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Un Natale di pace

· La preghiera di Benedetto XV ·

Cento anni fa, alla vigilia di Natale del 1914, in occasione del primo incontro con il collegio cardinalizio, Benedetto XV tenne uno storico discorso sull’efferatezza di una guerra che era ormai scoppiata da cinque mesi e che stava distruggendo l’Europa. «Cadano al suolo le armi fratricide! Cadano alfine queste armi, ormai troppo macchiate di sangue — disse il Papa — e le mani di coloro che han dovuto impugnarle tornino ai lavori dell’industria e del commercio, tornino alle opere della civiltà e della pace». I governanti e i popoli tutti «sentano, almeno oggi», nel giorno di Natale, continuò Benedetto XV, «“l’angelica voce” di Gesù che gli annuncia “il dono della pace”».

Quel discorso, com’è noto, non smosse gli equilibri di una guerra sanguinosa che si sarebbe protratta per altri quattro anni, ma coincise con un evento grandioso che si registrò in alcune zone del fronte occidentale. In quelle zone di guerra, tra i reticolati delle trincee, soffiò lo spirito di Dio che pareva aver ascoltato la preghiera di Benedetto XV e, spontaneamente, senza l’accordo dei generali e dei governanti, fu dichiarata una tregua dai combattimenti che durò alcuni giorni. Giorni in cui i soldati poterono abbracciarsi, scambiarsi i doni, seppellire i propri caduti, celebrare una messa comune e persino giocare una partita di calcio.
Questi fatti, accaduti cento anni fa, sono per tutti noi, oggi, di grande insegnamento. Non bisogna aver paura di cercare la pace. Anzi, occorre volere la pace con tutte le nostre forze perché, come ha detto Papa Francesco, «vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace».
Questo desiderio di pace e questi straordinari avvenimenti del 1914 mi spingono a un duplice sogno che si converte in umile preghiera: che almeno nel giorno di Natale, nel nome di questo disarmato e docile bambino nato nella grotta di Betlemme, si fermino le violenze in ogni parte del mondo, cessino le sopraffazioni dell’uomo sull’uomo sui luoghi di lavoro, si arrestino sulle rive del mare i feroci Caronte che traghettano sul mar Mediterraneo i disperati in fuga dalla povertà o da regimi dispotici.
E magari si faccia come ad Haifa dove i bambini israeliani e quelli palestinesi, qualche giorno fa, hanno giocato una partita di calcio in memoria della tregua di Natale del 1914. Mi hanno colpito le parole dell’ambasciatore britannico in Israele, Matthew Gould, che ha dichiarato: «Di solito i bambini di diverse comunità non parlano tra loro, non giocano insieme. Il calcio invece è un modo per unire e costruire amicizie e legami. Non riesco a pensare a un modo migliore per commemorare la tregua di Natale».
Facciamo poi in modo che quella tregua straordinaria di cento anni fa, mossa da una comune anima religiosa che caratterizzava gli eserciti in guerra, si concretizzi anche oggi nella riscoperta dell’anima profonda dell’Europa.
La storica visita a Strasburgo di Francesco — un Papa «preso dalla fine del mondo» che si è rivolto in modo così intenso e convincente a un continente invecchiato che è diventato «una nuova periferia» — non può rimanere racchiusa soltanto nei giornali o nei libri di storia, ma va concretizzata e attualizzata.
Per questo motivo, sulla scia degli interventi di Francesco, i vescovi dell’Umbria stanno promuovendo ad Assisi un luogo stabile di incontro e di studio, di preghiera e di riflessione, che possa allargare i suoi orizzonti a tutta l’Europa, nella ricerca di quell’anima profonda e di quelle radici che il vecchio continente ha l’assoluta necessità di riscoprire.

di Gualtiero Bassetti

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16 luglio 2019

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