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​Un prete scomodo

· ​Il Teatro di san Miniato dedica uno spettacolo a don Primo Mazzolari ·

"Aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro»: così Paolo VI coglieva ed elogiava la lungimiranza sottesa alla testimonianza di don Primo Mazzolari. E aggiungeva: «Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti». 

 Una scena di «Don Primo Mazzolari, un prete scomodo»

Al “parroco di Bozzolo”, una delle figure più significative del cattolicesimo italiano della prima metà del Novecento, il Teatro di san Miniato — nella serata di lunedì 11 luglio, al santuario della Madre dei Bimbi di Cigoli — dedica uno spettacolo, in prima assoluta, basato su un lavoro scritto e interpretato da Antonio Zanoletti dal titolo «Don Primo Mazzolari, un prete scomodo». Il testo, che attinge agli scritti spirituali del religioso, intende riproporre la potenza e l’incisività del suo pensiero, con particolare riguardo al tema della misericordia, in sintonia con l’anno giubilare in corso. «La tua vita sarà una croce, soffrirai come pochi soffrono» dice il padre spirituale a Mazzolari — racconta il testo — mentre esce dal seminario. Lui non sa dove la sua vocazione lo porterà. Del resto la vocazione «non è una strada fatta». Ma è da farsi, e «con il piccone». Al termine di un travagliato cammino viene ordinato sacerdote il 25 agosto 1912. Negli anni del seminario era venuta maturandosi una spiritualità basata su un principio ben preciso: la vita è sacrificio, è dono di sé. Don Primo «si arrabbia» — sottolinea Zanoletti nella pièce teatrale — quando vede nei confratelli «una vita che si trascina abitudinaria, tra ipocrisia e superficialità». I confratelli lo considerano una «una testa calda senza vocazione». Al contrario in lui vibra il desiderio di conoscere il suo tempo e, in particolare, di aiutare i poveri e di raggiungere i lontani dalla fede: ovvero quelli che si sono rassegnati e non cercano più. 

Nell’estate del 1914 don Mazzolari è in Svizzera per seguire la situazione degli emigranti italiani che rimpatriavano dalla Germania per lo scoppio della guerra, che rigettava nella terra natia, senza pietà e senza sostegno, una turba di lavoratori che nel Paese dove si erano trasferiti avevano portato, o si erano costruiti, una famiglia e una casa. E quindi non si tratta di un ritorno, ma di una fuga. E il desiderio di aiutare queste persone, guardate a vista da soldati armati di baionetta, scatta in don Mazzolari alla luce della consapevolezza che ogni uomo è fratello.
Don Primo rafforza il convincimento di incentrare la sua presenza nella parrocchia di Bozzolo, predicando, in tempi tanto bui, pace e perdono. Ma proprio mentre si prodiga nel promuovere il bene comune, il religioso viene visto come un ingenuo, anzi peggio: come «l’ultimo idiota». E dunque gli si ordina di rientrare nei ranghi. Nel suo animo penetra il dubbio: si predica il Vangelo o si ostenta la propria cultura? Per don Primo non si tratta di predicate tanto, ma di predicare bene. Nel frattempo si acuiscono i contrasti con le autorità del regime fascista. Il religioso li ha invitati a collaborare alla rieducazione morale, ma gli «hanno riso in faccia». Nel 1930 viene promulgata l’enciclica di Pio XI Casti connubii, in cui si afferma il primato educativo della famiglia e della Chiesa e in cui si condanna la strumentalizzazione, da parte dei regimi totalitari, di ciò che è spirituale. Don Mazzolari si procura copie del documento e le diffonde tra i giovani, animando dibattiti sui temi in esso trattati. E una notte viene svegliato da colpi picchiati contro il cancello di ferro della canonica. Crede di essere chiamato per dare assistenza spirituale un malato, e spalanca la finestra. E subito tre colpi di rivoltella vengono sparati, da due individui, nella sua direzione. Nel frattempo una brigata — rileva il testo teatrale — rivolgeva parole di insulto a don Primo, al Papa e all'Azione cattolica.
Nel 1949 don Mazzolari fonda il quindicinale «Adesso», ma i suoi scritti attirano gli strali delle autorità ecclesiastiche che ordinano la chiusura del giornale nel 1951. E in quello stesso anno gli viene imposto il divieto di predicare fuori diocesi senza autorizzazione. Ma verrà il tempo del riscatto. Giovanni Battista Montini, infatti, otterrà per lui la deroga al divieto di parlare al di fuori della sua parrocchia. Non solo: Paolo vi lo inviterà a predicare alla grande missione di Milano del 1957. Ecco allora che don Primo ha la possibilità di parlare ai carcerati, agli intellettuali, agli operai. E per questo il parroco di Bozzolo sarà sempre riconoscente a Montini. 

di Gabriele Nicolò

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17 dicembre 2018

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