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Un Papa radicale

· Alla radice il Vangelo ·

"Papa Francesco va al fondamento delle cose" scrive il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, nel libro Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell’amore. Radici teologiche e prospettive pastorali (Brescia, Editrice Queriniana, 2015, pagine 134, euro 13) che esce il 19 febbraio. Parte radicalmente, continua Kasper, vale a dire comincia dalla radice (radix), dal vangelo. La lettura spirituale e lo studio della Sacra Scrittura (Dei Verbum, 21-26), raccomandati dal concilio Vaticano ii, sono per lui di fondamentale importanza, come mostrano le sue omelie e i suoi discorsi (Evangelii gaudium 174s.). Per vangelo, però, Francesco non intende un libro o i quattro libri che noi indichiamo come i quattro vangeli.

Con “vangelo”, infatti, non si intende originariamente uno scritto o un libro, ma un messaggio, più precisamente la consegna di un messaggio buono e liberante, che cambia la situazione radicalmente, mette l’uditore a confronto con una situazione nuova e lo chiama alla decisione. Nell’Antico Testamento vangelo è il messaggio dell’imminente liberazione del popolo di Israele dalla prigionia babilonese, nel Nuovo Testamento è il messaggio, specifico di Gesù, dell’avvento del regno di Dio, il messaggio che Gesù è il Cristo, il messaggio della sua morte e della sua risurrezione e del Signore innalzato, efficacemente presente nella Chiesa e nel mondo con il suo Spirito, il messaggio della speranza nella sua venuta definitiva, dell’inizio e del dono della nuova vita. Ecco, per Francesco si tratta del vangelo di Dio, nella Chiesa vitalmente predicato, creduto, celebrato e vissuto. Per lui è un vangelo della gioia, nel senso di una sovrabbondante pienezza di vita che solo Dio, il quale è tutto in tutto, può donare (Evangelii gaudium, 4s.; 265).

Già i primi paragrafi della Evangelii gaudium mostrano che la gioia del vangelo non consiste in primo luogo nel superamento di un’ingiustizia sociale, per quanto ciò, come mostrano paragrafi successivi, stia a cuore a Papa Francesco.

L’approccio va più in profondità. Si tratta della mancanza di gioia e di slancio, del vuoto interiore e della solitudine della persona chiusa in se stessa e del suo cuore comodo e avaro (Evangelii gaudium, 1s.). Il cuore chiuso su se stesso (cor incurvatum) è, sia in Agostino che in Martin Lutero, un noto motivo per descrivere la situazione dell’uomo non ancora liberato. A questo si riallaccia Francesco con il suo discorso sull’autoreferenzialità. In definitiva, il suo approccio alla mancanza di gioia e di entusiasmo risale a ciò che, dai primi padri del deserto e fino a Tommaso d’Aquino, è considerato il peccato radicale e la tentazione originaria dell’essere umano: l’acedia, l’inerzia del cuore, la forza di gravità che attira in basso, la pesantezza, la nausea delle cose spirituali, che porta alla tristezza di questo mondo (ii Corinzi, 7, 10; cfr. Evangelii gaudium, 1s.; 81).

Questa analisi del tempo presente non è, in realtà, un insieme di pensieri benintenzionati e pii, ma poco convincenti. Papa Francesco non è solo in questo sforzo di analisi. Analisi analoghe si trovano in molti pensatori importanti e influenti dell’ultimo secolo. Già Søren Kierkegaard e poi, in modo diverso, Romano Guardini hanno parlato della malinconia, Martin Heidegger dell’angoscia come stato d’animo di fondo, Jean-Paul Sartre della nausea dell’uomo d’oggi.

Friedrich Nietzsche ha descritto ironicamente “l’ultimo uomo”, che si accontenta della piccola banale felicità, per il quale però non brilla più alcuna stella: «Che cos’è l’amore? E la creazione? E il desiderio? Che cos’è una stella? — così si chiede l’ultimo uomo, e strizza l’occhio». Lucidamente, sulla base di molte citazioni e osservazioni, ha evidenziato la mancanza di gioia dell’uomo moderno un mio predecessore sulla cattedra episcopale di Rottenburg, il vescovo Paul Wilhelm Keppler (1852-1926), nel libro Mehr Freude (Più gioia), diffuso in molte edizioni e traduzioni. La Evangelii gaudium affronta il problema della Chiesa e del mondo attuale alla radice. All’urgenza del momento e alla crisi nella Chiesa essa risponde con il vangelo. Il vangelo è l’origine, data una volta per tutte, la base permanente e la fonte continuamente zampillante di ogni cristiana dottrina e disciplina morale (Dignitatis humanae, 1501). Solo a partire dal vangelo la fede e la vita cristiana possono riconquistare la loro freschezza (Evangelii gaudium, 11). La gioia del vangelo può suscitare di nuovo gioia di vivere, gioia per la creazione, per la fede e per la Chiesa. Solo la gioia come dono dello Spirito Santo (Romani, 14, 17; 15, 13 e seguenti), la gioia di una «evangelizzazione con Spirito» (Evangelii gaudium, 259-261) può portare a un nuovo inizio. Poiché Dio è il bene supremo, è tutto in tutti e tutto dona, secondo Tommaso la gioia nascerà come pienezza globale dell’uomo dall’amore di Dio. Con questo approccio Papa Francesco si muove all’interno di una grande tradizione.

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23 ottobre 2019

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