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Un prete
senza paura

· Il martirio di don Popiełuszko nella Polonia comunista ·

«È una figura che non deve scomparire dalle nostre coscienze, perché lui è stato un simbolo eloquente, simbolo di quello che un sacerdote cattolico desidera fare per il bene dei suoi fratelli e del prezzo che è disposto a pagare». A chi si stava riferendo Papa Wojtyła, pronunciando queste parole in occasione dell’udienza generale del 19 ottobre 1994? Chi era il prete che aveva testimoniato il Vangelo con una fedeltà così luminosa da renderlo un simbolo dell’amore sacerdotale?

Don Popiełuszko prega con gli operai metallurgici di Huta Warszawa (31 agosto 1981)

Si chiamava Jerzy Popiełuszko e il bel volume scritto da Cesare G. Zucconi (Jerzy Popiełuszko 1947-1984. Il martirio di un sacerdote nella Polonia comunista, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2019, pagine 264, euro 28) può essere considerato a buon diritto una seria e appassionata risposta all’accorata richiesta, espressa da Giovanni Paolo II, di non dimenticare questo giovane che si immolò per Cristo e per i fratelli.

Il libro si compone di otto capitoli, preceduti da una significativa prefazione di Andrea Riccardi e suggellati da una breve conclusione che corona degnamente un lavoro molto ben documentato. Zucconi dedica le prime pagine a tratteggiare la drammatica e dolorosa situazione in cui viene a trovarsi la Polonia all’indomani della seconda guerra mondiale: siamo di fronte a un paese prostrato, che ha pagato un prezzo altissimo alla follia dello scontro armato iniziato proprio con l’invasione tedesca della nazione polacca.

Nel 1947 viene imposta la vittoria del fronte nazionale filosovietico: inizia così per la Polonia un lungo, terribile inverno. Le prime a rendersene drammaticamente conto sono proprio le autorità ecclesiastiche, tra le quali il cardinale primate Hlond e il cardinale Sapieha, arcivescovo di Cracovia. Il 1947 è anche l’anno di nascita di Jerzy Popiełuszko: il piccolo Alfons — che muterà il proprio nome in Jerzy nel 1971, al momento dell’ordinazione diaconale — viene alla luce il 14 settembre a Okopy, un villaggio situato nel nord-est della nazione, a pochi chilometri dal confine con la Bielorussia sovietica. L’ambiente è tipicamente contadino, il cattolicesimo vi è fortemente radicato: «In casa Popiełuszko campeggia una quadro della Madonna Nera di Częstochova, protettrice della Polonia».

Per andare a scuola, Jerzy deve fare quattro chilometri a piedi. Nel 1956 riceve la prima comunione e comincia a servire la Messa; poco dopo è la volta della Cresima. Intanto — Zucconi ricorda con precisione varie vicende assai significative al riguardo — la situazione della Chiesa diventa sempre più difficile, per non dire tragica; in qualche momento la tensione si allenta, ma il quadro rimane nella sostanza immutato; il popolo soffre duramente anche a causa della disastrosa situazione economica.

Proprio in quel clima così doloroso, il giovane Popiełuszko matura una scelta decisiva e il 15 settembre 1965 entra nel seminario dell’arcidiocesi di Varsavia. Ciò non lo esimerà dal servizio militare, che è obbligatorio. Sarà questa l’occasione per sperimentare la brutalità dell’indottrinamento e le prime vessazioni: una volta, ad esempio, gli intimano di togliersi l’anello a forma di rosario donatogli dal cardinale Wyszyński in persona; il suo rifiuto scatena la rabbia dei superiori.

Nel maggio del 1972 è ordinato prete: lo sarà soltanto per dodici anni. Zucconi ricostruisce con attenzione le prime esperienze pastorali di don Jerzy, fino a che si giunge al fatidico 16 ottobre 1978: il mondo apprende con stupore che il nuovo Papa è un cardinale polacco di nome Karol Wojtyła. Molti esultano. I comunisti polacchi sono fortemente preoccupati, ma, almeno alcuni, fanno buon viso a cattiva sorte e nel giugno del 1979 Giovanni Paolo II effettua il primo trionfale viaggio nella sua patria. Zucconi è bravo a tenere in equilibrio il racconto del complesso intreccio dei fatti politici e religiosi con quello della vicenda personale di Popiełuszko, che, come è noto, terminerà tragicamente.

Una decisa accelerazione degli eventi sarà prodotta dalla creazione del sindacato libero Solidarność, iniziativa intollerabile in un paese dominato da una dittatura comunista. Nello stesso periodo — siamo nel 1980 — don Jerzy fa il suo ingresso nella parrocchia di San Stanislao Kostka a Varsavia e comincia a manifestare una vicinanza forte e fattiva agli operai, per i quali organizza una scuola serale, ove si parla di morale cristiana, di dignità dell’uomo, di cultura libera.

Intanto, in tutta la Polonia la tensione aumenta e nel dicembre del 1981 viene introdotto lo “stato di guerra”. In Slesia scoppiano dei tumulti e vengono uccisi nove minatori. Ovunque sono arrestati numerosi dirigenti di Solidarność. La Chiesa stessa è incerta sull’atteggiamento da tenere: una forte contrapposizione può rivelarsi estremamente pericolosa; ma anche un eccesso di moderazione può apparire come un tradimento nei confronti di un popolo angariato che guarda alla Chiesa come all’unico baluardo su cui contare.

Da Roma, Giovanni Paolo II assicura preghiere speciali per la propria terra. In quei frangenti così drammatici, don Popiełuszko sa bene qual è il suo compito e nel diario appunta: «Il lavoro di un sacerdote è in qualche modo la continuazione degli impegni assunti da Gesù. Un sacerdote viene scelto dal popolo e consacrato per il popolo, per servirlo. Il dovere di ogni sacerdote è dunque quello di rimanere sempre con il popolo nella buona e nella cattiva sorte».

Il regime comincia a tenerlo d’occhio: le sue omelie fanno paura al potere comunista, le sue denunce sono chiare, la gente lo ascolta e lo ammira. Le minacce nei suoi confronti si fanno sempre più pesanti. Zucconi descrive bene il clima degli eventi che sfocerà nell’uccisione di don Jerzy. Nel giugno del 1983, Giovanni Paolo II torna in Polonia: le sue parole sono chiare, i capi comunisti sono furibondi. Popiełuszko è nel mirino dei servizi segreti: lui lo sa, ma non arretra. Le calunnie non lo fermano, e neppure il carcere.

Qualche incomprensione — annota Zucconi, riferendosi al cardinale Glemp, arcivescovo di Varsavia e primate di Polonia — gli proviene anche da ambienti ecclesiastici. A fermarlo sarà soltanto la morte, procuratagli da alcuni sicari del regime comunista: accadrà il 19 ottobre 1984. Ai funerali presero parte circa centomila persone provenienti da tutta la Polonia. Un’altra vittoria, ancora più bella, è stata ottenuta dal giovane prete martire il 6 giugno 2010: quel giorno, infatti, a Varsavia, oltre 150.000 persone parteciparono alla solenne cerimonia della sua beatificazione.

A Cesare Zucconi va il merito di aver scritto un libro che consegna al lettore un ritratto fedele ma non asettico di un uomo, di un giovane prete che, per quanto non ancora sufficientemente conosciuto, può essere considerato uno dei giganti del cattolicesimo del XX secolo.

di Maurizio Schoepflin

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