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Un mondo di rumore

E se domani mattina ci svegliassimo e Facebook avesse chiuso i battenti? Per sempre. E anche Instagram e compagnia bella. E se in un attimo, senza preavviso, nessuno di noi potesse più accedere al proprio profilo né a quello degli altri. Fine degli stalker digitali. Fine dell’ostentazione. Fine delle invidiabili belle vite mostrate. Tra folkloristici pub, spiagge bianchissime, allenamenti duri in palestra e viaggi da urlo. Cosa succederebbe? Panico o festa? Rivolte o crisi di identità? Ciascuno di noi come potrebbe arrogarsi il diritto di dire quello che vuole in qualsiasi momento e con un semplice clic? Niente più follower, niente più like, cuoricini, hashtag. Niente più stories da 15 secondi. Disintossicàti. Senza l’ansia del “segui”. Senza “febbre da like”. L’unica influenza che potremmo conoscere sarebbe quella di tosse e raffreddore e Instagram diventerebbe solo un lontano ricordo. Sarebbe inimmaginabile. Liberi dall’ossessione di dover stupire i nostri fan in continuazione, con la sensazione di essere sempre in piazza sotto a un riflettore, perennemente seguiti, visti, controllati, cliccati, modello Big Brother. Già, perché l’obiettivo di milioni di utenti è rendersi sempre più brillanti, alla moda, contraddistinguersi tra la rete di contatti e la domanda che ogni like soddisfa è “Non è interessante la mia vita?”.

Con il prepotente irrompere nella nostra quotidianità dei Social network, è cambiata la nozione stessa di amicizia. William Rawlins, professore in Comunicazione all’Università dell’Ohio, classifica le amicizie in attive, dormienti e commemorative, a seconda di quanto si sia regolarmente in contatto. Con i social si attuerebbe una generale tendenza a prolungare le amicizie dormienti e commemorative, mantenendole in “vita” con il minimo sforzo e ciò porterebbe a rapporti sempre più superficiali con la sensazione che possano essere ripresi in qualsiasi momento esattamente da dove erano stati interrotti, così da avere l’impressione che i nostri amici siano sempre in tasca, in attesa solo di riconnettersi. Tendenzialmente, infatti, i giovani, abituati più alla tecnologia che all’ideologia, intessono relazioni sociali nascondendosi e proteggendosi dietro a uno schermo, a una tastiera, ma poi si trovano in difficoltà a confrontarsi realmente, a manifestare sentimenti ed emozioni che non imparano a gestire.

La situazione può sfuggire di mano e spesso degenera in dipendenza e ossessione. Sui social facciamo tutto (o quasi). Ci si informa, si mangia, si beve, si fanno feste, si va in vacanza. Si vive una realtà virtuale parallela. La cosa più rischiosa è che si intrattengono, appunto, anche relazioni sociali. Invece di avere il naso immerso tra le pagine di un libro, si passeggia tenendo lo sguardo basso fisso sullo schermo del cellulare con il pollice che scorre e scorre e scorre. Sempre più in giù nella home, facendo scendere sempre più in basso anche noi, in un abisso di silenzio e isolamento dal mondo reale. E si alza sempre meno la testa per guardare il sole. O le stelle. A tavola, ad esempio, nel consueto momento di dialogo e confronto familiare, mentre la minestra si fredda, ognuno è isolato con il proprio cellulare. E così non si è mai presenti e vicini, ma sempre più spesso assenti e lontani, proiettati in un altrove che non raggiungiamo mai. La riservatezza non esiste più. Annaspa e fatica a galleggiare in un virtuale mondo di flash, pose, post, occhi puntati. In un mondo di rumore, di giudizio e di invadenza che disprezza pudore e privacy, ma che soddisfa il bisogno di apparire, di sentirsi al centro. E così ognuno vive di una propria personale piccola illusoria celebrità, sotto a un riflettore senza tregua.

A tal riguardo, da un altro recente studio condotto da psicologi dell’Università della Pennsylvania — Melissa Hunt, Rachel Marx, Courtney Lipson e Jordyn Young — è emerso un dato interessante: esiste un nesso causale con la depressione e la solitudine tra il tempo trascorso sui social media e chi ha ridotto drasticamente l’uso di Facebook, Instagram e Snapchat ha visto un netto miglioramento in termini di stato d’animo e di qualità della vita. Le spiegazioni possibili a tale male scatenato dai social sono essenzialmente due: il confronto sociale verso il basso e la paura di perdere, di restare indietro ed esclusi, perché davanti alle vite da sogno altrui è alta la probabilità che la propria non risulti altrettanto soddisfacente. Nonostante ciò, l’uso di tali strumenti è diventato imprescindibile e per questo motivo lo studio di Hunt si è concentrato sulla riduzione, non sulla totale abolizione, dimostrando che non sia necessario rinunciare del tutto ai social per stare meglio, ma trovare un equilibrio consapevole. D’altronde In medio stat virtus, dicevano gli antichi.

di Chiara Barberis

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24 aprile 2019

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