cercare parallelismi col mondo del cinema, quel viaggio mi sembra possa essere lo sfondo ideale per questa circostanza. Cuba e usa, infatti, disegnano ancora nell’immaginario collettivo — ciascuno per proprio conto — un ritratto, per certi versi rappresentativo, di due paradigmi attorno ai quali si polarizzano molti aspetti delle società contemporanee. Aver dato un’identità al “vincitore” tra i due modelli contendenti non ha, però, risolto né messo a tacere una serie di interrogativi tutt’altro che trascurabili. Ne ricordo solo qualcuno, come esempio: il paradigma economico-sociale che risulta dominante non presenta nessuna zona d’ombra né risvolti negativi? Esiste solo un bipolarismo in questo singolare contenzioso, oppure è possibile individuare altri percorsi risolutivi? Non varrebbe la pena, come suggerisce Papa Francesco, cercare di individuare un modello economico-sociale “che non sia organizzato in funzione del capitale e della produzione ma piuttosto in funzione del bene comune”? La persona deve solo piegarsi a una struttura, oppure la persona stessa porta altri valori che rendono più umano ogni sistema?

Sono le domande che, talvolta, risuonano, pur con modalità diverse, nel cinema del maestro Končalovskij, che ha attraversato in prima persona questi dilemmi. Il suo iter cinematografico viene qualificato come un percorso “tra due mondi”. Una definizione che a Končalovskij sembra stare un po’ stretta, tanto che ospite alla Milanesiana, il 9 luglio 2015, a precisa domanda rispondeva: «Russia o America, non importa per me. Ci sono registi che amano insegnare le esperienze apprese e vogliono condividerle, altri ai quali semplicemente piace imparare facendo film: io sono tra questi. La cosa più interessante che mi piace fare adesso è vivere. Io vivo, guardo e ascolto». La sua vicenda artistica ci indica che la sofferenza dell’anima può diventare il grembo fecondo della produzione artistica. Come diceva Gide, «quando l’arte perde le proprie catene, diventa ricettacolo di chimere». Infatti, in tutta l’Europa occidentale non c’è mai stata tanta abbondanza di mezzi e di opportunità come oggi, eppure l’arte fa fatica a trovare riferimenti e spazi adeguati.

Forse per questa ragione il maestro Končalovskij, ha sempre difeso i valori tradizionali, dando ragione al nostro Umberto Eco, che invitava a sanare il “degrado della memoria umana”. Anche il suo ultimo film, Rai – Paradiso, che abbiamo visto in questi giorni qui, a Venezia, sembra andare in questa direzione.

Credo di non sbagliare iscrivendo il maestro Končalovskij nel nobile elenco di sognatori, che ci aiutano a non enfatizzare atteggiamenti nostalgici verso “i bei tempi che furono”, accompagnandoli solitamente ad un giudizio negativo e senz’appello sul presente. In questo orizzonte aperto sul futuro, egli facilita anche la ricerca dei modi per evitare espressioni di chiusura e di autoreferenzialità, spesso manifestate quando ci si sente assediati da un mondo ostile, dal quale difendersi. Lo sguardo al passato degli uomini e delle nazioni è invece fecondo quando diventa occasione di memoria: non solo quanto è accaduto appartiene al mio presente, ma esso può riaccadere e orientare il cammino dell’oggi.

di Dario Edoardo Viganò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 novembre 2018

NOTIZIE CORRELATE