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Un processo sinodale
che continua

· Il cardinale Hummes traccia un primo bilancio dell’assemblea speciale per l’Amazzonia ·

Pubblichiamo il testo dell’intervista rilasciata a Vatican News e pubblicata sul portale multimediale, in cui il cardinale relatore generale Cláudio Hummes traccia un bilancio del Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia appena concluso.

Sono serviti due anni di lavoro per arrivare a realizzare il Sinodo dei vescovi dedicato alla regione pan-amazzonica. E ora i frutti di questo impegno trovano un punto di arrivo con la pubblicazione del Documento finale.

Nel suo intervento alla quindicesima Congregazione generale lei aveva parlato di «un momento di emergenza ecologica» e aveva invitato la Chiesa ad ascoltare il grido dell’Amazzonia.

Prima di tutto voglio dire che è stata veramente una grande gioia, la realizzazione di questo Sinodo; e non finisce il processo con il Sinodo: è un processo sinodale che adesso incomincia veramente a essere realizzato. Voglio dire con questo che il dopo-Sinodo è altrettanto importante, in questo processo: l’applicazione del Sinodo. Certo che il Sinodo è un punto alto, è il punto alto che illumina le strade. Però continua adesso, tutto il processo continuerà anche nell’applicazione post-sinodale, nel territorio e in ogni luogo dove ci sia una connessione. È un processo che continuerà; ritorneremo nel nostro territorio e lì ricominceremo veramente a lavorare. È vero che si deve capire questo Sinodo all’interno del momento di grande rischio che corre il pianeta Terra: noi sappiamo, sia attraverso la Laudato si’ sia attraverso la Cop21 di Parigi, che si è svolta qualche mese dopo la pubblicazione della Laudato si’, che siamo in una situazione di crisi climatica ed ecologica grave e urgente: grave, perché veramente è a rischio il futuro del pianeta e pertanto anche il futuro dell’umanità. Questo non è detto in forma apocalittica, di grande allarme: è detto nella serenità della scienza. La scienza serenamente ci dice: «È così», e dobbiamo prendere le misure perché questa crisi sia vinta. Allora, facciamolo perché ancora siamo in tempo per farlo. È vero che il tempo ogni volta è più breve, però c’è tempo e possiamo farlo e vogliamo farlo; vogliamo unire: la Chiesa vuole essere anche una voce che unisce le forze dell’umanità, non facendo la parte di quella che sa tutto, ma anche la Chiesa vuole presentare una luce al mondo. E noi sappiamo che questa luce è importante. Ma nel mondo ci sono anche tante altre luci perché insieme possiamo fare questo lavoro di vincere questa crisi. E in questa grande crisi, grave e urgente, anche a Parigi si è detto con molta ragione che più tardi sarà troppo tardi, e questo vuol dire «adesso». Non in senso allarmistico o apocalittico, quanto piuttosto nel senso di suscitare l’immediato lavoro delle Nazioni e di tutta l’umanità per salvare il pianeta. In questa grande crisi del pianeta, l’Amazzonia — tutti lo sanno e anche gli scienziati ci dicono questo — l’Amazzonia ha un ruolo fondamentale, decisivo, perché se perdiamo l’Amazzonia il pianeta corre rischi molto gravi, irrecuperabili, e sarebbe veramente un disastro per tutta l’umanità e per la nostra storia. È all’interno di questo contesto che si può comprendere meglio l’importanza storica di questo Sinodo: ha veramente un’importanza storica. E a questo proposito, vedere, leggere questo documento come un documento che si situa in questa grande crisi.

Quale chiave di lettura possiamo dare, allora, di questo Documento finale?

