Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Un moderno e sofferente
Rosso Malpelo

· «Luce rubata al giorno», romanzo d’esordio di Emanuele Altissimo ·

«L’idea seminale del romanzo è nata durante una lezione di Lia Piano sugli errori umani nelle strutture architettoniche. Mi ha colpito come un pugno. Così ho fatto ricerche. Ho trovato il saggio Perché gli edifici cadono che conteneva il concetto di ridondanza intrinseca: una specie di meccanismo difensivo dei grattacieli, il lavoro congiunto di tutti i suoi elementi per assorbire urti ed evitare il crollo. La mia idea di famiglia, insomma». È proprio intorno al concetto di ridondanza intrinseca, quella che in ingegneria viene chiamata “tensione ammissibile”, che ruota Luce rubata al giorno (Bompiani 2019, pagine 240, euro 17), esordio letterario di Emanuele Altissimo, classe 1987.

Immagine tratta dalla graphic novel  «Rosso Malpelo» di Maurizio Palarchi e Roberto Melis (Kleiner Flug, 2017)

«Nove mesi dopo che mio fratello se n’era andato, ricevemmo una telefonata. Spalancai gli occhi nel buio della mia stanza, attesi i passi del nonno e mi alzai (...). Ci mise tanto a rispondere (...). L’uomo disse un cognome e un nome seguiti dal domicilio — il nostro. “È suo parente?” chiese. La voce del nonno s’incrinò: “È mio nipote”». Con uno stile essenziale e spoglio, fin dalle prime pagine il romanzo cala il lettore nella vicenda di un difficile vissuto famigliare, nell’angoscia di una telefonata notturna, nel ritrovamento di chi non vuole essere ritrovato.

La voce narrante è quella di Olmo, il fratello di tredici anni. Racconta come se fosse ancora lì, ma il tempo è passato e può solo ricordare. Il suo è un punto di vista naturalmente ovattato, parziale, acerbo, incapace di prospettiva, senza filtri e per questo arriva autentica la partecipazione forte e delicata dell’autore.

La storia ha inizio alla fine di giugno, un anno prima della telefonata. Olmo, il ventunenne Diego e il nonno materno Aime trascorrono una vacanza a Gros Pin in Valle D’Aosta, nella baita di montagna acquistata dalla madre «per il senso di pace» che quel luogo emana. Solo loro tre, essendo i genitori morti anni prima in un incidente automobilistico la cui responsabilità Diego attribuisce al padre.

È in quel senso di pace che nonno Aime spera, preoccupato per Diego, «che non ha niente» ma «soffre dentro». Il ragazzo è sempre più ossessionato dall’idea di rigore e di assoluto. Rigore che esterna con divise militari, modi spartani, testa rasata e nel sogno di entrare all’Accademia militare, dalla quale però sarà respinto per il suo profilo psicologico. E quella ricerca di assoluto che si manifesta in comportamenti incomprensibili per Olmo e Aime, con sbalzi di umore, scomparse, riapparizioni alle quali offre spiegazioni altrettanto incomprensibili con riferimenti a testi egizi sull’occultismo, a profeti biblici, ai deliri di Raskòl’nikov di Delitto e Castigo, quel Dostoevskij tanto caro alla madre.

La coabitazione mette subito a nudo l’enormità del carico da sopportare, un lungo e sconnesso percorso di lutto che i fratelli sono costretti ad affrontare. A tenere unito il nucleo famigliare e a cercare di preservarlo dal crollo è Aime. Un omone sul quale viene naturale appoggiarsi senza rendersi conto di quanto peso già porti addosso. Olmo è nella condizione aurorale di un preadolescente, si fida del nonno, gli permette di rimarginarlo, di insegnargli che le cicatrici non impediscono i progetti, che la strada è libera. Altro è Diego, il vuoto lasciato dalla morte dei genitori è colmo di rancori, di rabbia, di pensieri inespressi, una ferita quotidiana, l’epicentro stesso dell’oscillazione. A volte è di una fragilità straziante, tocca a Olmo fare da fratello maggiore e sono questi i momenti in cui la tensione, nonostante tutto, si allenta.

«“Pensi mai di essere due persone insieme?”. Ci riflettei, e alla fine dissi che non mi era mai capitato. “Ad alcuni capita spesso”, riprese, “È difficile per loro”. “Vuoi che torniamo a casa” domandai. (...) “Ci siamo già”. “Ma loro qui mancano di più”. Tornò a sdraiarsi e questa volta pianse a lungo. Quando parlò, la sua voce sembrava quella di una donna. “So che mamma è in un bel posto” mormorò. (...) “Papà no, invece”».

A Gros Pin Diego è ancora più debordante, «selvaggio», «la cosa brutta» lo divora, la sua è una competizione titanica per domarla, urlarla fuori. «Si fermò di spalle a guardare il bosco, spalancò le braccia e cacciò un urlo tremendo che risuonò nella vallata. L’eco vibrò con una forza inaudita, mentre lui, saldo sulle gambe, sembrava sul punto di stritolare il mondo conosciuto». La montagna è anche e soprattutto un luogo dell’anima, di iniziazione, di lotta, cultuale, «il temporale era ammassato intorno alla cima della montagna e ogni tanto mandava qualche lampo come se al suo interno si svolgesse una battaglia fra antiche forze celesti».

È fra i suoi crepacci che Diego conduce Olmo in escursioni estreme. Un moderno, sofferente, Rosso Malpelo che trascina il piccolo Ranocchio sull’orlo della sciara per insegnargli quanta paura può sopportare. Un suo modo di fargli da padre. Quel padre del quale confida alla piccola Alex, nella vecchia segheria dove l’ha trascinata per farle vedere un daino, in uno dei momenti più teneri e drammatici del romanzo. «“I cacciatori hanno sparato a sua madre (…) mostragli un po’ di compassione”. “Ho paura” replicò lei. “Ti sembra feroce?”. Il daino intanto non si era mosso. Teneva la testa sulle ginocchia di mio fratello. Alex allungò una mano e gliela passò sulla schiena (...). “È come un cane, ma più morbido” disse. “Ti piace qui?” le domandò. Alex e il daino si girarono a guardarlo. “Quando ero piccolo ci venivo a pensare” riprese lui, senza darle il tempo di rispondere. “Lo facevo quando mio padre mi picchiava”».

Olmo osserva, registra, descrive le vicende, le scava nei particolari, ne è sommerso, ma raramente conosciamo i suoi pensieri: riflettere va oltre la sua tensione ammissibile. Il suo è un oscillare fra rigetto e amore fraterno in una continuità di conti col dolore.

Altissimo parla dello schianto dell’aereo B25 contro l’Empire State Building, al quale il grattacielo seppe resistere perché «ogni suo elemento, dal più piccolo bullone alle colonne portanti aveva collaborato perché il resto non cadesse». In parallelo il racconto dell’assemblaggio del modellino di quindicimila pezzi a incastro di quel grattacielo che Diego e Aime fanno e, metaforicamente, continueranno a fare, forti che non si può smettere di voler bene. «“Aspettiamo ancora” (...). “Pensi che stia bene?”. “Sì, nonno”».

di Nicla Bettazzi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE