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Un poeta Tang nato nel ventesimo secolo

· Sette meditazioni di François Cheng sull’anima, la natura e la bellezza ·

«Eravamo giovani — tu molto più di me — ed eravamo nel metrò. Io seduto su uno strapuntino e tu seduta su quello di fronte. Affascinato, mi chiedo: Da dove viene questa bellezza? Come mai questa bellezza esiste? E perché all’improvviso questa bellezza propriamente impossibile è qui, offerta alla mia vista? La mia fascinazione cede il posto alla stupefazione quando, sorridente, lasci il tuo sedile e vieni a sederti accanto a me». Questo passo, tratto da L’anima. Sette lettere un’amica (Torino, Bollati Boringhieri, 2018, pagine 135, euro 15) spiega la genesi del libro e fa subito capire al lettore qual è la cifra più personale di François Cheng, scrittore, traduttore, romanziere e calligrafo cinese e Accademico di Francia: la naturalezza con cui lascia entrare nel quotidiano le domande sui massimi sistemi, il rispetto per la radicale alterità dell’altro, per la profondità insondabile della storia da cui proviene, per il mistero di cui è segno. Un segno fragile e provvisorio, ma, proprio per questo, estremamente prezioso, che non cessa di interpellare chi lo contempla.

François Cheng mentre si esercita  nell’arte della calligrafia

La destinataria delle riflessioni che compongono questo volume è un’amica — la ragazza dalla bellezza abbagliante incontrata in metrò — ricomparsa a distanza di molti anni. Oggi è un’artista affermata, che gli confessa di vivere un profondo disagio: si è accorta tardi di avere dentro qualcosa di misterioso ma di innegabilmente presente. Quel “qualcosa” che la tradizione occidentale è solita chiamare anima.

Ora che il tempo si è fatto breve, desidera ardentemente conoscerla di più, capirne meglio i confini, investigarne il destino; per questo ha bisogno di parlarne con un amico di cui si fida, a cui può liberamente aprire il cuore. Qualcuno che non abbia già archiviato quelle domande che lei non riesce più ad ignorare.

Dapprima esitante davanti a un tema così immenso, una lettera dopo l’altra Cheng raccoglie con sempre nuovo slancio la sfida, partendo da quello che vede ogni mattina dalla sua finestra, la grande bellezza della natura al suo risveglio o al suo declino autunnale.

«Ti scrivo dalla Turenna — si legge nel primo messaggio — dove sono venuto a cercare un po’ di riposo. Mi accoglie una primavera precoce. Inaspettatamente in fiore, paulonie e ciliegi irradiano i vecchi muri di bagliori violetti e rosati (...) e tutta la collina, facendo eco, ormai non è altro che un’attesa». La prosa placida e affabile di Cheng fa tornare in mente gli struggenti versi sulla natura del periodo della dinastia Tang, quando la poesia cinese conosce la massima fioritura. Ancora oggi molte delle poesie Tang sono considerate fondamento dell’identità della nazione: i bambini le imparano a memoria, gli adulti le citano come perle di saggezza popolare, quasi proverbi capaci di illuminare la mente in ogni momento della vita quotidiana.

Di solito si parla di Cheng come del più importante e acuto mediatore culturale tra la Cina e l’Europa; in realtà Chi-hsien-François — il nome che gli ha dato la sua famiglia significa “celebrante la saggezza”, il nome occidentale che si è scelto è un omaggio a Francesco d’Assisi — non media mai, non cerca un minimo comune denominatore “facile”, non si sforza di essere un po’ meno se stesso per dialogare meglio con l’altro, tanto diverso da lui, ma si tuffa coraggiosamente nella diversità e la esplora in profondità. Certo che, al fondo, troverà un ideale condiviso, un piano solido su cui costruire un dialogo autentico. Un’audacia testimoniata anche dalla sua biografia: Chi-hsien, nato in Cina nel 1929, arriva in Francia nel 1949 senza conoscere una parola di francese, spinto solo dall’amore per i versi di Baudelaire e Rimbaud e per la cultura europea. Desidera sperimentare in prima persona quello che legge e che traduce, perché la sua curiosità è sincera.

Non si limita ad atteggiarsi a filosofo, non si accontenta della prima idea che gli appare giusta senza sforzo, senza un lavoro personale di analisi e di confronto; a lui interessa il dato, il vero, l’autentico incontro con le cose così come sono. Per questo la sua ricerca — come dimostrano i suoi romanzi e i suoi saggi — non si è mai cristallizzata in ideologia, ma si è incamminata con placida determinazione verso un approfondimento sempre più serio e sincero delle domande più importanti della vita.

di Silvia Guidi

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20 agosto 2019

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