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Un Papa di carne

· A colloquio con l’arcivescovo Loris Francesco Capovilla a cinquant’anni dalla morte di Giovanni XXIII ·

Un Papa di carne. Questa definizione che don Primo Mazzolari coniò per Giovanni XXIII, l’arcivescovo Loris Francesco Capovilla l’applica anche a Papa Francesco. Nel corso dell’intervista a «L’Osservatore Romano» in occasione dei cinquanta anni di ricorrenza della morte del beato Giovanni XXIII e dell’inizio del concilio Vaticano II, l’antico segretario di Roncalli rileva un singolare collegamento nello stile pastorale dei due Pontefici. Entrambi, a suo dire, hanno suscitato un forte consenso popolare perché manifestazione concreta e immediata dell’umanità e della bontà di Dio.

Si commuove più volte Capovilla nel suo studio a Sotto il Monte. Sta per compiere 98 anni con una salute invidiabile e una mente vigile. Viene quasi naturale ricordare una delle ultime frasi confidenziali che il papa della bontà, sul letto di morte, rivolse al suo fedele segretario che addolorato per il distacco aveva la sensazione che, a breve, avrebbe seguito il suo caro Papa: «Oh no! Hai molto da lavorare, prima che la tua testimonianza sia compiuta. Quando non ci sarò più, tu andrai, vero, a Sotto il Monte a trovare i miei? Sono semplici e umili, ma costanti e fedeli nell’amicizia... Ti ringrazio di aver pensato a loro, d’esserti preso cura dei vecchi... Quando tutto sarà compiuto, prenditi un po’ di riposo e va a trovare la tua mamma».

Le vicende non sempre facili che hanno accompagnato l’annuncio, la celebrazione e il tempo successivo al concilio, hanno documentato quanto fosse opportuno poter contare su fonti attendibili, di prima mano — e monsignor Capovilla lo è stato — per cogliere la genuina ispirazione del concilio e la sua natura di nuova Pentecoste donata da Dio alla sua Chiesa. Particolare gratitudine Capovilla ha riservato nei confronti di Paolo VI che «in una difficile navigazione e operando con la massima prudenza» ha continuato e portato a termine l’opera di Papa Giovanni.

Prima del colloquio con «L’Osservatore Romano» — al quale precisa lucidamente che la morte di Giovanni XXIII avvenne alle 19,45 e non alle 19,49 del 3 giugno come finora si riteneva — proprio ricordando le difficoltà per portare a piena applicazione il Vaticano II, monsignor Capovilla sottolinea l’impegno dei Papi nel mantenersi fedeli al concilio e la sua speciale sintonia con Papa Francesco.

Lei è carico di anni e di memorie. Ricordare Papa Giovanni e parlarne ci mette in sintonia con il passato o spinge a guardare avanti, al futuro della fede?

Papa Giovanni diceva che a essere pessimisti o ottimisti si paga lo stesso; tanto vale essere ottimisti, confidando in Dio. Il nostro ottimismo nasce dalla fede e dalla carità. Nasce dalla fede che Dio non può fallire e che l’opera di Gesù non può essere distrutta, e nasce dall’amore perché ci è stato ordinato di amare. Non ci è stato detto amerai solo i buoni e non i cattivi, come noi siamo soliti catalogare i nostri fratelli e sorelle. Amatevi l’un altro, ci ha detto Gesù. E Giovanni XXIII, in linea con questo comandamento, aprendo il concilio ha indicato la medicina della misericordia e dell’amore come via per rendere credibile il Vangelo anche ai nostri giorni. Solo che noi non abbiamo capito abbastanza cosa volesse dire questa indicazione. Ne ha dato un esempio con la Pacem in terris, l’enciclica pubblicata in un momento molto triste e difficile della storia dell’umanità che disponeva di terribili armi di distruzione globale. Il Papa si domandò: che cosa proponiamo al mondo adesso? Cosa dobbiamo fare? Credenti in Dio, in Cristo salvatore, nelle sue leggi d’amore, non possiamo dire che le guerre ci sono sempre state e sempre ci saranno. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà per la pace autentica e piena, ma è evidente che lui ha cooperato, come tanti prima di lui. Tanti uomini di buona volontà e, nella Chiesa, Padri e dottori, martiri e confessori hanno cooperato perché l’umanità si ponesse questo obiettivo. Noi dobbiamo rimanere saldi nella dottrina che ci ha lasciato Gesù, senza paura di essere troppo buoni o troppo misericordiosi. Ci sono state persone tra i credenti che hanno fatto confusione dicendo: se noi cominciamo a distinguere tra il peccato e i peccatori, la gente non capisce nulla e ci sarà confusione. No, io lo spiego ai bambini e lo capiscono: bambino, ricordati che la bestemmia è un orribile peccato, ma che il bestemmiatore non è un orribile uomo. Definendo orribile un uomo tu dai un giudizio e Gesù ha detto: non giudicate. Perché non devi definire orribile un uomo? Perché è una persona e ha diritti inalienabili dati da Dio, e tra i diritti ci sono anche il rispetto, la fiducia, la speranza, e anche se lui è un grande peccatore e tu sei cristiano, egli ha diritto al tuo amore, perché forse solo con l’amore lo possiamo riportare a casa. Misericordia è considerare con il cuore i miseri e dir loro che a vederli in tale stato ci si spezza il cuore.

Ripercorriamo il cammino conciliare di Papa Giovanni da cui emerge un disegno provvidenziale che nella sua mente e nel cuore si andava componendo nell’espressione «nuova Pentecoste». Il concilio come buona novella e non come profezia di sventura. La sua scelta di ottimismo era frutto di ingenuità storica o si radicava nel Vangelo?

Il Papa parlava in questa maniera non perché avesse gli occhi chiusi e non riconoscesse l’opera dello spirito del male. Confidava, invece, immensamente in Gesù. E allora non ha preso paura della sua età. Quando accennò una prima volta informalmente al concilio e il suo piccolo segretario, che sono io, rimase silenzioso, senza alcun commento, lui capì. Infatti obbedivo a una norma che mi aveva dato lui a Venezia. Potevo esprimere il mio parere positivo, ma in caso di qualche riserva dovevo tacere e sarebbe stato lui stesso a chiedermi spiegazione. Di fronte alla prospettiva di un concilio feci perciò silenzio. Siamo andati a Castel Gandolfo. Papa Giovanni soleva dire che non è importante attuare un progetto o un’ispirazione, importante è accettarla; se poi Dio dispone che si tronca la tua vita, la continuerà un altro. Non si perde nulla. Quando la terza volta mi parlò dell’idea del concilio, di fronte al mio silenzio si convinse che avevo delle riserve. Mi sentivo confuso. Allora mi rispose: «Lo so com’è, hai pensato che sono vecchio. Sì, l’hai pensato. Mesi di preparazione, consultazioni, ci vorranno anni. Me lo sono detto anche da solo: ma io sono troppo pigro per potermi applicare ai tanti problemi che si riversano sul mio tavolo, sono anche vecchio. Poi ho pensato di avere dei collaboratori». Non ha mai fatto critiche sui suoi collaboratori, tutti, fossero di una o di altra tendenza, di una o di altra apertura pastorale. Ma sottolineava come l’idea del concilio fosse partita da un grande atto di umiltà. Non poteva essere che un’ispirazione di Dio. La Chiesa aveva bisogno di un incontro universale. E il concilio ha rappresentato per la prima volta in venti secoli un incontro di vescovi mai così variegati per lingue, razze, culture, tradizioni. In tante diversità tutti hanno insieme pregato, cantato, promesso, obbedito. E una cosa stupenda è stata la grande domanda di Papa Giovanni: «Che cosa venite a fare a Roma?». Nel famoso discorso di apertura dell’11 ottobre — che io chiamo la carta d’imbarco dei vescovi che vengono a Roma per il concilio — c’è la risposta: prima di tutto siamo preti, andiamo a pregare. Siamo sacerdoti e non possiamo che attingere la nostra vita al libro della divina rivelazione, dalla messa e dai sacramenti. Siamo venuti poi a deporre sull’altare dell’apostolo Pietro le situazioni dei nostri Paesi, già cristianizzati o scristianizzati o in attesa di qualche fatto nuovo, e soprattutto a domandarci se ha ancora un senso portare il messaggio cristiano come lo abbiamo portato fino a ieri. Il missionario come deve comportarsi, le nostre scuole come devono muoversi? E tutto questo mondo che guarda alla Chiesa come alla sposa di Gesù sine macula, senza rughe, è contento di noi? Ci troviamo insieme, entriamo in molta umiltà a pregare per obbedire a Dio. Poi, quando usciamo, il mondo ci domanderà: che messaggio portate al mondo? È inutile che portiamo la paura. Siamo chiamati a portare gaudium et spes.

Il Papa,  nel radiomessaggio dell’11 settembre 1963 definiva il concilio un motivo di vera letizia per la Chiesa universale. Ma il Vaticano II ha portato anche divisioni e ancora oggi nei suoi confronti permangono tante riserve. Che ne pensa?

Noi siamo cristiani un po’ zoppi qualche volta, ma non dobbiamo addebitare alla Chiesa le colpe dei singoli che, purtroppo, non sono mai mancate nella storia. La Chiesa non è vecchia, e resta sempre la fontana del villaggio, come la definì Papa Giovanni. Riportare i credenti alla sorgente è stato sempre lo sforzo e l’esempio dei santi. Svegliare i dormienti e riportare sulla retta via chi era fuori strada, questo si è sempre fatto. Se qualcuno di noi, anche ecclesiastico, ha sbagliato, cosa costa dire: sono un povero peccatore? Immediatamente due braccia si aprono ad accoglierti. Ricordo quando hanno fatto delle inutili critiche al Papa definito buono. Preferisco chiamare Giovanni XXIII il Papa della bontà. E ciascuno mette una sottolineatura su una virtù esercitata in modo particolare: un altro può essere il Papa della pace, delle missioni, della cultura. Abbiamo bisogno di tutti gli aiuti possibili per la nostra vita. Molti sono incantati dinanzi ai progressi, abbiamo messo i piedi sulla luna. Adesso con Papa Francesco abbiamo messo i piedi sulla terra, in contatto con i nostri fratelli, per camminare insieme, nel pieno rispetto reciproco. La nostra vocazione è portare nel mondo questa speranza. E ciascuno di noi deve essere pronto a convertirsi. E la prima conversione qual è? Prendere in mano la prima lettera ai Corinzi e fermarsi al dodicesimo capitolo, quello dei carismi, che sono i doni. Ogni dono è qualcosa che ti ha dato Dio. Anche se tu non fossi credente o praticante c’è una coscienza che è viva dentro di te. Il dono non ti è stato dato solo per te e la tua famiglia, ma per il bene comune. È il momento in cui il cristiano deve dare questo esempio: quello che ho non è completamente mio, mi è stato dato per aiutare i fratelli. Dentro e fuori la Chiesa. Ecco la partecipazione del cristiano alle sorti del suo Paese. Sei tenuto a dare, a fare famiglia con i tuoi fratelli, sei tenuto ad amare.

Cosa vuol dire oggi ricorrere alla medicina della misericordia?

Si esercita verso chi è malato, chi cammina non ne ha bisogno. Abbiamo tanti problemi gravissimi, alcuni angustiano tutti, dai teologi ai pastori d’anime. Siamo preoccupati, perché il no a volte dobbiamo dirlo con chiarezza. Papa Giovanni ci ha ricordato che davanti al vizio Giovanni Battista ha gridato forte. Mi è stato chiesto da giornalisti spagnoli se Benedetto XVI è stato un po’ condiscendente con i lefebvriani. No, semmai è stato caritatevole. Se non pensiamo così facciamo fatica a rimanere cristiani. In una telefonata recente Papa Francesco mi ha lasciato un grande esempio di mitezza. I miti possederanno la terra, ossia il cuore degli uomini. Mi ricordo la prima preghiera di Papa Giovanni il giorno dell’incoronazione, il 4 novembre 1958, quando disse: anime pie, anime buone di tutto il mondo, pregate per il vostro Papa perché conservi il dono dell’umiltà e della mitezza, perché con questo seguiranno tanti altri favori e grazie per l’umanità intera. Abbiamo bisogno anche oggi di umiltà e di mitezza. E Papa Francesco ce lo ricorda bene.

Papa Giovanni un mese prima del concilio parlò della Chiesa di tutti, ma specialmente di Chiesa dei poveri. Perché la Chiesa dei poveri è un argomento tanto divisivo?

Ho fatto esperienza nella mia vita, ho conosciuto genitori con tre o quattro figli e uno handicappato. Questa gente vive con il pensiero soprattutto di questo figlio, perché la prima preoccupazione è per il malato. Ricominciamo a leggere gli Atti degli apostoli, dove si narra che la comunità cristiana aveva dei beni che portava agli apostoli per sostenere i poveri, le vedove, gli orfani, gli stranieri. Già l’Antico Testamento è pieno di attenzioni per i poveri, ma soprattutto lo è il Nuovo Testamento. Sappiamo che una delle prime creazioni apostoliche è stata l’istituzione dei diaconi. La Chiesa è di tutti, senza eccezioni, ma principalmente dei poveri: se invece di “specialmente” si dicesse “inizialmente” sarebbe lo stesso, ma si spiegherebbe un po’ meglio, perché vorrebbe dire che non mi occupo di lui solo perché è povero, ma per lui che ha più bisogno di me. Prima vengono quelli che hanno bisogno. Se dovessimo erigere monumenti a tutti coloro che hanno esercitato le quattordici opere di misericordia, corporale e spirituale, non ci basterebbero i Paesi per farlo. Penso sia necessario anche per noi che siamo stati in seminario che accanto alla pietà, alla purezza, si consideri la giustizia, che qualche volta abbiamo un po’ trascurato. Questa riflessione viene dal fatto che si usa dire: ho questa cosa, è mia. No, dobbiamo crearci una nuova mentalità: ogni cosa mi è stata data per la comune utilità. E per questo siamo chiamati a risolvere i problemi sia materiali che spirituali dell’uomo. L’uomo nasce con dei diritti inalienabili. Ci siamo sempre adoperati per la formazione alla paternità e alla maternità. Mettere al mondo un bambino non è solo dare un pezzo di pane, abbiamo grandi obblighi e tutta la nostra vita deve essere in funzione dei doveri e dei diritti. Povero è chi ha un pane, un vestito, un letto, una medicina, e rimane sempre povero. Quello che tuttora è una vergogna è che ci sono i miserabili. Nel 1930 da ragazzo mi si fissò nella mente un libro di Daniel Ross dal titolo La miseria e noi. Dobbiamo farle queste considerazioni. Ringrazio Dio che ci ha dato dei Papi che ci hanno aiutato a maturare una coscienza sensibile al problema dei poveri e della giustizia.

Perché dice che Papa Francesco la commuove?

Voglio essere preciso: ogni mattina ricordo sempre la Chiesa, il nostro Papa Francesco e Benedetto XVI. Ha servito, ha amato, ha istruito. Nessun Papa ha tutto negativo o tutto positivo. Non ho mai mitizzato Papa Giovanni, ma la serenità, la semplicità, il modo di guardarti sono indimenticabili. E accade ugualmente con Papa Francesco. Quando gira per piazza San Pietro dà l’impressione che vorrebbe dare la mano a tutti, vorrebbe fare una carezza a tutti. È questa umanità di Dio che viene mostrata, come scrive san Paolo nella lettera a Tito. Il cardinale Testa, che era un uomo serio, di poche parole, una volta mi domandò all’inizio del pontificato di Papa Giovanni cosa pensassi dell’entusiasmo con cui i romani lo avevano accolto. La risposta fu che per i romani è sempre così, per loro il Papa è il Papa, si chiami Leone XIII, Benedetto XV, Pio XI o Pio XII. In Papa Francesco sono evidenti la bontà e l’umanità di Dio che si mostra alla gente comune. Don Primo Mazzolari, un grande prete italiano — e sono grato a Benedetto XVI di averlo ricordato nel 2009 in piazza San Pietro nel cinquantesimo della morte come una buona guida dei preti italiani — quando fu eletto Papa Giovanni, disse: «Abbiamo un Papa di carne». Non si tratta di una cosa banale, perché Dio si è fatto carne. Papa Francesco lo manifesta in forma eloquente. Anche noi dovremmo incarnare il Vangelo per andare dai nostri fratelli, con più attenzione, meno applausi e più esemplarità di vita.

Al termine del colloquio, l’arcivescovo si congeda con l’omaggio di un depliant che raffigura in parallelo il volto di due Papi, Giovanni XXIII e Francesco, uniti da una citazione di sant’Ambrogio: «Cristo per noi è tutto». A indicare una sostanziale fedeltà della Chiesa al Vangelo che anche oggi si testimonia in forma credibile vivendo l’amore di Dio e del prossimo.

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22 agosto 2019

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