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Un protestante «cattolico»

· Il pensiero del teologo Stanley Hauerwas nelle lettere al giovane Laurie ·

Nel 2018 è uscito l’ultimo lavoro di Stanley Hauerwas, The Character of Virtue: Letters to a Godchild (Grand Rapids, Wm. B. Eerdmans Publishing Co, 2018, pagine 192, dollari 15,50) in cui il teologo protestante si cimenta nello spiegare le virtù (accanto alle classiche fede, speranza, giustizia, l’autore sceglie di inserire anche l’amicizia, la pazienza, l’umorismo) al giovane Laurie, di cui è il padrino. Il libro, scritto in forma epistolare lungo l’arco di sedici anni, riesce a evitare un tono paternalistico grazie all’approccio narrativo dell’autore che intreccia esperienza personale e riflessione teologica.

Stanley Hauerwas

Il volume è un’occasione per avvicinarsi a una delle figure più interessanti del panorama teologico statunitense. Settantotto anni, texano ma lontano anni luce dall’universo delle dinastie petrolifere — suo padre era un muratore — cresciuto in una famiglia metodista, formatosi nella tradizione luterana, aperto a influssi cattolici e profondamente influenzato dai mennoniti, nonché frequentatore della chiesa episcopaliana, Hauerwas è un teologo sui generis anche per gli standard americani.

“Figlio illegittimo” di una delle maggiori figure della teologia protestante americana, Reinhold Niebuhr, di cui subì il fascino in gioventù ma da cui si distaccò per approdare nell’alveo dei grandi teologi luterani del Novecento Barth e Bonhoeffer, Hauerwas dice di provenire dal «lato cattolico del protestantesimo». Persuaso che il «cristianesimo non sia nato con la Riforma» reclama il diritto di riferirsi ad autori considerati tradizionalmente appannaggio dei cattolici, non solo Agostino dunque, ma anche Tommaso d’Aquino. Barth e Tommaso esemplificano i due poli, apparentemente inconciliabili, attraverso cui si muove la prospettiva di Hauerwas, il quale intende superare la dicotomia — particolarmente sentita nel contesto americano — tra un cristianesimo relegato nella sfera privata, e un cristianesimo vissuto solo come “azione sociale”.

Una delle citazioni per cui il teologo americano è maggiormente conosciuto — «il compito principale della chiesa non è quello di rendere il mondo più giusto ma di rendere il mondo mondo» — è stata spesso interpretata come un incitamento, per il cristiano, a ritirarsi dal mondo. Lo stesso Hauerwas ha però tenuto a precisare che la sua affermazione è piuttosto volta a ribadire il fondamento teologico dell’impegno sociale. Egli si dice perciò in accordo con la prospettiva delineata da papa Francesco nell’Evangelii gaudium.

Parlando della carità, ad esempio, papa Francesco «osserva come l’opzione della Chiesa per i poveri è prima di tutto ed eminentemente una categoria teologica piuttosto che una categoria culturale, sociologica, politica, o filosofica. È ovvio come egli non intenda tali categorie come reciprocamente esclusive, ma l’enfasi teologica è significativa».

Nel 2001 la rivista «Time» gli dedicò la copertina definendolo il «miglior teologo americano dell’anno». Ed è stato proprio negli Stati Uniti post-11 settembre che la voce di Hauerwas si è fatta sentire con maggior forza, ponendolo in prima fila tra i più decisi oppositori della guerra in Iraq.

Lo status di “teologo pubblico” non gli deriva perciò dalla santificazione del messianismo americano ma, al contrario, dalla sua denuncia. Critico di quella religione civile che celebra la guerra «come sua funzione liturgica centrale», il suo pensiero va contro ogni teologia politica, contro quel cristianesimo che comprende se stesso non a partire da Cristo ma dalla fedeltà a ideali minori come la patria e la democrazia, percepiti come universali. Un cristianesimo americano è perciò, nella prospettiva di Hauerwas, una definizione di per sé contraddittoria. Una posizione cristiana che sia davvero tale non può che adottare una prospettiva radicalmente universale e dunque realmente “cattolica”. In alcuni articoli pubblicati alla fine del 2017 sul «Washington Post» e su «ABC», Hauerwas riflette su cosa significhi definirsi protestanti nell’era presente. In un ragionamento che suona a un tempo come un’elegia funebre e una difesa del protestantesimo, Hauerwas si chiede se abbia ancora senso dirsi protestanti oggi, dopo che, dal concilio Vaticano ii in poi, la Chiesa cattolica ha rimesso al centro la figura di Cristo, dopo che, cioè, il cattolicesimo ha accolto una delle istanze fondamentali al cuore della Riforma. Che il cristianesimo sia oggi in un’epoca post-Riforma significa anche, per Hauerwas, che l’era costantiniana della cristianità è davvero giunta al termine.

Ciò implica, in positivo, che il cristianesimo è oggi davvero libero e la Chiesa può finalmente essere, nelle parole del teologo, «una comunità capace di sfidare le pretese imperiali dello stato moderno».

di Luisa Borghesi

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19 agosto 2019

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