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Un luogo dove riposare

· Storia e attualità del culto del Sacro Cuore di Gesù ·

Non mi meraviglierei se un giorno o l’altro, il nostro Papa Francesco ci regalasse un’enciclica sul Sacro Cuore di Gesù. Non vedo riferimento più adeguato del Cuore di Cristo per indicarci come vivere l’Anno santo della misericordia. Il Papa nella Bolla ci dice: «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa «vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia» (n. 10).

Facendoci riflettere sulle opere di misericordia spirituali e corporali poi, il Papa ci sta dicendo che la misericordia non solo bisogna riceverla da Dio ma viverla e praticarla con gli altri. E i suoi continui riferimenti alla rivoluzione della tenerezza sono una rinnovata pedagogia per vivere questo tempo difficile per le persone, per le famiglie, per la società e per le nazioni. La spiritualità del Sacro Cuore di Gesù, lungi dallo scadere in forme di sentimentalismo e di devozionismo, ci offre molti significativi motivi per imparare ad accogliere la grazia della misericordia di Dio e avere basi solide per questo anelito di santità che la chiesa vuole alimentare nei fedeli.

Rileggendo le Rivelazioni dell’Amore Divino di Giuliana di Norwich, mistica inglese del 1300, mi hanno impressionato queste parole: «È così vero che Dio è nostro Padre come è nostra Madre (...). La tenerezza di una madre è la maggiore intimità, la maggiore vicinanza ed è la più sicura e vera. Questa tenerezza non si potrebbe né si dovrebbe realizzare pienamente se non in Gesù». L’incontro personale con il Signore della vita ci predispone a capire che abbiamo bisogno di misericordia per poterla donare a chi ne ha così tanto bisogno.

Giuliana di Norwich parla anche della gioia che si prova nell’esperienza di questa tenerezza del Cuore di Cristo e il conforto che ne deriva. Evidentemente le grandi mistiche del Sacro Cuore ci parlano in modo così affettivo di Dio da impressionarci e anche da impaurirci, perché quel livello di intimità con Gesù — tanto da far propri i sentimenti che furono di Cristo — comporta anche la condivisione della Passione del Cuore di Gesù.

Di fatto però nessuno può essere esente dalla “passione” che questa vita riserva a tutti, specialmente quando si condividono e si praticano i criteri del Vangelo. Queste mistiche ci dicono che la Passione di Gesù è fonte di consolazione e di forza nel momento del dolore, della desolazione, della solitudine. Così anche una delle ultime mistiche, santa Faustina Kowalska. Quante volte leggiamo di queste mistiche che hanno avuto il dono di riposare sul Cuore di Gesù, come santa Margherita Maria Alacoque.

Quante situazioni viviamo giorno dopo giorno soprattutto nelle famiglie, che chiedono preghiere, conforto, sostegno. Chi non desidererebbe riposare sul Cuore di Gesù in tanti momenti difficili della propria vita?

Ritengo che a torto la devozione al Sacro Cuore sia ritenuta superata perché intimista e poco adatta alla mentalità del nostro tempo, poiché essa è un’espressione alta della spiritualità cristiana; è il fondamento per praticare le opere di misericordia spirituali e corporali in senso cristiano e non puramente umanitario, e può essere davvero una base pastorale per la nuova evangelizzazione. Infatti l’incontro con la misericordia di Dio nei nostri confronti ci dà la possibilità di praticare la misericordia verso gli altri.

Le opere di misericordia spirituali e corporali sono un’ottima forma di riparazione perché ci educano a uscire da noi stessi, dalle nostre cose, aprono gli orizzonti delle nostre responsabilità e ci fanno guardare a un destino più alto. Un uomo che aveva perduto la giovanissima figlia in un incidente stradale non si è dato pace finché ha capito che la figlia poteva vivere in altre “figlie” e ha fatto di queste ragazze abbandonate il senso della sua vita.

Una cosa che si va comprendendo sempre meglio nella pratica del cristianesimo è che non possiamo consolare nessuno se Dio prima non consola noi. E questa consolazione arriva nei modi più diversi, spesso senza che noi ce ne rendiamo conto.

In un convegno internazionale sull’emigrazione un sacerdote ci raccontò la sua esperienza mentre si trovava vicino al confine della Cambogia in un campo con centinaia e centinaia di profughi. Era l’unico sacerdote cattolico, non c’erano altri cattolici con cui condividere almeno la fede e la speranza oltre che la carità. Passavano i giorni e non riusciva a fare niente, la gente che lo circondava non capiva il suo linguaggio, disperata in cerca di qualcosa che non arrivava mai.

Così il sacerdote una notte pensò di andarsene; conosceva qualche strada di fuga e qualche nascondiglio. Passò facilmente i controlli e si trovò solo tra una foresta e l’altra camminando senza sapere dove andare. Camminò tutta la notte e quando giunse in un posto che sembrava sicuro, stanco e sfinito si lasciò andare per terra presso un albero e si addormentò. Non seppe mai quante ore fossero passate. Quando si risvegliò ancora in dormiveglia, sentì attorno a lui un brusio strano di gente e ridestatosi completamente vide tutta, o quasi tutta, la gente che aveva lasciato nel campo profughi, che stava lì, intorno a lui. Non capiva, pensava che stesse sognando, ma qualcuno gli chiarì la situazione: lui se era andato e loro non avevano più nessuna speranza a cui appigliarsi, lui era l’unica consolazione. Non lui, l’amore del cuore di Dio che lo abitava. E lo avevano seguito.

di Maria Barbagallo

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18 agosto 2019

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