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Un posto per tutti
nella Siria pacificata

· Il cardinale Robert Sarah al rientro dalla missione in Libano parla delle attese riposte nella conferenza internazionale Ginevra 2 ·

La Chiesa auspica che dalla conferenza internazionale sulla Siria prevista a Ginevra per il prossimo 22 gennaio scaturiscano indicazioni valide affinché «siano garantite l’integrità territoriale del Paese e la certezza che, nella Siria di domani, vi sia posto per tutti, in particolare per le minoranze, incluse le nostre comunità cristiane». Lo ribadisce il cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, al rientro da una missione in Libano, durante la quale ha potuto toccare con mano la gravità delle diverse situazioni nelle quali si sviluppa questa tragedia del popolo siriano. Nei quattro giorni di permanenza in Libano il porporato ha potuto farsi un quadro preciso della situazione partecipando al Sinodo della Chiesa maronita, incontrando gli organismi caritativi cattolici presenti sul campo nonché i vescovi cattolici della Chiesa in Siria. «Il senso di questi incontri — spiega nell’intervista 

A Beirut l’incontro del porporato con i vescovi siriani (6 dicembre)

rilasciata al nostro giornale — sta nelle parole che Papa Francesco ha espresso durante la riunione con gli organismi caritativi cattolici, organizzata da Cor Unum, il 5 giugno: “La Chiesa si sente chiamata a dare la testimonianza umile, ma concreta ed efficace, della carità che ha imparato da Cristo, Buon Samaritano. Non possiamo tirarci indietro, proprio nelle situazioni di maggiore dolore!”. La guerra che si sta combattendo in Siria costituisce, da questo punto di vista, una tragedia di fronte alla quale non possiamo, e non vogliamo, rimanere inermi».

Come si sta muovendo la Chiesa nello scenario della crisi?

La Chiesa e il Santo Padre seguono fin dall’inizio l’evolversi della crisi siriana e lavorano per favorire l’assistenza umanitaria e la pace. La Chiesa cattolica soffre con tutta la popolazione in difficoltà e con tutta la cara nazione siriana. Ma questo stato d’animo ci dà la forza per aiutare tutti coloro che sono nella difficoltà, senza distinzione etnica, culturale o religiosa, perché — come ci ha ricordato Papa Francesco — «dove ci sono persone che soffrono, là è presente Cristo». Il 6 dicembre abbiamo incontrato a Beirut i vescovi siriani, dietro invito del patriarca Gregorio iii e con la collaborazione del nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari. Da venti mesi, a causa della guerra, non riuscivano a incontrarsi. Sono proprio i vescovi a raccogliere per primi le lamentele e le richieste di aiuto da parte dei fedeli. Si tratta in genere di aiuti di prima necessità, per i quali le circoscrizioni ecclesiastiche si attivano in proprio al fine di reperire i fondi necessari. Da questa nostra riunione con loro, è emersa l’importanza di lavorare insieme e di rafforzare dunque il legame tra vescovi e Caritas nazionale. È stato un incontro molto delicato, ma molto sentito ed estremamente significativo, tanto che i vescovi hanno partecipato nella loro quasi totalità. Questa ampia risposta ne testimonia la necessità.

Dall'incontro di venerdì scorso con i vescovi cattolici della Siria quale quadro è emerso della situazione nel Paese, soprattutto per quanto riguarda le condizioni dei cristiani?

I vescovi della Siria sono colpiti, rattristati e anche scoraggiati per la situazione di guerra nella loro nazione, nondimeno sono determinati a mostrare l’aiuto concreto che tutta la Chiesa, nel suo insieme, può dare alla popolazione. Essi ci hanno tenuto a manifestare una enorme gratitudine al Papa per la sua iniziativa del 7 settembre, che ha consentito di portare la Siria al centro dell’attenzione internazionale e di riattivare il cammino del processo di pace, contribuendo a scongiurare un grave pericolo come il bombardamento di forze straniere e l’uso di armi chimiche nella guerra. Ma vogliono allo stesso modo sottolineare un elemento di grande preoccupazione che riguarda loro, ma non può non toccare tutta la cristianità: ovvero la fuga dei cristiani dal Medio oriente, dalle loro case anzitutto, e dalle terre che storicamente e spiritualmente sono la culla del messaggio di Gesù. Dobbiamo chiederci, assieme a loro: che Medio oriente sarebbe senza cristiani? La fuga dei cristiani, in un futuro prossimo, sarà un problema per tutta la società, anche per i musulmani. Dobbiamo cercare ogni modo possibile per aiutare i cristiani a restare e a contribuire alla pace e alla riconciliazione.

Sono passati oltre mille giorni dall’inizio del conflitto in Siria. A gennaio riprenderà la conferenza internazionale di pace, la cosiddetta “Ginevra 2”. Qual è la posizione della Chiesa?

La Chiesa cattolica auspica che tutte le parti in conflitto, nell’ottica del bene comune, consentano fin da subito il dispiegarsi dell’impegno per l’assistenza umanitaria e giungano quanto prima alla cessazione di ogni violenza, al fine di permettere una pace concordata e duratura. Il dialogo e il negoziato dovranno essere condivisi nel rispetto del contributo specifico di ciascuno, affinché vengano garantite l’integrità territoriale del Paese e la certezza che, nella Siria di domani, vi sia posto per tutti, in particolare per le minoranze, incluse le nostre comunità cristiane. Questo è lo spirito con il quale tutti si dovrebbero muovere. L’obiettivo è porre fine alla guerra e alle violenze, da qualunque parte esse provengano, e avviare la pace e la riconciliazione. Accompagniamo questo negoziato di pace “Ginevra 2” con la nostra preghiera.

