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Un linguaggio nuovo
per l’economia

· L’inclusione resterà un miraggio fino a quando l’accesso alle risorse sarà esclusivo appannaggio di pochi ·

È un incontro importante, per l’ampia mobilitazione che creerà e per i temi che saranno affrontati, quello a cui il Santo Padre ha invitato i giovani, convocando ad Assisi il prossimo 20-22 marzo economisti, imprenditori, accademici e, soprattutto, giovani, in procinto di entrare nel mondo del lavoro, in un momento di così profonda incertezza. Ci si interrogherà su quale governance e modello di sviluppo possano garantire spazio e inclusione per i quasi otto miliardi di individui del pianeta.

Uno studente in una scuola di Sana’a, capitale dello Yemen (Epa)

Che l’economia parli un linguaggio nuovo, più legato alla vita delle persone e meno ai profitti, è un’esigenza ormai forte e assai diffusa, come dimostrato dall’istituzione da parte dell’Unesco della Cattedra di Educazione, Crescita e Uguaglianza: tre termini per esprimere un solo principio, poiché non è pensabile alcuna uguaglianza fino a che l’accesso alle risorse sarà esclusivo appannaggio di pochi. In particolare, in questi ultimi decenni, è emerso, in tutta la sua crudezza, che coloro i quali — una piccola fetta della popolazione mondiale — detengono le conoscenze, soprattutto tecnologiche, e le competenze per applicarle, concentrano nelle loro mani le ricchezze del pianeta, esercitando, di fatto, un enorme potere sulla fetta più cospicua di umanità, tenuta ai margini di un sistema, anche culturalmente, esclusivo. Per evitare le innumerevoli forme di emarginazione, che hanno deteriorato i rapporti tra nord e sud del pianeta, e per sanare le ferite aperte nelle nostre comunità, conseguenti all’adozione di modelli viziati, occorre che la nuova economia sia centrata sulla persona, sulla possibilità di ognuno di condividere in pienezza il frutto del proprio impegno. «Per esprimere al meglio le nostre capacità, che non comprendono solo le competenze, ma la facoltà di poterle esercitare, partecipando consapevolmente al benessere collettivo — spiega Patrizio Bianchi, già Rettore dell’Università di Ferrara, esperto di politiche di sviluppo con lunga esperienza in diversi paesi del mondo e titolare della nuova Cattedra dell’Unesco — il dizionario anglosassone prevede il termine capability, che porta con sé tutto il peso dell’educazione, in quanto diritto, primo e imprescindibile, a cui ogni essere umano deve poter accedere».

L’accesso, in questo specifico caso, è solo il primo passo, perché la crescita di ognuno, come persona, richiede strutture adeguate e prolungate nel tempo all’interno di un processo che, oggi e sempre più, accompagnerà tutta la vita. La scuola diviene, quindi, lo spazio di integrazione o discriminazione, per accogliere o dividere, fin da subito, i destini dei piccoli: una scuola che acuisce competizione e diversità, regge i pilastri di una società conflittuale e diseguale, e la modalità della sua organizzazione incide direttamente, non solo sul tasso di crescita, ma anche sull’effettivo grado di eguaglianza all’interno di uno stesso paese e fra paesi.

«L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha fornito i dati relativi alla capacità degli studenti di comprensione del testo ed esecuzione di operazioni matematiche — chiarisce Bianchi — dai quali emerge la corrispondenza tra il grado di povertà dell’ambiente di vita e il livello educativo, così che si moltiplicano, in un circolo vizioso, disagi sociali, emarginazione culturale e mancanza di beni materiali». Dall’incapacità di disporre degli strumenti di comprensione e interpretazione della realtà, e la conseguente impossibilità di azione, è escluso ogni percorso di crescita, anche collettivo. Questi dati, inoltre, non riguardano solo i paesi fanalino di coda dello sviluppo, su scala globale, le regioni più povere dei continenti africano e asiatico, ma sono rilevanti anche per l’Europa. «In Italia osserva il docente — sono emersi divari inaccettabili fra regioni del Nord e Mezzogiorno. Questo denota l’urgenza di un’economia nuova, in cui tenere in seria considerazione il ruolo dell’educazione come fattore di eccellenza nella costruzione di effettive condizioni di parità e uguaglianza».

Occorre porre al centro delle dinamiche economiche, occupato per molti decenni dal principio della concorrenza, che si è nutrita della conflittualità sociale e si è regolata sulla base della legge del più forte, un nuovo paradigma, che favorisca la crescita e smussi le disuguaglianze. E le due cose non sono impossibili, come dimostrato dall’attuale condizione mondiale di massima disuguaglianza e minima crescita. La mancanza di sostenibilità sociale aumenta le discriminazioni e la mancanza di quella ambientale si accanisce, in particolare, sui poveri tra i poveri, costretti, in ambienti malsani, a condizioni di vita disperate.

Quale strada, dunque? «Occorre rilanciare — argomenta Bianchi — un modello basato su saldi principi di bene comune, primo fra tutti l’ambiente, in cui le persone riconoscano le proprie radici, e, a seguire, la scuola, quale strumento per ridurre l’incertezza in cui crescono conflitto e speculazione, e per dotare i più giovani di quelle capacità, premessa di ogni sviluppo».

Ambiente, salute, mobilità, cultura, costituiscono oggi gli ambiti comuni in cui applicare al meglio le nuove tecnologie digitali: tecnologie potenzialmente spendibili contro le persone, creando nuovi monopoli, oppure per il loro benessere. Le Cattedre dell’Unesco, che si pongono al servizio di una visione che vede nella valorizzazione degli individui l’elemento trainante della crescita umana, in questo contesto possono molto. In particolare, proprio quella di Educazione, Crescita e Eguaglianza, che — promossa dalle Università di Bologna, Modena, Reggio e Parma — può contare sul sostegno di istituzioni di grande rilevanza, tra cui la Fondazione di Scienze Religiose e la Fondazione per la cooperazione fra i popoli. Di fronte ai venti di guerra che spirano sulle paludi dell’intolleranza, emerge il grande bisogno di una visione che restituisca speranza: «Con questa cattedra ci piacerebbe aprire la stagione di un rinnovato spirito di collettività e di un condiviso patto di solidarietà» conclude il docente.

di Silvia Camisasca

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21 gennaio 2020

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