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Un popolo crocifisso

· La preghiera del Papa con il patriarca greco-melkita per i cristiani perseguitati in Medio oriente ·

«L’abbraccio del padre di una Chiesa con Pietro. Una Chiesa ricca, con la propria teologia dentro la teologia cattolica, con la propria liturgia meravigliosa e con un popolo, in questo momento gran parte di questo popolo è crocifisso, come Gesù». Con queste parole è stato Papa Francesco a spiegare, durante la celebrazione eucaristica presieduta nella cappella della Casa Santa Marta martedì mattina, 13 febbraio, «quello che significa la cerimonia di oggi»: ovvero la significazione della ecclesiastica communio concessa al nuovo patriarca di Antiochia dei greco-melkiti Youssef con lettera pontificia del 22 giugno scorso.

«Questa messa con il nostro fratello — ha detto il Pontefice introducendo il rito — farà la apostolica communio: lui è padre di una Chiesa, di una Chiesa antichissima e viene ad abbracciare Pietro, a dire; “io sono in comunione con Pietro”». Da qui l’offerta della celebrazione «per il popolo, per il popolo che soffre, per i cristiani perseguitati in Medio oriente, che — ha spiegato il Papa — danno la vita, danno i beni, le proprietà perché sono cacciati via». E anche, ha aggiunto, «per il ministero del nostro fratello Youssef». Il quale, alla fine del rito liturgico ha rivolto a Francesco un breve saluto in francese. «Santità — ha esordito — vorrei ringraziarla per questa bella messa di comunione, a nome di tutto il Sinodo della nostra Chiesa greco-melkita cattolica. Personalmente, sono veramente commosso dalla sua carità fraterna, dai gesti di fraternità, di solidarietà che ha dimostrato alla nostra Chiesa, nel corso di questa messa».

«Le promettiamo — ha assicurato poi il patriarca — di tenerla sempre nei nostri cuori, nel cuore di noi tutti, clero e fedeli, e ricorderemo sempre questo evento, questi istanti storici, questo momento che non riesco a descrivere per quanto è bello: questa fraternità, questa comunione che lega tutti i discepoli di Cristo».

In precedenza, dopo l’Ecce Agnus Dei, era stato letto il testo della monizione, nella quale si spiega che «“comunione” è un concetto tenuto in grande onore nella Chiesa antica e anche oggi, specialmente in Oriente. Per essa non si intende un certo vago “sentimento”, ma una “realtà organica”, che richiede una forma giuridica e che è allo stesso tempo animata dalla carità (costituzione dogmatica Lumen gentium, nota esplicativa previa, n. 2). La ecclesiastica communio che il Santo Padre Francesco ha concesso a sua Beatitudine Youssef con lettera del 22 giugno scorso, trova ora espressione nello scambio delle sacre specie, che conferma la radice eucaristica della comunione tra il vescovo e la Chiesa di Roma, che presiede nella carità, e la Chiesa patriarcale di Antiochia dei greco-melkiti, tramite il suo caput et pater».

L’invito ad accompagnare il gesto in silenzio orante ha preceduto lo scambio delle sacre specie tra il Papa e il patriarca: Francesco ha innalzato la patena con il corpo di Cristo e l’ha offerta a Youssef. I due l’hanno tenuta elevata a quattro mani per poi deporla. Lo stesso è avvenuto per il calice — donato dallo stesso patriarca al Pontefice nell’udienza del giorno precedente — con il sangue di Cristo. Dopo un istante di silenzio, il Pontefice ha offerto il corpo di Cristo e insieme si sono comunicati. Francesco ha assunto il sangue di Cristo dal calice e lo ha poi offerto al patriarca.

Al termine, su invito del Papa, i due hanno impartito insieme la benedizione finale, quindi hanno sostato davanti alla statua della Madonna, dove hanno intonato l’antifona mariana Salve Regina.

Hanno concelebrato, tra gli altri, il cardinale prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, Leonardo Sandri, con l’arcivescovo segretario Cyril Vasil’, e presuli del Sinodo della Chiesa greco-melkita.

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24 febbraio 2018

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