Il Documento, questo va detto subito, non si può leggere come un libro o come uno scritto di un autore, perché un autore fa anche letteratura e fa anche una sequenza molto più collegata, molto più logica; questo è un testo fatto con tante mani: sono tante le mani che hanno collaborato alla stesura di questo testo, perché è stata un’assemblea. E questa è la ricchezza, anche, del testo: questo non lo impoverisce, no, è la sua ricchezza, propriamente. Anche se leggendo il testo risulta diverso rispetto al testo di un libro, che ha più letteratura, anche più connessione, questo significa che dobbiamo guardare soprattutto ai contenuti, piuttosto che alla sequenza. Ovviamente c’è una sequenza e una logica, ma non la stessa che si avrebbe se fosse frutto di un unico autore. Dobbiamo guardare soprattutto ai contenuti: sono i contenuti che sono importanti. Poi, si sa che oggi la maggioranza non legge più un libro, tutto un libro o tutto un grande documento; le persone vanno lì a vedere quelle parti del libro o del documento che le interessano e forse, dopo, si interesseranno a qualche altro punto. Allora, sappiamo che sarà letto così. Certamente, il mondo accademico lo leggerà in altro modo, ma nella pastorale della gente, delle comunità, tutti noi lo leggeremo per i suoi contenuti e questi sempre vengono letti solo in parte. Questo deve essere molto chiaro. Vedere che ci sono grandi temi che sono centrali e altri temi, che anche sono importanti ma non sono centrali. Per esempio, i grandi temi centrali sono prima di tutto i popoli originari, indigeni — il Papa sempre lo dice — perché loro corrono un rischio come mai lo hanno corso, un rischio vero per la loro sopravvivenza. I popoli originari, indigeni, vedono come vanno le cose: loro non hanno futuro. E questo è terribile, non avere futuro. Sappiamo che questo oggi vale anche per la crisi ecologica. Sempre si dice a ragione: «Voi che siete padri, voi che siete nonni, voi che avete figli, avete nipotini, guardate negli occhi dei vostri figli: qual è il futuro che voi volete per loro? Che il loro futuro sia il non-avere-futuro? Vuol dire che tutti noi dobbiamo sentirci interpellati: voi che avete figli, voi che avete nipoti, tutti noi che abbiamo questa gioventù, questa infanzia che guarda a noi e ci interpella dicendo: “Il futuro che voi avete preparato è di non avere futuro!”». E questo lo dicono anche gli indigeni, molto fortemente: anche noi, per come le cose vanno attualmente, non avremo futuro. E questo non è giusto, questo è assolutamente inaccettabile. Perciò questo è il tema centrale, la questione degli indigeni. Ma rientra nel tema centrale anche tutto il resto della popolazione, anche la popolazione urbana, tra cui ci sono anche molti indigeni, oggi, pure nelle città con situazioni molto difficili: è molto difficile la situazione degli indigeni nelle città. Sì, qualcuno riesce anche a fare progressi nelle città, perché abbiamo anche indigeni ingegneri, che hanno fatto l’università, che esercitano delle professioni come qualsiasi altra persona delle nostre società occidentali. Ma la grande maggioranza di loro non riesce a sopravvivere veramente nelle città con dignità. Quindi anche le città sono coinvolte e interpellate. E poi, tutti insieme, c’è la questione del territorio, perché anche il territorio è minacciato, come dicevo, per la crisi climatica, per la crisi ecologica: lì tutto è degradato, spogliato, sempre meno in condizione di poter continuare a produrre. Perché? Prima di tutto perché le grandi foreste, oggi lo sappiamo — anche la scienza lo dice — daranno molte più ricchezze, ovviamente in un periodo meno breve, ma daranno più ricchezze di una foresta che sia stata abbattuta: una foresta in piedi è meglio, darà molte più risorse anche ai Paesi che le possiedono e al mondo. Perciò noi dobbiamo veramente lottare perché siano preservate, perché con le foreste si preservano anche le acque: le acque, che sono un altro tema fortissimo, la questione delle acque contaminate... lì c’è gran parte dell’acqua dolce, l’acqua potabile del mondo è lì! Anche il ciclo delle acque è importantissimo. Senza questo ciclo delle acque, se questo sarà interessato, anche le regioni che oggi non fanno parte dell’Amazzonia non avranno più futuro per quanto riguarda l’agricoltura e via dicendo. Questi sono i grandi problemi centrali. Un altro dei problemi centrali — perché è la Chiesa che parla e la Chiesa parla della sua missione all’interno di questo contesto — è come la Chiesa possa realizzare meglio la sua missione in Amazzonia. Quindi, stando con la gente, perché abbia condizioni migliori delle attuali. Ci sono nuovi cammini che devono essere decisi e poi anche realizzati. Sappiamo che sarà un processo lungo, ma si deve sapere in quale direzione costruire questo processo. Per questo è tanto importante che noi diciamo «in quella direzione e non in quell’altra», e indicare le condizioni. In questo rientra anche la questione dei ministeri, che non è il tema centrale del Sinodo. No, il Sinodo non è sui ministeri nella Chiesa; però, anche quello era importante perché questa sarebbe una condizione migliore perché la Chiesa possa essere veramente insieme alla gente e permettere che la loro dignità e i loro diritti, anche all’interno della Chiesa, siano sempre più accolti e promossi. In questo senso si è parlato dei ministeri.

