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Un mistero del cuore

· Il vescovo Crociata per la festa di don Bosco ·

Un mistero. Prima ancora che un’attività, un servizio, un aspetto importante dell’esistenza, l’educazione è un “mistero”, la cui opera principale è salvaguardare, introducendola alla bellezza della vita, l’originalità di ogni persona umana. Nessuna opera educativa degna di questo nome, insomma, può essere preconfezionata o, peggio, violare l’intimità e il cuore della persona, specie se giovane, cui si rivolge. È quanto in sintesi ha sottolineato il vescovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei) Mariano Crociata, nell’omelia della messa presieduta ieri 31 gennaio, memoria di san Giovanni Bosco, presso l’Università Pontificia Salesiana.

Per il presule, «non è casuale che tra i santi educatori, di cui si decanta l’esemplarità e si reclama la necessità, gli Orientamenti pastorali dei vescovi italiani facciano riferimento solo a san Giovanni Bosco (cfr. Educare alla vita buona del Vangelo , n. 34) e rimandino alla sua proverbiale idea che “l’educazione è cosa del cuore”, a cui però subito si aggiunge che “Dio solo ne è il padrone”. In questo senso, «non è fuori luogo» riferirsi all’educazione come a un «mistero», se non altro «per quella intuizione che vede in Dio il suo solo padrone. In una visione cristiana — ma per nulla in contraddizione, anzi in intima coerenza con un approccio autenticamente umanistico — dovrebbe risultare evidente che qui sta il discrimine della vera opera educativa, e precisamente nella capacità di salvaguardare, per sé e per altri, il senso di una alterità che sola è in grado di proteggere l’originalità e l’unicità di ogni persona umana. È l’alterità di Dio — un altro modo per dire la sua trascendenza, che pure non gli ha impedito la più inimmaginabile condiscendenza e prossimità — che fonda e insegna l’irriducibile alterità dell’altro, di colui che mi incontra o che mi viene affidato».

La Chiesa intera, pertanto, ricordando il “santo dei giovani” «ringrazia e loda il Signore per il dono di un tale modello e maestro, e noi siamo lieti di essere parte di una simile corale esultanza, in questa comunità accademica che alla educazione dedica le migliori risorse delle famiglie che sono scaturite dal genio appassionato di don Bosco».

Guardando dunque con fiducia all’esempio di don Bosco e, ovviamente, sulla scorta degli insegnamenti della Parola di Dio, il segretario generale della Cei ha provato a tratteggiare brevemente gli elementi qualificanti dell’educatore cristiano, il quale «non perde mai di vista questa presenza divina, ma la serve, la segue e asseconda, la adora, la invoca e l’attende». Infatti, «il vero educatore si sente scomparire dentro lo spazio spirituale dell’iniziativa divina, e non ha altra aspirazione che quella di lasciarsene guidare lui per primo. Egli intuisce il bene che Dio vuole per le sue creature e le dispone a riconoscere e ad accogliere il bene che viene da Dio». L’educatore, inoltre, «non insegna ad altri se non ciò che egli per primo ha applicato a sé e assimilato». E, in un certo senso, «insegna imparando, guida altri facendosi ogni giorno conducente di se stesso, si lascia educare dai propri allievi, non perché li mette in cattedra o li tratta da maestri, ma perché non si stanca di scoprire, rispecchiandosi in chi si sta formando, i limiti e le carenze della propria mai finita maturazione e — perché no? — educazione». In questo senso, per l’educatore il vero modello è il bambino, immagine del Regno dei cieli, così come è delineato in un celebre passo del Vangelo di Matteo (18, 1-10). «Il piccolo o il bambino è, qui, insieme la creatura di pochi anni e il semplice credente nella sua fase iniziale, fatta di abbandono pieno di stupore e di spontanea fiducia e confidenza, senza riserve e senza timori». Soprattutto, «può accogliere un bambino chi gli assomiglia. C’è un mistero nel bambino, al punto che Gesù si identifica con lui (“accoglie me”) e ne rivela la profonda relazione con il Padre (“i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio”). Il bambino è il modello del discepolo, il modello dell’uomo come voluto da Dio».

In tale prospettiva, dunque, «più di ogni altro sapere, quello umanistico e filosofico-teologico conserva una relazione singolare con la dimensione esistenziale e relazionale delle persone che lo elaborano e lo studiano. In un certo senso la stessa comunità fatta di docenti e di studenti è il primo banco di prova della qualità del sapere che viene promosso». L’educazione «è, prima che una attività settoriale, una dimensione costitutiva dell’esistenza, che la attraversa per intero. È la via privilegiata per imparare l’umiltà e la bellezza della vita, come dono e chiamata di Dio» e «gli adulti che non sanno educare non sono essi stessi veri adulti né persone vere».

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