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Un progetto
di emancipazione dal tempo

· Il mito politico della morte nella destra rivoluzionaria della prima metà del XX secolo ·

Il 29 settembre 1921 si tennero a Modena i funerali di sette fascisti rimasti uccisi durante gli scontri con le forze dell’ordine nel corso di una manifestazione svoltasi tre giorni prima nel pieno centro della città emiliana. Anche se le versioni e le testimonianze sull’accadimento divergono, come spesso avviene in questi casi, sembra che a scatenare le violenze sarebbe stato il fermo rifiuto opposto da alcuni funzionari di pubblica sicurezza all’esortazione degli squadristi di togliersi il cappello in segno di rispetto di fronte al gagliardetto del fascio.

Il politico rumeno Corneliu Zelea Codreanu vestito da contadino ispeziona la Legione dell’arcangelo Michele (1934)

Alle esequie partecipò anche Mussolini, la cui presenza in quella terra restia ad accettare il patto di pacificazione con i socialisti firmato all’inizio di agosto doveva di certo assumere un intenso valore insieme simbolico e politico. Nel suo discorso, egli affermò che la morte degli squadristi non doveva considerarsi vana e che il loro ricordo, opportunamente coltivato, sarebbe servito da guida per la lotta politica dei superstiti: «Salvete, morti dilettissimi. Noi non vi dimenticheremo. I vostri nomi rimarranno scolpiti nel nostro cuore profondo. Finché un solo fascista ci sarà in Italia, egli trarrà da voi l’esempio e l’auspicio. Verrà giorno in cui il nostro esercito invitto e invincibile strapperà la definitiva vittoria. Allora, o fratelli di Modena, o fratelli caduti di altre città, un fremito improvviso farà sussultare i vostri resti mortali. Converremmo allora alle vostre tombe di precursori e di avanguardie a sciogliere il voto della riconoscenza e della fede. In nome dei cinquecentomila fascisti d’Italia, vi porgo l’estremo addio».

I morti non erano morti per sempre, affermava Mussolini, non erano cioè relegati in un passato inattingibile, ma continuavano ad agire nel presente mostrando ai vivi la strada da seguire. Tuttavia, a colpire l’immaginazione di chi quel giorno accorse sulla piazza modenese di Sant’Agostino fu, più che la retorica mussoliniana, un gesto insolito, così rievocato dal giornalista Luigi Freddi sulle colonne del «Popolo d’Italia»: «I fascisti prima, la moltitudine poi, istintivamente, spontaneamente, quasi obbedendo ad un misterioso ordine interiore, s’inginocchiano religiosamente. (...) Cinquecento gagliardetti gloriosi si piegano sino a sfiorare le salme che sfilano, nel silenzio grave». Dinanzi a questa genuflessione in onore dei caduti — continuava Freddi — «anche chi come ha ripetutamente visto cerimonie grandiose, rimane colpito, impressionato dalla grandiosità della scena. Non v’è immagine, non v’è parola che possa tradurla ed esprimerla nella sua vera realtà grandiosa e solenne».

Analizzando questo episodio attraverso una raffinata analisi di fonti e concetti che si pone nel solco degli studi di George Lachmann Mosse ed Emilio Gentile e che si confronta con categorie filosofiche, sociologiche e antropologiche, Francesco Germinario nel suo volume L’estremo sacrificio e la violenza. Il mito politico della morte nella destra rivoluzionaria del Novecento (Trieste, Asterios, 2018, pagine 544, euro 39) mostra come esso si situi alla convergenza di due processi che diventeranno tipici della politica totalitaria novecentesca. Da una parte, l’uso regolato di miti e simboli che servivano sia a motivare e legittimare gli attori direttamente coinvolti nel cerimoniale sia a guadagnare consensi e adesioni all’esterno attraverso l’adozione di «una strategia di fascistizzazione di settori della popolazione ancora politicamente indecisi»; dall’altra parte, la tendenza a politicizzare ogni aspetto della vita umana, il che implicava l’affermazione del carattere totale della militanza. È come se in quella piazza, scrive Germinario, gli squadristi stessero marcando la propria distanza rispetto a quanti — liberali, democratici e socialisti — non si univano ai loro riti. Una distinzione che si esprimeva a diversi livelli: nel rifiuto della logica della lotta di classe, dal momento che la celebrazione del rito permetteva di annullare almeno in modo temporaneo le differenze di condizione che esistevano tra i partecipanti in nome dell’appartenenza a un’unica nazione, quella fascista; nella rinuncia a una visione lineare e razionale della storia, di matrice illuministica, a favore di una concezione dello sviluppo storico fondata sull’imprevedibilità dell’azione e pertanto caratterizzata da salti, cesure e rotture improvvise, come erano quelle rivoluzionarie; nel riconoscimento dell’importanza della violenza quale strumento di dominio sul mondo e di rifondazione dello stesso; e soprattutto nell’accettazione della morte come forma di sacrificio per il bene supremo nazionale.

