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​Un occhio dolce
che dove guarda vede

· ​Pier Paolo Pasolini racconta l'incontro con Madre Teresa tra il 1960 e il 1961 ·

«Suor Teresa è una donna anziana, bruna di pelle, perché è albanese, alta, asciutta, con due mascelle quasi virili, e l’occhio dolce, che, dove guarda, “vede”. Assomiglia a una famosa sant’Anna di Michelangelo: e ha nei tratti impressa la bontà vera, quella descritta da Proust nella vecchia serva Francesca: la bontà senza aloni sentimentali, senza attese, tranquilla e tranquillizzante, potentemente pratica».

Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia ed Elsa Morante durante il viaggio in India

Pier Paolo Pasolini incontra e ritrae madre Teresa di Calcutta in tempi e modi non sospetti, al cuore di un viaggio che, a cavallo tra 1960 e 1961, con l’occasione di un invito a una commemorazione dedicata a Tagore, lo porta per sei settimane in giro per l’India. È in compagnia di Alberto Moraviad e Elsa Morante, ma, come si evince dalle dense pagine del suo multiforme reportage L’odore dell’India (Milano, Garzanti, 2009, recentemente ripubblicato da Rcs per il «Corriere della Sera»), il suo approccio è diverso: «ineconomico» si autodefinisce quando, appena giunto, preferisce inoltrarsi fra gli straccioni del porto di Bombay mentre Moravia, «col suo meraviglioso igienismo» e il disincanto emotivo di chi ha già visitato gli stessi luoghi decenni prima, preferisce ritirarsi nel lussuoso Taj Mahal Hotel. Uno stile, quello pasoliniano, che vorrebbe essere e definirsi informale, ma in realtà, quasi suo malgrado, è farcito (con naturalezza e senza ricerca né sforzo) di riferimenti classici (come poteva esserlo quello di un Cesare Pavese).
Con pari naturalezza e altrettanto — e dichiaratamente — suo malgrado, il contesto è quello di uno che proviene e prende le misure da una cultura con coordinate ideologiche radicate e quasi scontate, e improvvisamente, con una sorta di sradicamento, si trova catapultato in un contesto e in una cultura dove non sembrano funzionare neppure certi luoghi comuni — spietatamente smascherati — secondo cui l’India può esser vista come terra «naturalmente» religiosa.
Benché Pasolini, dalla sua prospettiva comunque europea, tenda a vedere nel subcontinente indiano un’unità più che un coacervo, cercando fattori di sintesi più che di diaspora, quando a Nuova Delhi partecipa a un ricevimento all’ambasciata di Cuba (nel secondo anniversario della rivoluzione), vedendo tra la folla due prelati cattolici, ha la sensazione che il cattolicesimo non coincida con il mondo e si chiede, «per la prima volta in maniera urgente, da che cosa fosse riempito questo immenso mondo, questo subcontinente di quattrocento milioni di anime».
Nella nudità emotiva dichiaratamente disarmata rispetto a Moravia «che si è documentato alla perfezione» e alla colta Morante «che parla inglese meglio di me», stabilita una complicità di bisogni elementari con la gente (la fame, la fatica dei «cavalli umani» da cui rifiuta di lasciarsi trasportare in risciò), Pasolini non intende celare dietro il colore locale il grottesco di situazioni e santoni «su cui non posso che limitarmi a delle descrizioni come quelle che ho fatto»; tuttavia crede di intravedere una caratteristica trasversale e se ne lascia conquistare: la dolcezza, da non confondere con la sdolcinatezza né con un romantico struggimento.

di Isabella Farinelli

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18 marzo 2019

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