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Un ponte sul Bosforo

· A colloquio con il cardinale segretario di Stato ·

Pubblichiamo la trascrizione dell’intervista al segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, realizzata dal Centro televisivo vaticano in occasione del viaggio del Papa in Turchia.

Dopo otto anni dalla visita di Benedetto XVI un Pontefice torna in Turchia. A Istanbul ci sarà la firma di una dichiarazione congiunta con il Patriarca ecumenico Bartolomeo. Cosa rappresenta per la Chiesa questo viaggio di Papa Francesco nel solco dei suoi predecessori Paolo VI, Giovanni Paolo ii e Benedetto XVI?

Il mistico e poeta Mevlana (1207-1273)

Anche Papa Francesco ha questa ansia apostolica di cercare di rafforzare sempre più i rapporti fraterni con le Chiese cristiane. Il Papa va in occasione della festa di sant’Andrea, che è la festa del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, quindi va a condividere la gioia e la celebrazione di quella Chiesa. E va anche per firmare una dichiarazione comune. Una dichiarazione che si colloca sulla scia di quella già firmata a Gerusalemme nel maggio scorso e che intende appunto rafforzare i legami di amicizia, di collaborazione e di dialogo tra le due Chiese e di esprimere preoccupazione anche per la sorte di tanti fratelli cristiani che si trovano in situazioni di difficoltà e di persecuzione soprattutto nella regione del Medio oriente. Penso che sarà un momento molto importante e molto intenso per rinvigorire questo cammino ecumenico non solo nei confronti nella Chiesa di Costantinopoli, ma anche di tutte le altre Chiese ortodosse.

Impossibile non pensare alla delicata situazione in Medio oriente, resa ancora più precaria dall’opera sanguinaria del sedicente Stato islamico. La pace sembra impossibile. Come spezzare questa spirale di violenza?

Certamente la situazione continua a essere molto grave e sicuramente il Papa approfitterà anche di questo nuovo viaggio proprio per continuare la sua missione di messaggero della pace. La soluzione la conosciamo. La soluzione è più facile e più difficile di quello che sembra. È deporre le armi e avviare un dialogo, avviare un negoziato. È impensabile che ci possa essere una soluzione armata, che ci possa essere una soluzione unilaterale imposta con la forza da parte di qualcuno. La Santa Sede ha sempre detto che la soluzione non può essere che regionale e comprensiva, tenendo conto degli interessi e delle aspettative di ognuna delle parti coinvolte. Purtroppo in questi giorni assistiamo anche a un ulteriore deterioramento della situazione in Terra santa. Vediamo cosa sta facendo il cosiddetto Stato islamico. Questa è la strada per arrivare un vicolo cieco. Senza poi ricordare, nel caso dello Stato islamico, quello che la Santa Sede ha richiamato più volte e cioè il principio del diritto di fermare il giusto aggressore nel rispetto del diritto internazionale. Nel lottare contro quelle che sono le cause di questo fenomeno terroristico non dobbiamo aspettarci una risposta esclusivamente legata all’aspetto militare, della forza, ma bisogna cercare di capire e di risolvere le cause di questo fenomeno. E credo giusto anche denunciare quelli che possono essere gli appoggi, sia di tipo politico sia di tipo economico, che lo Stato islamico continua a ricevere. Poi il dialogo interreligioso. La capacità da parte di tutti e soprattutto anche dei responsabili e dei leader musulmani di denunciare la manipolazione della religione e l’uso del nome di Dio per fare violenza contro gli altri.

La violenza porta a numerose e drammatiche conseguenze. Pensiamo alle migliaia di persone in fuga ai confini in cerca di salvezza, così come alla presenza sempre più esigua dei cristiani in questi luoghi. Cosa fa la Chiesa al riguardo?

La Chiesa è impegnata in un grandissimo sforzo di sensibilizzazione, prima, della comunità internazionale per soccorrere le necessità di questi fratelli e sorelle che sono profughi e rifugiati, e poi mettendo in campo tutti i suoi mezzi della carità. Sappiamo quanto le organizzazioni internazionali, le agenzie cattoliche di aiuto, le Caritas stanno operando sul terreno, proprio per soccorrere i bisogni di questi nostri fratelli soprattutto di fronte all’inverno che è già arrivato e che renderà più precaria e più dura la loro soluzione. E poi questa insistenza giusta, doverosa, necessaria sul diritto al ritorno. Questo è un altro punto su cui la Santa Sede continua a insistere. Un ritorno nella propria patria, nelle proprie case, nelle proprie terre, in condizioni però che permettano a questa gente di poter vivere con serenità. Condizioni che assicurino loro il diritto alla vita, il diritto alla sicurezza.

La Turchia è caratterizzata da una convivenza multiculturale e multireligiosa. Quali sono a suo avviso gli aspetti ai quali il Pontefice vorrà dare corpo?

Prima di tutto una sollecitudine nei confronti della Chiesa locale. Una piccola Chiesa che negli anni passati è stata anche testimone di episodi dolorosissimi di violenza, ma che persevera nella sua missione. Mi pare importante sottolineare questa volontà della Chiesa cattolica in Turchia nelle sue diverse espressioni — abbiamo la Chiesa latina, la Chiesa armeno cattolica, la Chiesa caldea, la Chiesa siro cattolica — che è di perseverare nella sua missione, cioè testimoniare una presenza e per assicurare questo dialogo con l’islam che è molto importante. Nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli, la Chiesa cattolica in Turchia è impegnata in questo dialogo con l’islam ed è impegnata sulla linea e con lo stile che caratterizzarono la presenza dell’allora delegato apostolico, monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, oggi san Giovanni XXIII. Questo stile di fare da ponte, come ricordava anche Papa Francesco qualche domenica fa: non costruire muri, ma ponti dove ci possa essere l’incontro tra le persone. E Giovanni XXIII è stato proprio un ponte sul Bosforo per l’incontro dei turchi, dei greci, dei cattolici, degli ortodossi, dei musulmani e degli ebrei. Questa è la vocazione. E poi, naturalmente, anche l’assistenza religiosa alle famiglie cattoliche, alla comunità cattolica, ai molti pellegrini che si recano lì. Direi che la presenza del Papa sarà di incoraggiamento per la Chiesa e nello stesso tempo di sostegno a questo impegno di dialogo con l’islam che la caratterizza.

di Barbara Castelli

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21 marzo 2019

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