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Il piccolo Tibet

· Alla scoperta dei tesori nascosti del Gran Sasso ·

Il Gran Sasso non somiglia alle Dolomiti solo perchè è costitutito da dolomia, una roccia calcarea rosata e bellissima, piena di fossili e inclusi marini — e questo lo sanno in molti — ma anche e soprattutto perché attorno al Gran Sasso e sulla montagna abbondano le proprietà regoliere: e questo lo sanno in pochi. È sparuto perfino il gruppo di coloro che sanno cosa le Regole siano: per questo vale la pena parlarne. Eppure la presenza delle Regole è la ragione per la quale attorno a queste montagne lontane tra loro vi sono meno brutture recenti, minori offese, più spazi liberi, più pascoli e boschi, con una edilizia che non è disseminata ovunque come avviene altrove. Quelle montagne alpine sono state iscritte nell'elenco del patrimonio mondiale dell'umanità, mentre questa appenninica aspira ad esserlo.

Il Corno grande del Gran Sasso

Le due zone distanti tra loro si somigliano anche nelle loro trasformazioni ultime: non è stato solo il clima più rigido e severo d'inverno, non è stato solo il buon senso degli amministratori che si sono avvicendati nel tempo. Si tratta infatti della costante vigilanza, dell'impegno patrimoniale di antiche corporazioni locali, legate a mestieri tradizionali, che per prime tutelavano gli usi civici (dalle feste locali alla raccolta della legna, dei funghi, della frutta selvatica) e che per far questo col tempo sono divenute proprietarie di una gran quantità di immobili, di terreni. Pochi sanno che in alcune zone ladine, sulle Dolomiti, più del novanta per cento dei suoli è di proprietà regoliera, né del tutto privata, né propriamente pubblica: qui davvero nella quota riservata alla pubblica amministrazione dello Stato — in tutte le sue articolazioni — siamo sotto la decima parte, come per le tasse in antico. In presenza di una tale preponderanza delle regole sul pubblico e perfino sul privato “libero”, con un tale controllo, davanti a una così energica mitigazione del mercato dei suoli e degli immobili, ogni piano regolatore sarà necessariamente un buon piano.

Paradossalmente riservare maggiori attenzioni e risorse alla manutenzione delle cose è il modo migliore per prendersi cura delle persone: in termini di occupazione, in termini di pace e tranquillità, in termini di qualità dell'ambiente e del modo in cui vivono. Un particolare che testimonia l'importanza dell'incontro avvenuto nei giorni scorsi su questi temi a Santo Stefano di Sessanio che non può passare sotto silenzio: il ministro dei Beni delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini, aveva deciso di parteciparvi e malgrado l'allerta meteo, malgrado l'esigenza di un rientro imprevisto per votare a Roma prima di poter proseguire per Pescara, ha preso parte ai lavori.

È appena il caso di ricordare qui in estrema sintesi le potenzialità applicative del decreto ministeriale 6 ottobre 2005 di «Individuazione delle diverse tipologie di architettura rurale presenti sul territorio nazionale e definizione dei criteri tecnico-scientifici per la realizzazione degli interventi, ai sensi della legge 24 dicembre 2003, n. 378», recante disposizioni per la tutela e la valorizzazione della architettura rurale e dell'agricoltura tradizionale. Ma non si è trattato solo di un approccio in riferimento alla normativa vigente e gli orizzonti che può dispiegare con adeguato impegno. È emerso un Abruzzo pulsante, una montagna che fu definita da Fosco Maraini il nostro Tibet e non certo solo per la verticalità delle sue pareti, quanto per la spinta ascetica che con la sua stessa essenza naturale ha indotto. Con la sua, si è ricordata anche l'attenzione all' «anima» della regione dimostrata da Ennio Flaiano. È stato ricordato e citato un lungo elenco di esempi, con una rete di tracce da seguire, da San Giovanni da Copertino a Don Giussani. Tanto che dell'Abruzzo alla fine di questo incontro si è potuto sentire, prima ancora che pensarlo o dirlo, che la differenza è esserci. È emerso anche un desiderio diffuso, cristallizzato da Giovanni Lolli, vicepresidente della regione: quello di passare da un tempo, il nostro, nel quale l'ostacolo e la differenza sta nel pagare, ad un tempo futuro e possibile nel quale si possa dire, con un palindromo che «pagare era gap».

Altre somiglianze tra le due regioni montuose, alpina e appenninica, possono derivare dalle tradizioni religiose più antiche, legate alla benedizione dei campi. Sul tavolo degli oratori stava una agile pubblicazione, a testimoniare tutto questo e molto altro ancora.

Basti aggiungere solo quanto ampio sarebbe un cenno ai santuari, o ricordare che la tutela dei tratturi ha avuto il suo inizio a Chieti nel 1976. Così come non si può nel passato recente omettere di ricordare che in tema di conservazione della natura Papa Benedetto XVI il 3 giugno 2006 si rivolge alle associazioni e ai giovani convenuti per la veglia di Pentecoste con un monito severo sull’ambiente: non possiamo usare e abusare del mondo e di tutte le cose come di semplice materiale da sottoporre al nostro fare e volere. Dovremmo considerarli come un dono affidatoci non per la distruzione, ma perché diventino un giardino, in assoluto e per ciascuno; un giardino da consegnare migliore possibile ad altri. La terra attende sempre e con impazienza il suo splendore, che può essere raggiunto solo abbandonando le libertà fittizie che distruggono l’ambiente e l’uomo, la libertà egoistica, la ricerca di godimento e di soddisfazione incapace di rinunce, che si oppone alla libertà di tutti e alla vita. Sono sue parole: «stiamo sporcando la Creazione».  

di Francesco Scoppola

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26 agosto 2019

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