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Un ponte
tra dentro e fuori

· A Roma il seminario di formazione per i cappellani delle carceri ·

«La pastorale carceraria è cambiata perché sono cambiate le carceri, soprattutto con l’arrivo di un gran numero di migranti che purtroppo sono sempre più numerosi negli istituti di pena, ed è quindi necessaria una formazione più specifica dei sacerdoti che operano in quei contesti». Così don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, ha illustrato a «L’Osservatore Romano» il terzo seminario di formazione dei nuovi cappellani delle carceri, in programma a Roma dal 24 al 26 giugno, che ha per tema «Chiamati a fasciare le ferite e a rialzare chi è caduto».

«Formare attentamente i cappellani — spiega il sacerdote, per 23 anni a fianco dei detenuti nel carcere di Secondigliano — riveste un’importanza decisiva considerando il prezioso servizio da loro reso all’interno delle case di reclusione, un servizio evangelico che aiuta i carcerati a superare le difficoltà inerenti alla loro situazione. Il significato di questo incontro è fornire quegli strumenti che diano più forza e coraggio ai cappellani nel vivere più serenamente la loro missione, come ho anche scritto nella lettera di presentazione del seminario».

Nuove esigenze e nuove sfide pastorali che hanno come sfondo «le parole e i gesti profetici di Papa Francesco che, sempre attento alle fasce deboli e a coloro che soffrono, come la popolazione carceraria», costituita anche da persone di diverse fedi e con un forte sentimento religioso, ha creato un ponte tra “dentro” e “fuori”. «Ci sono tanti cattolici e musulmani e inevitabilmente siamo chiamati a confrontarci e a rendere qualificato il nostro incarico. Per questo — spiega don Grimaldi — parteciperanno all’evento un teologo tunisino, che farà una riflessione sulla fede islamica, e don Giovanni De Robertis, direttore generale della fondazione Migrantes, che approfondirà la tematica relativa a immigrazione e carcere». Contributi significativi, per comprendere che la privazione della libertà non significa privazione della misericordia del Signore, il quale non si scorda dei suoi figli, anche se responsabili di un atto malvagio, e «ci suggerisce la strada — è scritto nella lettera di presentazione del seminario — per compiere ancora meglio ciò che Egli chiede a ognuno di noi. Nel vostro delicato incarico pastorale incontrate quotidianamente uomini e donne, disperati, poveri ed emarginati che hanno bisogno di essere ascoltati, accolti nella tenerezza del ministero di noi tutti “uomini del Vangelo”». Per questo «la Chiesa vi chiede di aiutare a rialzarsi chi è caduto nell’errore, per dare loro ancora un barlume di speranza per un futuro aperto ai nuovi orizzonti di inclusione».

Il momento clou del seminario, oltre alla condivisione di momenti di fraternità, sarà rappresentato, spiega don Grimaldi, «dalla presentazione di percorsi di giustizia e perdono: una vedova e l’assassino di suo marito si incontreranno dopo che la donna col tempo ha maturato, attraverso un cammino di fede, l’idea della riconciliazione». E non è un caso isolato ma si affianca ad altri percorsi di chi non ha voluto lasciare il proprio cuore indurito ma si è chinato a “fasciare le ferite e rialzare” chi queste ferite le ha inferte, soprattutto nell’anima. «In questi giorni, ad esempio, stiamo assistendo due ergastolani che hanno finito di scontare la loro condanna e vogliono essere di conforto ad altri detenuti che hanno ricevuto il massimo della pena. Li abbiamo aiutati a scrivere una lettera indirizzata a queste persone dove traspare tutto il senso più profondo del ministero carcerario: comprensione, invito alla speranza e a non abbandonarsi alla disperazione ma alla certezza che si può cambiare aprendo il cuore a Dio e che una volta liberi non ci sarà necessariamente la diffidenza ad attenderli là fuori ma concrete possibilità di reinserimento».

Tema, questo dell’inclusione, molto sentito da don Grimaldi. Nell’esperienza ultraventennale a contatto con i detenuti ha cercato sempre di creare delle comunità all’interno degli istituti, riflesso di quelle che dovrebbero trovare all’esterno una volta scontata la pena, grazie anche alla collaborazione delle parrocchie. «Per agevolare gli ex reclusi che vogliono continuare un percorso di fede nelle nostre comunità parrocchiali — afferma — c’è bisogno dell’accoglienza e dell’attenzione; viceversa, devono mancare il pregiudizio e la paura che provocano soltanto un ristagno della crescita sociale».

di Rosario Capomasi

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14 ottobre 2019

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