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Un po’ di chiarezza
sulla vicenda Facebook

· Come la Cambridge Analytica ha potuto acquisire i dati di oltre cinquanta milioni di utenti ·

«È stata una violazione della fiducia e mi dispiace non aver fatto di più in quel momento», scrive Zuckerberg aggiungendo «noi abbiamo la responsabilità di proteggere le vostre informazioni». Queste le scuse che, dopo giorni di silenzio, il fondatore delle rete sociale più popolare al mondo ha pubblicato su diversi giornali in seguito alle rivelazioni sui dati sottratti a milioni di utenti.

Ufficialmente la notizia è questa: la società Cambridge Analytica, con sede a Londra, ha ottenuto l’accesso ai dati di oltre 50 milioni di profili Facebook. A seguito della vicenda sono state avviate numerose cause legali, inchieste governative, una campagna di boicottaggio degli utenti di #DeleteFacebook (#CancellaFacebook) e c’è stato un brusco calo del valore delle azioni che ha ridotto di quasi cinquanta miliardi di dollari la capitalizzazione della società.

Facebook ha pubblicato diversi annunci (a pagina intera) su sette giornali britannici e tre americani per scusarsi dello scandalo sulla violazione delle riservatezza che ha travolto la rete sociale, affossandola in un incubo legale e normativo.

Ma cosa è successo veramente?

La Cambridge Analytica è una società britannica privata che aiuta partiti politici di tutto il mondo durante le elezioni attraverso attività di analisi strategica compiuta con l’estrazione di informazioni da insiemi di dati (data mining), l’aggregazione di informazioni da varie fonti (data brokerage) e l’analisi dei dati. Sono questi gli ultimi potenti strumenti utilizzati dalla politica per comprendere le tendenze sociali del momento. La società vanta di essere coinvolta in oltre 200 elezioni e di aiutare i propri clienti attraverso le informazioni così raccolte sin dal 2013.

Cambridge Analytica ha usato questi dati per creare profili psicologici degli utenti che successivamente sono stati applicati per condurre campagne mediatiche di propaganda mirate a diffamare avversari politici dei propri clienti o al contrario per promuovere i propri clienti.

Ma la domanda fondamentale è: come sono stati acquisiti questi dati? Tutto inizia con una ricerca portata avanti da Michal Kosinski, professore alla Stanford University, il quale aveva teorizzato la possibilità di poter prevedere comportamenti e pensieri (in senso lato) di una persona semplicemente analizzando i suoi gusti su Facebook. Kosinski ha quindi creato un quiz di personalità che richiedeva agli utenti di accedere a Facebook per poterlo testare. Una volta che gli utenti avevano effettuato l’accesso, il quiz era riuscito a raccogliere i dati — compresi commenti e pagine sulle quali era stato posto il classico “mi piace” — dai loro profili senza che gli utenti ne avessero la benché minima idea. Attraverso la sua ricerca Kosinski aveva scoperto che i dati di Facebook forniscono indicazioni su importanti tratti della personalità e che quindi potevano avere un valore potenziale estremamente alto.

A questo punto della vicenda entra in gioco Aleksandr Kogan, un professore di psicologia che lavora con la Cambridge Analytica e che chiede a Michal Kosinski di poter acquistare i dati da lui raccolti. Michal rifiuta e, a quel punto, la Cambridge Analytica avrebbe deciso di pagare a Kogan quasi un milione di dollari per creare qualcosa di molto simile al quiz ideato da Kosinski col fine di raccogliere i dati degli utenti di Facebook. La nuova applicazione riesce ad attirare circa 270.000 utenti, ovvero persone che per rispondere al quiz si erano collegate tramite Facebook.

Ma come si passa dai dati raccolti su “appena” 270.000 utenti ai cinquanta milioni di cui abbiamo letto sui giornali? Ecco che qui entra in gioco la falla sulla sicurezza per cui Facebook viene giustamente biasimato. Su tutti i profili Facebook esisteva questa funzione chiamata friends permission, (“permesso degli amici”). Questa funzione ha consentino agli sviluppatori del quiz di accedere ai dati degli amici dell’utente che aveva effettuato l’accesso per il test di personalità. In poche parole consentiva a Kogan di raccogliere dati non solo sui suoi 270.000 utenti (ovvero coloro che avevano effettivamente risposto alle domande del quiz via Facebook), ma anche sul loro giro di amici presenti sulla rete sociale. Ecco come da poche centinaia di migliaia di utenti si è passati a oltre 50 milioni. Questa funzione è stata poi rivista e modificata da Facebook che, già nel 2015, aveva chiesto, ma non ottenuto, alla Cambridge Analytica di cancellare i dati così raccolti.

di Cristian Martini Grimaldi

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08 dicembre 2019

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