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Mamma Africa

· Storia di Delia e del suo bar Hobbit a Ventimiglia dove si incontrano gli immigrati ·

L’anno della misericordia si è chiuso lo scorso 20 novembre, ma le persone comuni non hanno smesso di cercare di mettere in pratica l’invito di Papa Francesco. Abbiamo incontrato uno di questi tanti volti anonimi della misericordia la settimana scorsa. Eravamo a Ventimiglia quando Jesmond, un ragazzo nigeriano che vive sotto il ponte del Roya in attesa di poter passare il confine e raggiungere la Francia, ci ha invitato a conoscere «Mamma Africa». Lo abbiamo quindi seguito in via Hambury: al civico numero 19 c’è il Bar Hobbit; la proprietaria è una signora italiana di nome Delia. «Mamma Africa» è lei. 

Seduti al tavolino, Jesmond ci racconta quanto questo bar nel cuore di Ventimiglia sia, e sia stato, importante per coloro che arrivano dal sud del mondo in attesa di raggiungere i paesi dell’Europa centrale. Qui sono accolti: Delia dà loro la possibilità di mettere sotto carica i telefoni cellulari, offre bevande, cibo e frutta — se non possono pagare, va bene così. E non è solo questione di caffè: in questo locale, infatti, si aiutano i clienti a trovare casa e lavoro, li si aiutano a compilare le domande per i permessi di soggiorno e le richieste di asilo. Nel tempo, dunque, il Bar Hobbit è diventato qualcosa di più che un semplice bar: è un meeting point per gli immigrati.
Tutto è cominciato due anni fa, per una precisa scelta di Delia: «Una domenica pomeriggio vidi fuori sul marciapiede di fronte al bar in terra tante mamme con i loro bambini che piangevano per la fame. Sono uscita e li ho invitati a entrare spiegando loro che non avevano nessun obbligo di consumazione, e che avrei dato gratuitamente da mangiare ai bambini. Le madri si vergognavano, non volevano entrare perché senza soldi, ma ho insistito e alla fine hanno accettato. Da lì è partito il tam tam tra di loro. Parecchi mi chiamano “Mamma Africa” perché ormai continuo ad aiutare i bambini, le donne incinte e anche gli uomini che hanno fame più di stomaco che di gola».
«Alcuni volontari della Caritas, altri di movimenti e della Chiesa stessa, insieme a Medici senza frontiere — prosegue Delia — mi hanno aiutata. Mi fa molto piacere che il bar sia diventato un punto di riferimento anche per le associazioni umanitarie. La mia non è stata una scelta, bensì una necessità: quella di non voltarmi dall’altra parte quando mi sono trovata di fronte una mamma e due bambini per strada a stomaco vuoto in pieno inverno. Perché lo riconosci immediatamente un uomo che ha fame: non è l’appetito che possiamo provare noi, è proprio la fame che ti consuma».
I clienti italiani ormai si contano sulle dita di una mano al Bar Hobbit, ma Delia non si è fatta scoraggiare. E non ha esitato a trasformare la stanza adibita al gioco delle carte in una stanza dove i bambini possono giocare. Gli armadi, semplici ma eleganti, contengono album da disegno, colori, figurine, matite, lego e altri giochi adatti all’età. Velocemente, quando serve, la stanza si trasforma anche in aula per l’insegnamento, gratuito, della lingua italiana.
Il Bar Hobbit è un bar «dove si sta bene — dice Zalika, ragazza somala dal viso furbo. Delia ci fa da mamma ci aiuta per tutto quello che ci può servire. So che quando esco da qui ho ricevuto tutto quello che mi poteva servire. Che non ho più bisogno di nulla. Sai cosa vuol dire “nulla”!».

di Silvano Gianti

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14 dicembre 2018

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