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Un maggiore coraggio

· ​L’esperienza educativa di un sociologo camaldolese ·

Robert Doisneau, «Lezione di bicicletta» (1961)

L’autore ne era completamente all’oscuro: scopriamo così che un libro può nascere «dall’amicizia e dalla fraternità» di quelli che con lui hanno intessuto dialoghi e ricerca. Il volume di Giovanni Dalpiaz, dal titolo «Volete andarvene anche voi?». La fede dei giovani e la vita religiosa (Bologna, Edb, 2017, pagine 208, euro 20), lascia trasparire, anzitutto, una profonda e reciproca stima tra diverse voci. Le sue pagine sono dense di vita: rinviano a incontri e a esperienze in cui brilla una recezione attiva del Concilio rimasta a lungo sottotraccia. Sebbene il testo sorga come sorpresa degli amici per i settant’anni del camaldolese, esso non costituisce semplicemente l’omaggio al collega o confratello, ma un autentico patrimonio messo in circolo al momento opportuno. Lo si avverte chiaramente nelle due introduzioni, che indicano nei primi anni Settanta — per dirla con Dalpiaz — «una cesura, una frattura, una gelata» da riconoscere come l’esaurirsi di un modello di Chiesa. Tutto il volume documenta un cambio d’epoca difficile e affascinante, comunque esigente. Alessandro Castegnaro porta anzitutto il lettore a Trento, la cui università «era ben più conosciuta di quanto non lo sia oggi. Quella che allora era la sua unica facoltà aveva fatto parlare molto di sé. Trento voleva dire sociologia e sociologia significava rivolta, contestazione giovanile, Sessantotto. Studenti provenienti da tutta Italia vi erano affluiti con l’idea che lì si potesse imparare qualcosa di utile per cambiare il mondo e trovare tanta altra gente con lo stesso sogno».
Di quella stagione è descritto l’entusiasmo, ma anche la fatica a trasformare gli ideali in lavoro, in percorsi di vita che concorressero almeno un poco al mutamento auspicato. In mezzo a quei giovani c’erano alcuni «che presero strade del tutto particolari. Uno di questi era un nostro amico di nome Giovanni (…) La prospettiva, ci disse, era diventare monaco camaldolese. Forse aveva intuito già allora quello che ora sostengono tutti, e cioè che per cambiare il mondo bisogna cambiare se stessi. La cosa ci lasciò esterrefatti. Il nostro stereotipo di allora del monaco non era esattamente quello di una persona socialmente impegnata. Come si fa a studiare sociologia e poi rinchiudersi in una cella? Evidentemente non conoscevamo i camaldolesi». Il libro è indirettamente il racconto stupito di una vocazione in cui il rigore scientifico si consolida grazie a una vita religiosa richiesta di nuove sintesi. Alla prospettiva di Castegnaro, che tratteggia il profilo originale dell’intellettuale Dalpiaz nel panorama italiano, si accosta quella del suo formatore, Guido Innocenzo Gargano, a evidenziare il dono che Gianni costituì per la fraternità monastica. Bastino due frangenti in cui la sua singolarità si rivelò decisiva. «Insieme a lui entrarono in quegli anni a Camaldoli anche giovani provenienti da mondi estremamente diversi dal mio e anche dal suo. Si trattava di giovani italiani, spesso sbandati culturalmente e anche spiritualmente, che appartenevano a coloro — e furono a migliaia in quegli anni — che ritornavano dall’India dove avevano sperimentato favolosi cammini spirituali indicati da santoni dell’induismo, e che erano stati indotti a sperimentare tecniche “spirituali” di ogni tipo, non escluse esperienze erotiche né uso di droghe, più o meno pesanti, di cui purtroppo molti divenivano tragicamente vittime».
