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Un nemico intelligente, perciò pericoloso

· Nuova edizione dell'"Istoria del concilio tridentino" di Paolo Sarpi ·

L’opera vide la luce a Londra, per i tipi del regius typographus John Bill, nel maggio 1619. L’autore si nascondeva sotto lo pseudonimo di “Pietro Soave Polano”, anagramma di “Paolo Sarpio Veneto” e, secondo il curatore Antonio De Dominis nella lettera dedicatoria al re d’Inghilterra Giacomo I, nulla sapeva dell’iniziativa di dare alle stampe il volume. Le cose stavano naturalmente in altro modo. Era stato lui, il servita Paolo Sarpi, a trasmettere ad amici inglesi, tramite la rete di corrispondenti del mercante olandese attivo a Venezia Daniel Nis, il manoscritto originale (oggi a Venezia, Biblioteca Marciana, it. V. 25 [5942]), vergato dal suo segretario, il confratello Marco Fanzano, corretto dall’autore e suddiviso in fascicoli per agevolarne il trasporto.

Ritratto di Paolo Sarpi  (XVII secolo)

L’opera doveva uscire in concomitanza con la chiusura del sinodo calvinista di Dordrecht, in Olanda, per giustificarne e rafforzarne le tesi. Già arcivescovo di Spalato passato alla Riforma, il De Dominis aveva però modificato il dettato originale, per uniformarlo ai modelli storiografici cinquecenteschi. L’Istoria del concilio tridentino nasce così, sotto il segno della dissimulazione e del depistaggio, dell’alterazione e della polemica. Sin dal sottotitolo imposto dal De Dominis: «nella quale si scoprono tutti gli artifici della corte di Roma per impedire che né la verità di dogmi si palesasse, né la riforma del papato e della Chiesa si trattasse». Uno scritto decisamente divisivo, dunque, ma anche straordinariamente fecondo, per la capacità di affascinare e di respingere provocando reazioni a catena che si spingono sino al Risorgimento, che vide in Sarpi un eroe del pensiero laico e anti-romano alla stregua di Giordano Bruno, sino all’Ottocento e al Novecento erudito e storiografico, sino alla grande edizione degli atti del concilio dovuta alla Görresgesellschaft e alla ricostruzione di Hubert Jedin.
Nato nel 1552 a Venezia, Sarpi era entrato a tredici anni, nel 1566, fra i Servi di Maria, poco dopo la conclusione del concilio. Aveva però raccolto una grande quantità di testimonianze, orali e scritte, avvicinando personaggi coinvolti nel grande evento o vicini a suoi protagonisti. Il concilio di Trento aveva d’altra parte rappresentato il grande evento del secolo e del suo significato discutevano politici e canonisti, teologi e pastori, controversisti e riformatori.
La lenta e difficile ricezione dell’evento conciliare si intrecciava con la sua interpretazione. Occasione di una rinascita cattolica o momento di svolta autoritaria e temporalista? La risposta di Sarpi fu decisamente e intransigentemente negativa. In quella assise la volontà di potenza della corte romana aveva tradito la spiritualità delle origini: «desiderato e procurato dagl’uomini pii per riunire la Chiesa», di fatto aveva finito per rendere «le discordie inconciliabili». Se l’eterogenesi dei fini induceva a «rassignare li pensieri in Dio e a non fidarsi della prudenza umana», la descrizione dei «maneggi» esercitati per manipolare e indirizzare il concilio spingeva invece a opporsi con tutti i mezzi a quella corte con la quale i maligni dissero che Sarpi avesse il dente avvelenato per un episcopato negatogli in Dalmazia (ancora nel 1936 il gesuita Pietro Pirri scrisse per la «Civiltà Cattolica» un documentato articolo per spiegare Come Paolo Sarpi non fu vescovo di Nona).
A questa «Iliade del secol nostro» valeva la pena dedicare la massima attenzione, con un occhio rivolto al mito della Chiesa povera e spirituale degli apostoli e l’altro intento a seguire l’insanabile contrasto fra quanti intendevano discutere di riforma della Chiesa e quanti insistevano sulle questioni dogmatiche, per ribadire l’identità cattolica minacciata dalla contestazione luterana e calvinista.
Sarpi conosce bene i grandi storici che lo hanno preceduto, da Francesco Guicciardini a Paolo Giovio, da Onofrio Panvinio a Giovanni Sleidano. Non è però un imitatore. Il suo stile è personale, la prosa «energica, stringente, asciutta», tagliente, davvero agli «antipodi del contemporaneo edonismo barocco» (Gino Benzoni).
Il tema, che appassiona e coinvolge l’autore, lo spinge a manomettere e sconvolgere l’armonia letteraria e la proporzione annalistica. Gli otto libri, non uniformi per estensione e periodo cronologico considerato, infrangono così la tradizione storiografica umanistica «a favore di un intreccio inedito — ha scritto Giorgio Inglese — fra documentazione puntigliosa e riflessione interpretativa, di taglio etico-politico». Una puntigliosità che tranquillamente convive con quella che un grande conoscitore di Sarpi, Gaetano Cozzi, ha chiamato la «fantasia interpretativa» del servita, che non si perita di inserire commenti anonimi, di ricreare vicende ed episodi per esprimere e trasmettere la sua interpretazione dei fatti. Come, per esempio, accade nel quinto capitolo del primo libro a proposito dell’incontro fra Lutero e il nunzio papale Pier Paolo Vergerio a Wittenberg nel 1535.
Il riformatore sassone avrebbe allora individuato il sostanziale difetto della Chiesa di Roma nell’aver voluto stabilire il suo governo sulla base di ragioni e interessi umani, quasi fosse, anziché un organismo fondato su valori religiosi e spirituali, uno Stato meramente temporale, non diverso dalla Francia di Francesco I o dalla Spagna di Carlo V. «Le risposte di Lutero furono, secondo il naturale costume suo, veementi e concitate, con dire che non faceva nissuna stima del conto in che fosse appresso la corte romana, della quale non temeva l’odio né curava la benevolenza...». Qui la storia, avrebbe detto Manzoni, è costretta a inventare e fortuna che c’è avvezza; ma la scena è indubbiamente efficace, il confronto quasi epico. Quella di Sarpi è dunque una storiografia clamorosamente «a tesi», nella linea della Serenissima Repubblica (di cui era consultore teologo) sostenuta in ogni modo nell’aspro scontro con Paolo V, nella crisi dell’Interdetto (1605-1607), durante il quale il servita aveva subìto l’attentato che gli avrebbe fatto pronunciare la celebre, ambivalente frase agnosco stilum Romanae Curiae. Come in altri casi, nella sua fobia Sarpi fu indotto a vedere nella Chiesa solo interessi politici e smanie temporalistiche. La sua aspirazione all’Ecclesiae primitivae forma si rovesciò però nel farsi strumento della volontà di potenza, questa sì tutta terrena e mondana, della Repubblica di san Marco, unica città-stato italiana a regime repubblicano a conservarsi orgogliosamente libera e potente.

