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Un lungo film
sulla Polonia

· ​Ricordo del regista Andrzej Wajda ·

Andrzej Wajda è stato uno dei più importanti registi polacchi di sempre e, almeno fra quelli di maggior successo, il più rappresentativo. Il cinema polacco è sempre stato, come pochi altri nel mondo, indissolubilmente legato alla storia del proprio Paese, in quanto ha assolto la funzione di baluardo di quell’identità nazionale costantemente messa in discussione dalle occupazioni straniere. 

E nessuno più di Wajda si è occupato della storia nazionale, cercando però, allo stesso tempo, un linguaggio che fosse il più possibile comprensibile anche al pubblico straniero. Uno sforzo che è stato ben ripagato, se si considerano i premi vinti nei festival europei e anche oltreoceano, di cui basterà citare i riconoscimenti alla carriera: Leone d’oro a Venezia nel 1998, Orso d’oro a Berlino nel 2006 e l’Oscar nel 2000. E dall’Academy di Los Angeles è stato più volte nominato anche per il miglior film straniero.
Il regista ha dunque accompagnato il proprio Paese lungo tutti gli importanti cambiamenti che vanno dal secondo dopoguerra alla fine del secolo scorso, registrando non solo e non tanto i fatti storici, quanto gli stati d’animo collettivi, i malumori generazionali. Con uno stile che è cambiato più volte nel tempo, proprio perché messo completamente al servizio della storia — o meglio della Storia — raccontata in ogni singolo film.
Cercando quindi di escludere il più possibile dallo schermo la propria individualità. Il che è doppiamente meritevole se si considera da una parte la grande stagione del cinema d’autore europeo che il regista polacco si è ritrovato ad attraversare, e dall’altra i cruciali fatti personali che hanno sicuramente spinto il giovane Wajda a prendere la cinepresa in mano per cominciare a raccontare la propria Nazione, ovvero la morte del padre all’inizio della guerra e il conflitto contro i tedeschi affrontato in prima persona.
Tutto ciò si ritrova già nel suo primo lungometraggio, Generazione (1955), che nonostante i trascorsi del regista nell’esercito fa dei giovani che hanno conosciuto l’occupazione tedesca un ritratto romantico ma anche disincantato. E proseguendo per questa strada il regista arriva a firmare un grande film già con l’opera seconda, I dannati di Varsavia (1957), storia di un’importante insurrezione antitedesca che per un plotone polacco finirà emblematicamente e provocatoriamente nelle fogne, come sottolinea in maniera ben più lapidaria il titolo originale Kanal. Le rivolte contro i tedeschi come fonte semplicemente di sofferenza, una visione della storia che piega verso l’irrazionale e addirittura il grottesco, fanno malvolere in patria questo film antieroico e antiretorico ma girato con il ritmo e la compressione espressiva di una tragedia.
Ma l’ascesa artistica di Wajda non si ferma qui, e con Cenere e diamanti (1958) firma il suo capolavoro. Il soggetto è di nuovo emblematico: durante il primo giorno di pace un partigiano (Zbigniew Cybulski, che il regista aveva adottato come alter ego ma che morì prematuramente nel 1967) viene incaricato di uccidere un segretario del partito comunista. Il giovane assolverà il compito ma verrà a sua volta colpito da ciò che rimane dell’esercito tedesco e morirà poco dopo tra i rifiuti. La trama condensa dunque tutta la storia polacca del secondo dopoguerra.
Ma a spiccare è un protagonista di nuovo romantico — tanto che il film venne accostato a Gioventù bruciata — che vorrebbe invece chiamarsi fuori dalla storia. Nell’uccisione dell’anziano comunista da parte del giovane c’è il simbolo della stessa idiosincrasia intergenerazionale del film americano, ma soprattutto di una nuova Polonia che cerca di rinascere su basi già marce.
Gli anni Sessanta sono per Wajda meno incisivi, con l’eccezione di Tutto in vendita (1967), geniale e misconosciuto esercizio di metacinema che prende le mosse proprio dall’incidente di cui è rimasto vittima Cybulski per una riflessione sui rapporti fra realtà e finzione ma soprattutto sulla morte di rara profondità. Su temi non lontani, ma con stile più piano e letterario, si sviluppa Il bosco di betulle (1970).
Il regista torna a raccontare la storia del proprio Paese e ai suoi temi prediletti con Paesaggio dopo la battaglia (1970). Il rapporto fra un poeta polacco e una giovane ebrea subito dopo la liberazione da un campo di concentramento trova Wajda di nuovo al meglio sul suo terreno congeniale: il disorientamento esistenziale alimentato dalle irrazionalità della storia nell’immediato dopoguerra.
Ma il suo sguardo non si fa meno lucido quando si volge all’indietro, in occasione de La terra della grande promessa (1975), dramma sulla nascita del capitalismo nella Polonia di fine Ottocento.
Con il dittico composto da L’uomo di Marmo (1977) e l’inferiore — ma vincitore della Palma d’oro a Cannes — L’uomo di ferro (1981), il regista racconta coi toni del dossier giornalistico trent’anni di storia patria, fino all’auspicata nascita di Solidarność, e firma la sua ultima opera di successo.
Ma con il molto più recente Tatarak (2009), di nuovo un sorprendente film nel film e di nuovo un’opera trascurata, il regista già ottantatreenne dimostrava ancora la sua straordinaria vitalità artistica.

di Emilio Ranzato

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23 maggio 2018

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