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Un ponte
di accoglienza

· Il pomeriggio di sabato nella capitale ·

Si chiama Qantara perché, come dice la parola araba, mira a essere un “ponte” gettato verso i migranti. È uno dei programmi di assistenza con cui la Caritas ogni anno assicura cure mediche psicosociali ed educative a ottomila persone, favorendone l’integrazione. Mentre si stima che siano ottantamila quelle presenti sul territorio marocchino, in fuga soprattutto dall’Africa subsahariana. In cerca di fortuna lontano dalle patrie d’origine, considerano il Marocco soltanto una zona di transito, ma alcuni finiscono col restarci a lungo.

Una loro piccola rappresentanza, cinquanta tra giovani uomini e donne, era presente nella sede della Caritas di Rabat visitata dal Papa nel tardo pomeriggio di sabato 30, a conclusione della prima intensa giornata trascorsa nella capitale. Nel quartiere periferico di Hassan, il Pontefice è stato accolto dall’arcivescovo di Tanger, il francescano Santiago Agrelo Martínez, e dal direttore della struttura caritativa, lasciando in dono un bassorilievo in onice rosa raffigurante il volto della Vergine Maria.

Un giovane originario del Camerun, Abena Banyomo Jackson, ha raccontato la propria storia di migrante accolto e integrato nella comunità locale, seguito da un simpatico intermezzo musicale, nel quale cinque bambine sorridenti, di rosso vestite e con coloratissimi copricapi, si sono esibite in una tenera coreografia ispirata alla raccolta dell’acqua. Divertito, il Pontefice le ha chiamate a sé per una foto ricordo e pronunciando il suo secondo discorso del viaggio — tradotto in francese dal lazzarista Landousies, della Segreteria di Stato — ha fatto una sola aggiunta al testo già preparato, esortando a lottare proprio per i bambini migranti. Uno struggente canto africano intonato a cappella da una donna ha commosso i presenti a conclusione dell’appuntamento, che è stato anche un ponte gettato verso la giornata seguente, tutta dedicata alla piccola comunità cattolica del Marocco. Mentre quella di sabato era stata più rivolta verso la maggioranza musulmana: dagli incontri protocollari con il capo dello Stato alla visita senza precedenti in una scuola di formazione per imam, il Papa ha mostrato il volto di una Chiesa dialogante alla continua ricerca di interlocutori con cui condividere impegni di pace.

Lo testimonia l’appello per Gerusalemme sottoscritto, dopo la cerimonia di benvenuto, insieme a re Mohammed VI nel mausoleo in cui sono sepolti il nonno e il padre del sovrano, Mohammed V e Hassan II Il primo, rifiutando di applicare le leggi antisemite del governo di Vichy, protesse più di 300.000 ebrei in Marocco. Il secondo nel 1980 volle recarsi in Vaticano per incontrare Giovanni Paolo ii, iniziando un processo virtuoso che nel giro di pochi anni ha poi portato nel 1984 all’emissione di un Dahir royal sulla libertà di culto, che consente ai cristiani di vivere in armonia con la maggioranza musulmana, e quindi nel 1985 allo storico viaggio di Papa Wojtyła a Casablanca.

Dalla spianata della Torre Hassan II, Francesco aveva raggiunto a piedi il complesso monumentale che si rifà all’arte tradizionale marocchina ed è sormontato da un tetto piramidale a tegole verdi richiamanti la stella della bandiera. All’interno, tra le pareti decorate con scritte coraniche e ricoperte di mosaici, il Pontefice ha dialogato con Mohammed VI e i funzionari del seguito reale, mentre raggiungeva il sepolcro d’onice bianco per deporvi un omaggio floreale. Ha quindi firmato il libro d’oro lasciando scritto in francese: «In occasione della mia visita in questo mausoleo invoco Dio onnipotente per la prosperità del regno del Marocco», con l’implorazione «di far crescere la fraternità e la solidarietà tra cristiani e musulmani».

Successivamente Francesco è stato ricevuto al Palazzo reale: residenza ufficiale dei sovrani dal 1785, Dar el Makhzen è una vera e propria cittadella che ospita anche alcuni uffici di governo, in cui lavorano duemila persone, il college per i membri della famiglia del sovrano, una scuola di cucina, una biblioteca con i manoscritti collezionati da Hassan, oltre al reparto della Guardia reale. L’attuale monarca preferisce una dimora più piccola e meno affollata nella periferia di Rabat, ma è a Dar el Makhzen che si è svolta la visita di cortesia del Pontefice, il quale ha lasciato in dono una formella riproducente la medaglia commemorativa del viaggio: alla destra vi è raffigurata la porta di Bab-el-Maonsuor, principale ingresso della storica città imperiale di Meknes; a sinistra le due cattedrali cattoliche del Marocco.

Inedito il successivo appuntamento, quando Francesco si è recato all’Istituto Mohammed VI per la formazione di imam e degli ulema maschili e femminili, guide di un islam moderato e tollerante, quello che il regno vuole promuovere in un paese costantemente in bilico tra modernità e spinte tribali. Luogo di riforma religiosa dell’islam, dove gli imam di domani vengono catechizzati sull’importanza del dialogo tra le fedi, è frequentato anche da 200 murshidat, giovani donne con compiti di guida spirituale e consulenza per le questioni famigliari. Le massime autorità religiose, il ministro degli affari islamici e il segretario del consiglio degli Ulema hanno accolto Francesco accompagnandolo nell’auditorium, dove gli è stato mostrato un video sulle attività di questa realtà. Dopo il saluto al Papa del ministro degli affari religiosi, uno studente europeo e uno africano hanno offerto la loro testimonianza, prima che melodici canti religiosi di tradizione ebraica, musulmana e cristiana venissero eseguiti al termine dell’incontro, durante il quale il Pontefice non ha pronunciato discorsi. Cori meno armoniosi e più da festa hanno invece accolto in serata il suo arrivo in nunziatura, dove ha pernottato. Tra i tanti fedeli che erano ad attenderlo all’esterno, bambini, scout in uniforme e un gruppo di studentesse delle scuole cattoliche della capitale marocchina.

dal nostro inviato
Gianluca Biccini

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25 agosto 2019

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