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Un ponte tra colto
e popolare

· Le Messe d’occasione di James MacMillan ·

All’alba dei suoi sessant’anni, James MacMillan è uno dei compositori in attività più interessanti: musicalmente riesce a coniugare un linguaggio e un’estetica fortemente contemporanei, evitando di scadere in concessioni o ammiccamenti al pubblico per lasciarsi apprezzare con facilità, ma mantenendo un messaggio sempre immediatamente chiaro e comprensibile anche prima ancora di esplorare tutta la complessità su cui vengono costruite le sue partiture. Forte di questa ambiguità apparente, la sua musica riscuote enorme successo nel mondo tanto da garantirgli stabilmente le prime posizioni nella classifica dei musicisti con più esecuzioni tra quelli in attività, tallonando sempre da vicino Arvo Pärt e John Adams.

Anche la sua esperienza personale si poggia, almeno in parte, su dicotomie e contraddizioni: un fiero patriota scozzese che però non nasconde la sua lealtà alla corona britannica, MacMillan si riconosce fortemente nella coesione del Regno Unito, senza disdegnare anche la composizione di musiche d’occasione per la regina e si è espresso più volte in maniera netta contro la separazione della Scozia, anche in occasione del referendum del 2014. Nel 1999, subito dopo la riapertura del parlamento scozzese seguita alla devolution, non si limitò a comporre una marcia in onore della regina, ma tenne anche di lì a poco un discorso significativamente intitolato Scotland’s shame contro il male che vedeva nell’anticattolicesimo diffuso nel suo Paese.

Nato da una famiglia cattolica originaria di Glasgow, una delle zone più radicalmente protestanti nella presbiteriana Scozia, è cresciuto scoprendo gradualmente la sua passione per la musica, muovendo i primi passi su impulso del nonno, ai suoi tempi musicista dilettante ma di buon livello. Alla fede religiosa si è affiancata presto quella calcistica, che coerentemente lo ha portato verso la sponda Celtic, club legato alla Glasgow cattolica a cui ha persino dedicato alcune delle sue pagine più vivaci.

La sua musica, pur nei frangenti più spiccatamente modernisti, affonda le sue radici nel folklore celtico. Questa continua opposizione tra realtà apparentemente distanti, se non addirittura antitetiche, può aiutarci a spiegare il suo approccio alla composizione sacra: da un lato abbiamo il compositore colto, che compone per i più importanti solisti e orchestre di tutto il mondo; dall’altro un fedele parrocchiano che si mette al servizio della sua comunità componendo quella che i britannici chiamano Congregational music, ovvero musica destinata ai servizi religiosi, e dunque tale da essere cantata non da cori professionali ma dai fedeli riuniti. Compositori professionisti che si dedicano a questo genere di lavori non sono affatto una novità, specie nel mondo anglosassone: qui questa prassi è talmente diffusa da aver coinvolto anche compositori non credenti, come Ralph Vaughan Williams. Così MacMillan si trova a oscillare tra due tipologie di lavoro radicalmente diverse in apparenza, ma che non sono mutualmente esclusive e anzi spesso possono venire in soccorso l’una dell’altra. Sicuramente ne hanno contribuito a fare la fortuna lavori che riprendono tematiche più usuali per la musica sacra, come una resa delle Sette Ultime Parole di Cristo in Croce, dello Stabat Mater o del Magnificat.

Ma, cosa forse ancora più interessante, nel suo repertorio è possibile trovare una sorta di anello di congiunzione tra i due mondi: le sue “Messe d’occasione”, come la Messa composta per la beatificazione di John Henry Newman. Nel 2010, in occasione del viaggio di Papa Benedetto XVI nel Regno Unito in cui il cardinale britannico venne beatificato, MacMillan ricevette una commissione per una messa da eseguire durante la celebrazione tenuta del Papa a Birmingham, da dove l’opera di Newman aveva avuto inizio.

La Mass of Blessed John Henry Newman è pensata per un organico che comunità ben organizzate riescono a mettere in piedi con una certa semplicità: l’insieme di voci dei fedeli è supportata da un coro a quattro parti e un organo, con tanto di parti opzionali per due trombe, due tromboni e timpani. Nonostante non sia stata pensata per essere eseguita come un continuum in sala da concerto, è facile cogliere in essa il gioco di rimandi e citazioni interne al lavoro che la rendono strutturalmente unitaria e relativamente facile da ricondurre a un chiaro stile, oltre che chiaramente opera di un musicista esperto. Nonostante queste peculiarità, la Messa di MacMillan è parte a tutti gli effetti del suo catalogo, pubblicata e pubblicizzata dall’editore Boosey and Hawkes, e viene eseguita con regolarità dalle parrocchie del Regno Unito arrivando talvolta fino all’altra costa dell’Atlantico, in versione integrale o con adattamenti di necessità. Anche altri lavori del suo repertorio hanno caratteristiche simili: la Westminster Mass, scritta anch’essa in origine come pezzo d’occasione, pur essendo chiaramente più impegnativa sia per gli ascoltatori che per gli esecutori, contiene delle sezioni in cui viene invitato a partecipare anche il fedele che assiste alla celebrazione, in una sorta di esperimento di musica partecipativa quasi involontariamente avanguardistico.

di Filippo Simonelli

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19 settembre 2019

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