Gargano descrive stagioni drammatiche, che trovarono i superiori della comunità assai sprovveduti, e un giovane Dalpiaz che «restò, nonostante tutto. Lo fece però con occhio educato alla critica sociologica e ciò fu provvidenziale. Ricordo ancora il suo distacco nell’osservare, come una giraffa dall’alto verso il basso, gli sforzi che facevamo noi formatori per portare quei giovani che ci erano capitati a chiarirsi meglio (…) Gianni Dalpiaz era già in quegli anni l’osservatore distaccato che avrebbe reso un servizio così prezioso di analista delle tante forme di religiosità, tradizionali o meno, della società italiana, e in effetti aveva proprio lì a Camaldoli un laboratorio preziosissimo a portata di mano». D’altra parte, l’ancoramento dello studio alla vita comunitaria diede al suo sapere un’incidenza operativa, che il maestro ricorda: «Personalmente credo che uno dei capolavori di Gianni Dalpiaz nella nostra congregazione sia stato quello della chiusura silenziosa e indolore dell’eremo di Napoli, dove la camorra la faceva da padrona, non risparmiandosi neppure minacce a mano armata nei confronti di qualche nostro confratello anziano. La polizia non poteva farci nulla e ce lo comunicò senza tanti preamboli. Immaginatevi noi! Soltanto un sociologo che conosceva bene che cosa si potesse nascondere sotto le mentite spoglie della religiosità in contesti così complicati come quelli dei dintorni di Napoli poteva farci qualcosa. Gianni accettò l’incarico con una professionalità e una delicatezza davvero eccezionali e venne a buon fine».
Scorrendo le pagine del volume si può dunque saggiare il valore delle scienze umane, quel contributo loro proprio cui nella Chiesa si è divenuti spesso resistenti, quasi il rigore descrittivo non sia portatore di novità o, peggio ancora, prescinda dalla fiducia nella grazia, cui ambiguamente si rinvia quando i dati rappresentano un problema.
«Le “mere letture sociologiche”, come si legge in un’infinità di testi ecclesiastici, sembrano citate solo per sottolinearne l’inconsistenza, l’irrilevanza e perfino l’errore rispetto alle letture teologiche (…) Coerentemente, le Chiese locali hanno drasticamente ridotto il numero di preti avviati agli studi sociali».
Dalpiaz non si è mai fatto incantare dall’idea della “particolare” tenuta del cattolicesimo italiano, delineando un declino «che alcuni preferiscono non vedere, anche se posti di fronte all’evidenza, cullandosi nella speranza che qualche santo provvederà». Eppure i suoi studi non sono impietosi. Senza mancare di oggettività, essi danno forma alla speranza: vorrebbero darle gambe, strumenti, prospettive. La fine di un paradigma non lo sconvolge: egli mette a disposizione dei suoi interlocutori, che spesso hanno rilevanti responsabilità di governo in congregazioni religiose e Chiese locali, delle analisi che inducono al realismo e soprattutto al coraggio. C’è un’epoca nuova da scrivere e per la Chiesa non è la prima volta.
Vale, su tutte, la descrizione della parabola novecentesca della vita religiosa femminile, cui sono dedicati diversi interventi nel volume. Dalpiaz si chiede che futuro sia mai «quello nel quale si parla di chiusure, ridimensionamenti, invecchiamento, in una parola solo di declino. Ne viene, quasi spontaneamente, un’altra domanda: che senso ha progettare, se ciò che scorgiamo davanti appare più povero, più grigio, più difficile del presente?».
La storia documenta come a fine Ottocento, per decenni, la vitalità di tanti istituti sia cresciuta sui fronti più estremi, dove un gran numero di giovani ha colto la chiamata a un servizio radicale, urgente, degno della propria femminilità e maturità, trovando la corrispondenza di un popolo come sorpreso dall’energia di quella testimonianza.
È quella spinta che si è esaurita. Il millennio che si apre non sembra però privo di voragini, di povertà, di frontiere, nelle quali Dio fa fiorire la santità. Solo collocandosi dove si è chiamati si esce da quella specie di depressione istituzionale che denota ripiegamento invece di pienezza. È un processo in cui alla vocazione dei singoli non può non corrispondere un maggiore coraggio ecclesiale.

di Sergio Massironi

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26 maggio 2019

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