Questi sono due temi che sono usciti molto nei media e anche nei briefing: la questione dei viri probati e del diaconato femminile.

Sì, ed è perciò che dico che il Sinodo non è stato un Sinodo per discutere i ministeri: questo è stato sempre chiaro per noi, per il Papa e per tutti. Però, molte volte fuori ci si è troppo fissati su questa questione. Ovviamente, è una questione importante, però il Sinodo non è stato realizzato per questa questione. Nondimeno, sappiamo anche che questa questione per l’Amazzonia è importante, soprattutto per i popoli indigeni e per questo è entrato anche questo. Un altro tema molto forte, e questo già ha più a che fare con la regione, è il riconoscimento del lavoro delle donne, delle donne all’interno del territorio, perché una grande parte, circa il 70 per cento delle comunità all’interno dell’Amazzonia, sono dirette da donne: loro sono le dirigenti. E questo è un lavoro veramente meraviglioso che dobbiamo riconoscere, lodare, sostenere in tutto quanto sia necessario. Loro dicono: «No, noi non vogliamo che voi diciate “bene, bene”... no. Voi dovete riconoscere, prima di tutto, e anche fare un passo ulteriore dandoci, in quanto dirigenti, una forza maggiore, un’autorevolezza maggiore». In questo senso, avevano chiesto soprattutto un ministero istituito di donne dirigenti di comunità. No, non si parlava di ministero ordinato, ma di ministero istituito per le donne. E con questo, credo che anche per quanto riguarda altri aspetti di tutta questa questione della donna nella Chiesa c’è stato un approccio che indica — io penso — che abbiamo fatto dei passi avanti anche in questo, sì.

Tutto questo è consegnato adesso nelle mani del Santo Padre.

Sì, certo, perché va nelle mani del Santo Padre e dobbiamo aspettare ciò che lui farà. Normalmente fa un documento post-sinodale e allora dobbiamo aspettare un po’ per vedere come il Papa darà pubblicazione o autorità a tutto questo... A ogni modo, sempre, anche quando il Papa fa il suo documento post-sinodale, tutto quello che il Sinodo ha fatto e deciso e indicato, continua anche sempre ad aiutare a capire quello che il Papa propone nel suo documento. E noi siamo tranquilli, sereni, tutti noi, e anche con gioia finiamo il lavoro e diciamo che continueremo, ovviamente, siamo e continueremo a essere tranquillamente e serenamente cum Petro et sub Petro, che vuol dire «con il Papa e sotto la guida del Papa», perché è questo che fa la grande comunione cattolica.

Ci può fare una piccola fotografia per chi non è stato dentro il Sinodo? Che cosa è successo in queste tre settimane all’interno del Sinodo?

Il clima è stato molto fraterno, anche se ci sono stati anche momenti di discussione perché c’erano cose importanti da discutere; però sempre molto fraterno, un clima di molta preghiera, sempre molta preghiera, e alla fine tutto questo è andato crescendo, perché poco a poco sempre di più si è manifestata questa comunione, anche se ci sono delle differenze. Perché la comunione ecclesiale ha molto a che fare con questo. Noi, ripeto, non siamo un parlamento, nel Sinodo. Nel Parlamento ci sono i partiti e si fa una votazione, ognuno vuole essere il vincitore e gli altri sono i vinti... no. Il Sinodo non può lavorare in questo spirito; il Sinodo non è un Parlamento. Il Sinodo è la Chiesa che è unita, ha una comunione forte ma che rispetta anche le differenze. Le differenze, minori o maggiori, non ci tolgono questa caratteristica, questa realtà di essere una comunione. Il Papa sempre dice che è necessario costruire una comunione piuttosto che partiti; una comunione nella quale tutti appoggiano, anche se hanno delle piccole differenze, ma appoggiano per il grande bene che significa la comunione ecclesiale.