La reazione romana non si fece attendere. L’opera fu quasi subito (22 novembre 1619) messa all’Indice. Dal 1625 il gesuita Terenzio Alciati si mise all’opera nel Collegio Romano per confutarla ma morì (1651) prima di riuscire a elaborare la massa di documenti raccolti. Compito realizzato da un suo confratello, Pietro Sforza Pallavicino, che nel 1656-1657 diede alle stampe una contro-storia, l’Istoria del concilio di Trento, alla quale però non arrise la fortuna del pestifero libro che intendeva contestare («una scuola d’aforismi in paragone de’ quali sembrano pie le dottrine del Machiavello»). L’Istoria sarpiana conobbe infatti molteplici traduzioni (dal latino all’inglese, dal francese al tedesco) ed edizioni. Checché se ne pensi della sua prospettiva faziosa, cui probabilmente sfugge il vero mistero teologico della Chiesa (anche nella sua miseria umana) e il paradosso storico di un organismo universale piantato e fondato su un piccolo Stato territoriale, si tratta di un capolavoro. Hubert Jedin ha definito Sarpi un «nemico intelligente, e perciò pericoloso», del papato della Riforma cattolica. Dopo le edizioni di Giovanni Gambarin per Laterza (1935) e di Corrado Vivanti per Einaudi e per l’Istituto Poligrafico dello Stato (1974/2011, col testo della Vita del padre Paolo del discepolo Fulgenzio Micanzio; 2000), ecco ora una nuova edizione della fatica sarpiana a cura di Ugo Dotti (Paolo Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, a cura di U. Dotti, I: [libri I-II]; II [libri III-VI]; III [libri VII-VIII], Torino, Aragno, 2016, pagine XXVI + 616, VIII + 617-1291, VIII + 1293-1835, euro 90). A dimostrazione che, nonostante la sua faziosità, è un’opera che continua ad affascinare, per la qualità della scrittura, per la passione della ricostruzione, per la capacità di far pensare, per riflettere sulla grande crisi del Cinquecento religioso di cui ancora oggi patiamo le conseguenze.

di Paolo Vian

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24 agosto 2019

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