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Un nuovo Jean Valjean

· La toccante storia di conversione di Tim Guénard ·

Se c’è di mezzo il Big Boss, odiare diventa impossibile e ogni cosa è vissuta come un dono. Parlare di Dio e della propria storia personale, per Tim Guénard è sempre un’occasione gradita e, nonostante si tratti di un vissuto tra i più drammatici che si possano immaginare, lui lo fa con un’ironia disarmante. Da giovane era un ragazzo di strada e un ladruncolo e, incredibilmente, è stato proprio rubando che Tim ha incontrato Dio. È proprio il verbo “rubare”, una delle espressioni più ricorrenti durante la testimonianza che lo scrittore e conferenziere francese ha tenuto martedì sera nella parrocchia romana dei Santi Fabiano e Venanzio, nel quartiere Tuscolano. Viene quasi da paragonarlo, per questo, al Buon Ladrone, che “ruba” a Cristo crocefisso il Paradiso, solo per avergli chiesto di ricordarsi di lui.

Tim Guénard

«Sono sempre ladro ma non più di cose materiali — ha raccontato Guenard —. Ho rubato parole come ti amo, ti voglio bene, sono fiero di te. In famiglia eravamo atei, pure io lo ero. E ho rubato la religione da coloro avevano Dio dentro di loro». Ama giocare coi paradossi, questo omone robusto, dal volto giocoso, il classico gigante buono: guardandolo, non diresti mai che la prima parte della sua vita sia stata segnata dall’odio. Non un odio qualsiasi ma un rancore così feroce da portarlo a meditare l’uccisione del padre. Poteva essere diversamente per un bambino abbandonato dalla madre a soli due anni, legato a un lampione come un cagnolino e poi ripreso in casa dal padre alcolizzato che un giorno lo picchia fino a mandarlo in coma? «Sono figlio, nipote e pronipote di alcolizzati, io non lo sarò, affinché nemmeno i miei figli e nipoti lo siano — ha detto ancora Guenard — Mi hanno percosso ma io non percuoterò i miei figli».
Quando il piccolo Tim si risvegliò dal coma, paralizzato alle gambe, l’unico stimolo a guarire e a vivere ancora fu la sua immensa rabbia. «Mi dicevo: non perdonerò mai mio padre, tornerò a camminare per andarlo a uccidere. Gli altri andavano avanti con il carburante dell’amore, io con il carburante dell’odio». Fin quasi alla maturità, in effetti, Guenard non si sentì mai amato da nessuno. Eppure, intorno a sé, nelle carceri e negli orfanotrofi dove periodicamente finiva, percepiva che negli altri, talvolta, le cose andavano diversamente. «Scoprivo che le persone si amavano, comunicavano con dei bei suoni, si guardavano con dolcezza, si scambiavano regali». E Tim era rimasto talmente rapito da quei fugaci quadretti idilliaci, che un giorno si era impossessato della carta di uno di quei regali: vi era impressa sopra l’immagine infantile di un orsacchiotto che «sembrava salutasse me. Tutti i giorni mi mettevo a guardare questo pezzetto di carta da regalo. La sera avevo l’impressione che l’orsetto mi dicesse: buonanotte». In orfanotrofio, ciclicamente, molti bambini «vincevano la lotteria dell’amore» e finivano in adozione presso qualche famiglia. Per Tim non è così e la sua vita procede tra le carceri, dove diventa «sempre più violento per farmi rispettare», e la strada. Fuggito a Parigi, per un anno e mezzo dorme sulla rampa destra della Tour Eiffel: «Il trasformatore elettrico era il mio schienale, i giardini pubblici il mio bagno». Sulle panchine fa amicizia con il signor Leon, che gli insegna a leggere. Spinto dalla curiosità, si mette a caccia di giornali anche nelle pattumiere. Un giorno trova in bilico sopra un bidone della spazzatura una copia di Les miserables di Victor Hugo ed è per lui una prima folgorazione: «Jean Valjean — ha commentato in proposito Guenard — è un uomo che aveva avuto una brutta vita, poi era diventato in gamba… Grazie Big Boss per aver inventato la spazzatura: lì ho trovato i miei fratelli e sorelle».
Negli anni seguenti, Tim ha continuato a “rubare” frammenti di umanità sparsi tra tutte le persone che ha incontrato. Un giorno, accompagnandolo in tribunale, un poliziotto gli dà metà del suo panino e lo guarda «in maniera bella». Non male per uno al quale gli assistenti sociali non parlavano mai in modo diretto ma «tramite i fascicoli». «Se oggi sono vivo è grazie a un bello sguardo», confida Tim. In una giudice imparerà a vedere la madre che non ha mai avuto e le promette di consegnare il diploma faticosamente conquistato, salvo poi un giorno doverlo rocambolescamente richiederlo indietro alla donna, per motivi di lavoro.
Com’è avvenuto, poi, l’incontro di Tim Guenard con il Big Boss? Un amico «molto cristiano», un giorno gli parla di Dio, gli dice che «Dio è venuto per i poveri», che prega per lui e, in seguito, lo introduce al volontariato con i disabili presso una comunità, L’Arche. «Perché lavori gratis?”, gli domanda Tim. E lui: «Faccio questo per Dio». E Tim, di primo acchito, pensò: «Questo ha fumato qualcosa di pesante…». Poi un ragazzo handicappato, gli dice: «Andiamo a trovare Gesù». Tim pensa si tratti dell’omonimo di Jesus, un portoghese conosciuto qualche tempo prima. Salvo poi scoprire che la casa di tale Jesus è una chiesa, anzi, per la precisione un tabernacolo chiuso a chiave a doppia mandata, davanti al quale in centinaia tutti parlano con lui… in silenzio, intimandogli di tacere con un rapido «shhh».

Questa è la storia di Tim Guénard, uomo redento, “ladro” di sguardi e d’amore, il cui culmine è il perdono. «Grazie al Big Boss ho potuto perdonare mio padre ma il primo che ho perdonato sono stato me stesso. La mia memoria mi impediva di esistere. Perdonare non è dimenticare ma saper convivere con il tuo passato».

di Luca Marcolivio

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14 ottobre 2019

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