In questi giorni del Sinodo, la Repam è stata molto nominata: il ruolo della Repam con il Sinodo. Lei è il presidente della Repam.

Sì, la Repam è stata fondata nel 2014, quando Papa Francesco già era Papa, e veramente voleva essere un servizio che connettesse tutte le diocesi, prelature, missioni e altre istituzioni dell’Amazzonia, della Grande Amazzonia dei nove Paesi. Un servizio di connessione: e lo ha fatto. E veramente è cresciuta molto, perché tante persone si sono unite: oggi siamo veramente una folla che lavora come Repam e questo vuol dire che la rete è stata costruita per mettere in rete tutti. È un servizio: la Repam non è un’istituzione in più. Noi diciamo che non siamo una istituzione in più che ha il suo programma di lavoro: no. Noi vogliamo essere un servizio che connette quello che esiste, che dia un’unità maggiore affinché si possano assommare le voci, le forze, perché c’è il grande problema dell’isolamento in Amazzonia: le distanze sono molto grandi, le foreste sono grandi... Figuriamoci una prelatura, una diocesi, un vicariato nel centro della foresta: poco a poco si crea la consapevolezza di essere isolati, loro si sentono soli davanti ai loro sogni e davanti ai loro problemi, perché non hanno i presupposti per realizzare i loro sogni e per combattere i loro problemi. Per questo a volte si sentono molto soli e allora la Rete vuol dire «no, tu non sei solo, voi non siete soli: noi siamo qui; fate sentire la vostra voce, noi saremo lì con voi. Vogliamo lavorare tutti insieme». E questo lavoro veramente ha funzionato molto. Ora la Repam continuerà ovviamente questo servizio con la base, con persone del territorio, con la Chiesa, testimoniando una Chiesa che sta con la gente e non semplicemente a casa, evangelizzando e organizzando da lontano la comunità.

La partecipazione del Papa con voi, in plenaria, nell’Aula sinodale.

È stata una cosa straordinaria! Tutti sono stati tanto contenti, tutte le persone, soprattutto le persone che sono venute dal Brasile, dall’Amazzonia che mai avevano avuto l’opportunità di vedere il Papa. Certo, l’avevano visto in televisione, ma essere lì, con il Papa che è stato tra noi con una semplicità enorme, insieme, vicino, a farsi fotografare e che dà forza alla gente, dà speranza alla gente, sorride, abbraccia... questo è stato qualcosa di assolutamente straordinario. La gente è stata tanto, tanto, tanto felice per questo.

Un pensiero per i tanti operatori della comunicazione venuti da tutte le parti del mondo a Roma per il Sinodo.

Noi ringraziamo molto tutti i comunicatori, perché senza quello oggi non si fa più niente, la voce non arriva fuori dalla porta. È importante, e oggi la comunicazione ha una tecnologia fantastica, che è un grande progresso, ovviamente. Poi ci sono problemi, ma il progresso è molto maggiore dei problemi che comporta. Allora, veramente ringraziamo molto per il lavoro che hanno fatto e che continuano a fare, anche cercando di mantenere al centro i grandi problemi, non qualche problema — che è anche importante — come per esempio quello dei ministeri, ma i grandi problemi sono veramente la questione del pianeta, la questione degli indigeni, la questione del territorio, la questione di un sistema globale oggi molto predatorio che si deve veramente rivedere: come far fronte alla grande crisi, grave e urgente, che il pianeta sta soffrendo. E la Chiesa vuole essere tra coloro che prendono sul serio, con molta responsabilità, questo problema.

di Silvonei Protz

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19 novembre 2019

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