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Un Mosè
dei nostri giorni

· Sessant’anni fa moriva don Primo Mazzolari ·

Il 12 aprile 1959, a Cremona, moriva don Primo Mazzolari. Il prete lombardo era stato salutato poche settimane prima da Giovanni XXIII come «la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana». Dopo molte sofferenze e incomprensioni con la Chiesa istituzionale, l’incontro con papa Roncalli lo ha rappacificato interiormente. All’amica bresciana Rachele Tosana scriveva: «Ho parlato col Papa. È un vero Padre, e la sua bontà mi ha acquietato il cuore».

La morte del sacerdote cremonese si è consumata tra due eventi fortemente simbolici. Il primo è dato dal fatto che si è accasciato, colpito da emorragia cerebrale, durante la predicazione in chiesa la domenica in Albis. I successivi soccorsi e il ricovero presso la clinica San Camillo di Cremona si sono purtroppo rivelati inutili. La sua condizione è andata degenerando fino al decesso, avvenuto sette giorni dopo. Oggi, quella domenica è denominata anche «della misericordia».

Per l’autore de La più bella avventura e per il protagonista di una delle omelie più famose del Novecento, Nostro fratello Giuda (3 aprile 1958), la misericordia è il cuore del messaggio cristiano. Un segno della Provvidenza, verrebbe da dire. Il parroco che ha fatto risuonare la sua voce, tromba dello Spirito, in tutta Italia — da Bozzolo a Firenze, da Verona a Caltanisetta, da Brescia a Cagliari, da Genova a Roma — conclude i suoi giorni mentre annuncia il Vangelo. Il Cristo di cui era innamorato non poteva, forse, fargli dono migliore!

Il secondo fatto simbolicamente importante è la morte avvenuta alla vigilia del concilio Vaticano II. Don Primo ha anticipato diversi temi proposti dal Concilio: il ruolo dei laici nella Chiesa, la centralità della coscienza, la pace oltre la teoria della guerra giusta, la conversione come avventura di ogni credente, la misericordia di Dio per tutti, l’amore per la Parola del Vangelo, la Chiesa come focolare domestico capace di offrire calore a ogni uomo, la scelta preferenziale per i poveri, l’unione tra la fede, la liturgia e la vita. Diverse tematiche, entrate nei documenti conciliari, sono state sognate e vissute da don Mazzolari: sperimentate da lui con naturalezza, ma spesso ostacolate come non opportune da parte di molti che gli vivevano a fianco.

Come un Mosè dei nostri giorni, il parroco di Bozzolo ha condiviso la convocazione del Concilio ad opera di Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, ne ha elogiato il coraggio in un articolo sul suo quindicinale «Adesso», ma non ha potuto assaporare la gioia di vederne il compimento. L’alba conciliare per lui non si è trasformata in giorno...

Così oggi possiamo ricordare la profezia di un prete che ha fatto dell’inquietudine la sua caratteristica principale. «Il cristiano è un uomo di pace, non un uomo in pace», scriveva su Tu non uccidere, pubblicato anonimo nel 1955. Convinto che «le più belle pagine della chiesa furono scritte dalle anime inquiete», Mazzolari si è mostrato prete in ricerca, mai seduto su posizioni di comodo.

La sua inquietudine è la stessa del Vangelo. Nel ministero ha inteso cercare la pecorella smarrita, sentirsi come i discepoli di Emmaus dopo l’incontro con Cristo, percorrere la via della solidarietà del Samaritano che si è chinato sulla sofferenza del fratello, lasciarsi abitare dall’attesa misericordiosa del padre verso i due figli che non hanno capito la «più bella avventura» della conversione, sperimentare la curiosità di Zaccheo, salito sull’albero per vedere Gesù.

Guardando alla testimonianza cristiana di don Primo appaiono in tutta la loro attualità le seguenti parole, scritte via lettera a una suora: «Non so perché sia così comune l’idea che vocazione voglia dire qualche cosa che debba scorrere liscio e blando, senza intoppi o arresti. Non è una strada fatta, la vocazione, ma una strada da farsi, e col piccone. (...) Mi spaventano le andature tranquille, che non si sa se veramente camminano e che cosa trascinano dietro. Vuole che il Signore ci trovi gusto a chiamarsi dietro della gente che non ha le spalle e il cuore piagato dallo sforzo di starGli fedele?». La domanda è retorica! Spalle larghe e cuore grande rimangono due criteri di discernimento vocazionale nello stile di Mazzolari.

Quando papa Francesco si è recato sulla sua tomba, il 20 giugno 2017, ha reso omaggio al parroco di Bozzolo invitando i presenti a non stancarsi di diventare «“preti e cristiani così”, anche se ciò chiede di lottare con sé stessi, chiamando per nome le tentazioni che ci insidiano, lasciandoci guarire dalla tenerezza di Dio».

A sessant’anni dalla morte, le parole di Mazzolari non hanno smesso di interpellare e di far sognare una Chiesa dei poveri. Si sono fatte strada in molte coscienze. Hanno sostenuto la vocazione di molti sacerdoti. Hanno fecondato di speranza l’impegno con Cristo di diversi credenti. Sono state un riferimento inquieto per molti «innamorati delusi» della Chiesa. La «tromba dello Spirito» ha continuato a suonare note di pace. Un richiamo per vicini e lontani.

di Bruno Bignami

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