Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Un passo avanti
al postmoderno

· Prima italiana del "Riccardo III" di Giorgio Battistelli ·

E pure il postmoderno in musica è andato. Ci eravamo quasi abituati all’attitudine di circoscrivere un campo aperto all’interno del quale abbondare nella tecnica del montaggio. Avevamo abbandonato con riluttanza il concetto di “originale” per abbracciare la tendenza alla citazione. Wolfgang Rihm ci ha costruito sopra opere affascinanti, a volte estremamente coinvolgenti e sempre capaci di restituire nuovi significati a elemento noti. Certo nel tragitto ha abbandonato, come altri, la concezione lineare del tempo a favore di una ampia pluralità linguistica e stilistica. Ma del resto nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, poi Zygmunt Bauman insisteva che nel «sistema liquido» di riferimento in cui viviamo «la diversità è la nuova verità» quindi andava bene. C’eravamo appena abituati a essere postmoderni e adesso arriva Nicolas Bourriaud a spiegarci che siamo anche radicanti, e forse ha ragione.

Quella del radicante è una metafora botanica fondata sulla capacità di una pianta di creare le sue radici man mano che avanza con la sua crescita e di riorganizzarsi nelle nuove situazioni che trova, di muoversi attraverso le sue fondamenta che diventano un elemento dinamico invece che statico. In pratica il contrario di patria, sangue, nazione. The Radicant, terza tappa di percorso teorico iniziato con Estetica relazionale e Postproductioncon i quali aveva già provato un confronto tra la storia dell’arte e quella della produzione culturale, intercetta un pensiero artistico che è già in atto e che, come sempre accade, aveva solo bisogno di essere sistematizzato.

Come i radicanti alcuni artisti contemporanei hanno la capacità di sradicarsi per aggregarsi altrove, in una forma di continuo nomadismo intellettuale. E non si tratta di eclettismo, ma del tentativo di «mettere in contatto materiali eterogenei, di creare una musica con radici che si muovono in tante direzioni, una massa di suoni mobile, sempre cangiante, sia armonicamente sia ritmicamente, capace di creare smarrimento», come spiega il compositore Giorgio Battistelli a margine della prima italiana del suo Riccardo III, andato in scena il 29 giugno alla Fenice di Venezia e in programma fino al 7 luglio. L’opera è di qualche anno fa, ma è arrivata in Italia in ritardo, come succede troppo spesso. Il successo internazionale invece è stato immediato e ha dato ragione alla scelta di un soggetto quasi imposta alla committenza. In realtà Marc Clémeur, direttore artistico della Vlaamse Opera, voleva un lavoro sulla vita di Rudol’f Nureev, ma Battistelli preferiva indagare sul «mostro che vive dentro ognuno di noi», sul potere «non soltanto politico-militare, ma anche psicologico». Alla fine la scelta è caduta sul campione dei mostri sanguinari, Riccardo III. Ian Burton ha tratto dalla tragedia shakespeariana un libretto serrato, di grande potenza espressiva, compattando in due atti e sedici scene un’architettura drammatica che parte dall'uccisione che precede l'incoronazione di Edward e termina con la morte del protagonista.

Il terreno era adatto per consentire al compositore per raffinare un linguaggio basato su materiali eterogenei che creano continuamente nuovi orizzonti di significato. A guidare l’orchestra, una nutrita sezione di percussioni, i campioni di suoni elettronici e il coro è stato chiamato Tito Ceccherini, che ha creato con precisione una piattaforma timbrica articolatissima sulla quale scolpire le linee melodiche di ventuno solisti pronti a spaziare dal canto spiegato, ai fonemi, dai glissando allo Sprechgesang fino al parlato, toccando tutta la gamma dei registri vocali. Al centro il duca di Gloucester, in questa edizione uno splendido Gidon Saks, al quale è affidata una scrittura vocale piena di sfumature che a tratti si spinge verso gli estremi dell’estensione baritonale, restituendo un personaggio istrionico, visionario, lamentoso, inquietante, cinico, chiaramente dissociato dalla realtà al quale non rimangono che due momenti di umanità: una concessione sensuale e la paura della morte: «un cavallo, un cavallo il mio regno per un cavallo».

Battistelli supera il postmoderno, tende all’altermodenità ipotizzata dal critico d'arte francese, crea spazi sonori inquietanti, ci si radica brevemente e riparte fissando ogni volta un nuovo traguardo da raggiungere. È l’«inverno del nostro scontento», che trascina via tutto e lascia salire in superficie frammenti di temi, invenzioni timbriche, elementi ritmici ricorrenti in un ambientazione sempre cupa ma continuamente cangiante.

Un’opera con elementi di novità nella concezione sonora, ma anche nell'ideazione. Il compositore, il librettista e il registra, Robert Carsen, lavorano assieme fin dall’inizio e ne nasce una macchina teatrale coesa: suono, testo, movimenti diventano un unico elemento. Non si tratta qui di descrivere le splendide trovate di Carlsen, come la sabbia rosso sangue che incombe dall’inizio alla fine e la scelta di vestire tutti allo stesso modo, il punto è che sommando musica, testo e regia il risultato è superiore ai valori assoluti di ognuno dei tre elementi. Uno più uno più uno fa parecchio più di tre. Forse nell’altermodenità le opere si scrivono così, tenendo assieme tutti gli elementi sin dall'inizio. Forse i radicanti lavorano in team come i postmoderni procedono per citazioni. Forse le due tendenze non sono contrapposte, ma si sono già fuse e questa è un’opera che lo dimostra. «Ah, saperlo, saperlo». Il bello della musica contemporanea è che qualche volta si intuiscono le domande giuste, ma mai le risposte.

di Marcello Filotei

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

26 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE