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Il fuoco di Prouhèze

· Hans Urs Von Balthasar e «La scarpina di raso» ·

Due interpreti di «Attraverso il mare del desiderio»

Il Meeting apre la sua trentanovesima edizione con Attraverso il mare del desiderio, uno spettacolo che si svolgerà nella cornice del bimillenario Ponte di Tiberio a Rimini domenica 19 agosto. Si tratta di una riduzione teatrale del dramma La scarpetta di raso di Paul Claudel, di cui il 6 agosto scorso sono stati celebrati i centocinquanta anni dalla nascita. La vicenda, trasposta da Agnese Bezzera, Otello Cenci e Giampiero Pizzol, racconta la travagliata e poetica storia d’amore di Donna Prouhèze e Don Rodrigue, eroe delle Americhe colonizzate. Quest’anno il tema del Meeting è «Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice»; lo spettacolo — patrocinato dalla Société Paul Claudel, in collaborazione con la Sagra Musicale Malatestiana e la Regione Puglia — è una riflessione sulle dinamiche più profonde dei sentimenti e sul significato dell’amore umano, cercando di tenere aperta la domanda sulla sete di felicità degli uomini, che niente di esclusivamente umano riesce a saziare.

Balthasar non ha solo letto, e con passione, Paul Claudel, ma ha anche iniziato molto presto a tradurlo. Nel 1939 farà uscire in tedesco le Cinque grandi odi e La scarpina di raso. Rivedrà, per venticinque anni, la sua versione dell’opera lirica e ritornerà almeno cinque volte sulla sua traduzione dell’opera teatrale, compendio di tutta la creazione poetica e drammatica dello scrittore — ammetterà poi — e senz’altro anche una miniera di indizi autobiografici.

Un anno dopo la sua rappresentazione alla Comédie Française con la sceneggiatura di Jean-Louis Barrault, il 10 giugno 1944 il teatro di Zurigo presenta l’opera nella sua versione dovuta alle cure del “gesuita eminentissimo” che diventerà, dixit l’autore, il «traduttore autorizzato» delle sue opere. All’enorme successo che ebbe allora la rappresentazione forse non erano estranei la presenza e i consigli dello stesso Balthasar durante le prove, ma vi contribuì anche la qualità, la libertà della sua traduzione. «Se non trovate una parola, prendetene un’altra», gli aveva consigliato molto semplicemente Claudel: egli si rallegrava infatti soprattutto della finezza con la quale è colta l’intenzione delle sue opere. La traduzione del giovane teologo rendeva, nel ritmo e nella rima, l’esuberante ricchezza d’immagini e di linguaggio di quel poeta cosmico e cattolico, che abbraccia il mondo e l’aldilà, ed era questo ciò che contava più di ogni altra cosa.

Fu durante gli studi a Fourvière che scoprì il poeta. La teologia arida che vi veniva insegnata gli faceva gustare ancora di più, sulla collina che dominava la Saona, la lettura de La scarpina di raso. In un salone lionese un giorno fece la sua conoscenza: «Un meraviglioso incontro in città mi rimane in memoria; era seduto in mezzo a una cerchia di ammiratori e irradiava cerimoniosamente bontà e saggezza come un sole; per ogni domanda stupida aveva una risposta di un’ingegnosità abbagliante, costruttiva». “L’evento Paul Claudel” — è così che definì tale incontro memorabile — segnerà profondamente, senz’altro per questa passione per la totalità, il suo pensiero. Da lì datano i suoi primi saggi letterari.

A colpirlo subito di Claudel fu, di fatto, l’intreccio paradossale di due motivi opposti e incompatibili: la solitudine senza speranza dell’uomo esiliato e l’unità definitiva dell’esistenza. «In fondo all’impossibile, il miracolo; in fondo all’esilio d’amore, la certezza: l’esperienza che tutti gli esseri, anche gli amanti, provengono dalla sorgente comune dell’Infinito e sono legati gli uni agli altri e una cosa sola in questa sorgente: in fondo a ogni separazione regna, come condizione della sua possibilità e al tempo stesso come suo superamento, un’unità più ampia, la circumincessio degli amanti in Dio, e per questo anche la partecipazione alla sua azione creatrice originale, di modo che l’una e l’altra si colmino mutuamente in Dio dei benefici dell’essere». La parola ultima di ogni vita è la gioia.

«Dove vorreste ancora arrivare prima della vostra morte?», gli domandò un giornalista quando aveva ormai completato la sua opera. «Non c’è più nulla che io desideri ancora fare», rispose con la sua voce spenta. «Adesso mi lascio disintegrare». Utilizzò un verbo che in tedesco viene applicato alle meteore che s’infiammano e si dissolvono con la stessa velocità con cui sono sorte. Si penserà senz’altro alla fine tragica di Doña Prouhèze, il personaggio centrale de La scarpina di raso, che ama ed è amata da Rodrigo di un amore irrealizzabile quaggiù. Per salvare un’anima, quella di Don Camille, il rinnegato, ella si farà saltare in aria insieme alla fortezza di Mogador. «Prouhèze arde e si trasforma in modo sublime in una stella: la sua crocifissione è la salita di un’alta fiamma», aveva scritto di lei nel 1939, qualche mese prima del suo incontro decisivo con Adrienne von Speyr.

Ma, nella sua vecchiaia, il teologo pensava probabilmente più al modo in cui Rodrigo doveva «vivere nel suo corpo un’ignominiosa decomposizione». La putrefazione e la disgregazione dell’uno non è tuttavia indipendente dalla deflagrazione dell’altra, tanto è vero che «le due forme, il cammino attraverso l’inferno e il cammino attraverso le profondità, sono un solo cammino, e alla fine giungono tutti e due alla stessa meta». In effetti, aggiungeva: «Questi due cammini che conducono alla morte sono terribili l’uno e l’altro, felici l’uno e l’altro, necessari l’uno e l’altro».

Nella morte di Prouhèze Rodrigo vede colei il cui nome significa “valore, coraggio e intrepidezza” trasfigurarsi in una stella. Anche lui, ma molto dopo di lei, sarà purificato dal suo amore sensuale. La sua fine, nella profonda umiliazione di una totale indigenza, sarà fonte di grazia. Se si sono scontrati, l’uno e l’altra, con le forze superiori della società — forze contro le quali, avverte Claudel, non è possibile “vincere”, ma solo “resistere” — sono stati sconfitti solo in apparenza: la loro resistenza, al di là del fallimento esteriore della loro missione, ha fatto fiorire una insospettata benedizione.

Alla preghiera iniziale per l’eroe del fratello arenato sulla nave, il Cielo ha risposto con il salvataggio dell’ex novizio arenato come aiuto portinaio in un carmelo. Balthasar forse non avrebbe messo tanta passione nel tradurre questa opera se non l’avesse continuamente riletta sul filo della sua produzione teologica, se non vi avesse intravvisto, sempre meglio, una chiave della propria vita e della sua missione. «È di quelli che non possono salvarsi se non salvando tutta questa massa che prende la propria forma dietro di loro», diceva il gesuita a proposito di suo fratello. Il teologo senz’altro sapeva di essere fatto della stessa stoffa, votato allo stesso destino.

di Jacques Servais

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08 dicembre 2019

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