Con questo, avverte Germinario, non si vuol dire che lo squadrismo — il cui fine rimaneva comunque la conquista del potere — fosse animato da una ricerca volontaria della morte o che la accettasse come un destino inevitabile, ma semplicemente che il movimento non escludeva la morte dal proprio orizzonte ideologico e dalla propria esperienza. Nello scontro bisognava essere consapevoli che la morte era una possibilità da tenere in conto al pari di quella del nemico politico contro cui ci si batteva.

E proprio il mito della morte, insieme a quello della nazione e della razza, fu uno dei più potenti e diffusi nel panorama delle destre nazionalrivoluzionarie del primo Novecento, capace di valicare i confini dell’Italia e della Germania per raggiungere la rumena Legione dell’Arcangelo Michele fondata nel 1927 da Corneliu Codreanu e poi divenuta Guardia di ferro. Consapevoli del complotto ordito dalla borghesia affaristica e dagli ebrei, i legionari ritenevano che fosse più dignitoso morire che assistere alla distruzione definitiva della loro nazione o cadere schiavi dei suoi nemici, di coloro che disconoscevano gli ideali della politica, svilendoli a vantaggio dei disvalori materialistici dell’economia. In questa visione apocalittica della storia, i funerali dei legionari morti nella guerra di Spagna si trasformarono in uno spettacolare rito politico, in un’ostentata esibizione del lutto volta a rendere omaggio agli “eroi” con cortei di militari e funzionari in alta uniforme e sventolii di bandiere e vessilli: «Più di duecentomila persone, il braccio teso nel saluto fascista, assistevano a questa sfilata di diverse dozzine di migliaia di persone, dando l’impressione che in quel momento tutta la Romania comunicasse con la Guardia di ferro». Elementi cristiani e pagani vennero combinati (Codreanu arrivò addirittura a identificarsi con Gesù e negli scritti di propaganda si esaltarono i suoi poteri taumaturgici), nonché strumentalizzati in nome di quello che veniva compreso come l’interesse della nazione. In definitiva, l’ordine deciso da Dio era stato violato, ma la religione da sola non era in grado di restaurarlo senza il decisivo contributo che poteva offrire il radicalismo legionario e la sua azione.

Naturalmente, la Grande guerra era stata una palestra fondamentale per la messa a punto di queste liturgie della morte, ma le fonti della “sacralizzazione della politica” vanno rintracciate in un retroterra più profondo. Per Germinario, la matrice originaria risiederebbe in quelle eterogenee correnti di pensiero che, a partire dalla fine del Settecento, si opposero alla società borghese e ai suoi codici di comportamento e che guardarono con diffidenza alle idee di modernità e progresso.

Non si tratta solo del pensiero controrivoluzionario di de Maistre o delle diagnosi pessimistiche formulate da Gobineau, ma anche della riflessione di nazionalisti come Maurice Barrès. Fu proprio quest’ultimo a elaborare una complessa ideologia della memoria, che non aveva solo un carattere estetico, ma presentava evidenti ricadute politiche. Se il mercante borghese viveva solo per il presente, o meglio per l’immediato, dei suoi commerci e per il futuro prossimo dei suoi guadagni, compito del nazionalista era rivalutare il passato come fondamento permanente e invariabile della storia, non più soggetto al divenire. Sul ricordo poteva infatti fondarsi la grandezza dell’uomo e insieme quella della nazione: ciò che contava di ognuno è ciò che sarebbe stato tramandato di lui alla fine dell’esistenza terrena. Allo sradicamento borghese e alle miserie di un mondo che si trasformava senza posa si doveva opporre allora la saldezza della terra, non perché considerata oggetto della creazione divina, ma perché immensa fucina di ideali da cui trarre ispirazione. Si realizzava così un’emancipazione non solo dall’oblio, ma anche dal tempo. E la morte assurgeva a luogo della memoria della comunità capace di sconfiggere il gretto e transeunte individualismo borghese ed ebraico.

Un saggio di Mosse emblematicamente intitolato La morte, il tempo e la storia. L’utopia nazional-patriottica e la sua trascendenza e raccolto nel volume L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, si concludeva con queste parole: «L’utopia era bell’e fatta per sostenere e glorificare uno stato nazional-patriottico, che fosse l’anticamera per il paradiso e la struttura entro cui avrebbero avuto luogo la liberazione e la salvezza. Il sogno sostenne la realtà e la realtà fece del suo meglio per favorire il sogno. Ma, ahimé, la realtà oltrepassò il sogno, come fa di solito; mentre la morte, il tempo e la storia, lungi dall’essere annullati, prima strangolarono la vita e poi la ficcarono in un ossario senza via d’uscita. Come tutte le splendide aurore, anche questa era stata una romantica illusione. Più profondo il sogno, più disperata la caduta e più vano il movimento verso la redenzione». Il riferimento di Mosse era naturalmente al nazismo e al suo rapporto con la letteratura utopica, apocalittica e profetica dopo la prima guerra mondiale, ma il discorso — come emerge da questa ambiziosa ricerca di Germinario — potrebbe facilmente estendersi ai percorsi intrapresi dalle altre destre nazionalrivoluzionarie europee nella prima metà del XX secolo. La loro concezione e giustificazione della morte, lungi dal rimanere nel campo delle idee, finì con l’assumere un’inquietante e tragica concretezza.

di Giovanni Cerro

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10 dicembre 2018

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