La riunione con gli organismi caritativi presenti in Libano, a cui ha preso parte, è servita a stabilire nuove strategie di intervento o a consolidare un modo di operare?

Come è noto, Cor Unum è lo strumento del Santo Padre per la promozione della carità, là dove vi sono emergenze umanitarie, conflitti, catastrofi naturali che riguardano l’uomo e la sua integrità umana, sociale e culturale, ed è quindi nostro compito provare a indirizzare la pastorale e gli aiuti, e verificare che la Chiesa si muova all’unisono e in favore di tutti i bisognosi. In questo contesto era essenziale fare il punto della situazione con gli organismi di carità. A oggi, il bilancio degli aiuti è certamente positivo, anche se siamo chiamati a fare sempre di più e meglio, per sostenere la popolazione a livello materiale e spirituale. Si manifestano infatti con il tempo nuovi bisogni cui rispondere. Noi abbiamo voluto portare una parola di incoraggiamento del Santo Padre per tutti coloro che svolgono un’opera fatta di abnegazione, di sacrificio e di amore. Mi fa piacere ricordare come, dalla Chiesa cattolica nel suo insieme, siano stati stanziati finora oltre 78 milioni di dollari, distribuiti in tutto il Paese. Ma l’aiuto umanitario è arrivato anche ai rifugiati negli Stati confinanti: Libano, Giordania, Turchia, Cipro, Egitto, Iraq, Armenia. Le istituzioni che operano oggi sul campo sono più di 62, mentre sono oltre 42 gli organismi cattolici che hanno finanziato questi sforzi. Al momento è in atto una rilevazione più precisa dei bisogni in Siria, che potrà essere utile anche in vista della fine del conflitto. Tuttavia, infine, vorrei sottolineare la specificità degli aiuti portati dalla Chiesa: essi trovano il loro fondamento e la loro ragione d’essere nella fede in Gesù Cristo, che favorisce altresì il percorso del dialogo interreligioso e la costruzione di una società armoniosa e fraterna.

Pochi giorni fa Cor Unum ha promosso anche un progetto di missione sanitaria assieme all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Qual è la sua specificità nel contesto della crisi siriana?

Si tratta di un progetto di grande importanza, che prevede l’avvio di una missione sanitaria nella zona della Valle della Bekaa, a favore dei bambini siriani rifugiati in Libano. Voglio ricordare che oltre il 50 per cento dei rifugiati è composto da bambini e giovani ragazzi. Il Santo Padre, assieme a Cor Unum ha predisposto un dono di carattere economico, attraverso il quale saremo in grado di aiutare tra i 3 e i 4 mila bambini, comprando il medicinale pediatrico necessario per la loro assistenza. L’Ospedale Bambino Gesù, invece, attraverso cliniche mobili, che ho visitato in questi giorni, fornirà personale medico altamente specializzato, e la Caritas Libano tutte le strutture necessarie affinché la missione si svolga in modo efficace e in sicurezza. Non voglio poi dimenticare l’aiuto che il Governo libanese ha offerto, decidendo di acquistare i vaccini per i bambini. Ancora una volta, quindi, è un progetto frutto dell’impegno e della collaborazione tra strutture diverse della Santa Sede, accomunate dal desiderio di testimoniare il Vangelo verso gli ultimi. In questa fase mi sembra importante favorire ogni iniziativa che promuova la condivisione e la collaborazione. Proprio questo spirito ha portato alla nascita di un ufficio informazioni e comunicazione con sede a Beirut, a seguito della riunione con il Santo Padre del 5 giugno. L’ufficio è partecipato da tutte le agenzie di carità operanti nel contesto della crisi. Grazie a esso siamo in grado di offrire i dati che sopra ho esposto.

Quale esperienza ha tratto dalla partecipazione al Sinodo della Chiesa maronita?

Quello con i vescovi della Chiesa di rito maronita è stato un appuntamento molto importante, per il quale anzitutto mi preme ringraziare il patriarca Bechara Boutros Rai, che mi ha onorato dell’invito a partecipare al loro Sinodo presso la sede del patriarcato a Beirut. Le Chiese cristiane locali vivono la loro testimonianza evangelica in situazioni di grande difficoltà ed emergenza, ed era importante esprimere concretamente la vicinanza e il sostegno da parte della Santa Sede e del Papa. In secondo luogo, non possiamo dimenticare il grande apporto della Chiesa nel Libano in questa crisi: il Libano è infatti il Paese che probabilmente accoglie più rifugiati, oltre 700 mila secondo i dati dell’Unhcr, ma in realtà il numero è molto maggiore perché non tutti si registrano. Molti di essi sono cristiani. La Caritas nazionale sta svolgendo un grande lavoro, con il sostegno della Chiesa locale, a loro favore. Il Sinodo è stata un’occasione per presentare ai vescovi, così come stiamo facendo in ogni incontro con i rappresentanti dei singoli episcopati, il motuproprio Intima Ecclesiae Natura sul significato della pastorale della carità, che Benedetto xvi ha firmato un anno fa. Esso intanto è un documento che si applica sia alla Chiesa latina che a quella di rito orientale, ma soprattutto che riporta al cuore dell’attività ecclesiale il servizio della carità. E alla testimonianza della carità sono chiamati in prima persona proprio i vescovi e le diocesi. Dunque una carità che non è mera filantropia: la carità è una chiamata alla corresponsabilità di tutti i battezzati nell’attuazione della missione della Chiesa.

di Mario Ponzi

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20 agosto 2019

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