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Un libro che ribalta le ottiche

Solitamente, quando viene affrontato il tema del rapporto tra i cattolici e il Risorgimento, l’angolo visuale prescelto è quello dello scontro istituzionale tra lo Stato e la Chiesa. Uno scontro che, al di là delle riflessioni sulla meccanica istituzionale, ha visto svilupparsi, proprio negli ultimi decenni, un vivace dibattito, non esente da picchi di accesa partigianeria, che ha messo in luce la dura e violenta sopraffazione delle ragioni della Chiesa e dei cattolici da parte del Regno sabaudo e del neonato Regno d’Italia. Strettamente connessa con questa interpretazione, la storiografia ha abitualmente messo in evidenza come il mondo cattolico avesse risposto a queste prevaricazioni elaborando una nuova cultura politica, quella dell’intransigentismo, di cui spesso è stato sottolineato solo l’aspetto reazionario, clericale, antimoderno e antinazionale. Uno schema concettuale eccessivamente rigido che è stato recentemente rivisto e ampliato da una nuova serie di studi che hanno posto l’accento, non soltanto sullo «scontro» e le scomuniche reciproche, ma anche sulle capacità dei cattolici di ricostruire in modo originale, innovativo e, in parte inaspettato, il tessuto sociale della «nuova Italia».

Il volume che viene presentato oggi a Torino, I cattolici che hanno fatto l’Italia (a cura di Lucetta Scaraffia) si colloca in questo filone interpretativo e, pur riconoscendo, ovviamente, il durissimo scontro istituzionale e politico-culturale che si consumò lungo tutto il corso dell’Ottocento, ribalta questo schema classico, sottolineando, invece, l’apporto decisivo di molti cattolici, anche religiosi, nel creare una nazione «unita socialmente e culturalmente».

Un apporto fondamentale che fu reso possibile da almeno due elementi, al tempo stesso decisivi e sorprendenti. Innanzitutto dal ruolo svolto dalle nuove congregazioni di vita — sorte proprio all’interno di quella cultura intransigente che si sviluppò dopo la soppressione dei beni ecclesiastici — che furono in grado di costituire una rete di istituti assistenziali e scuole, ospedali e case editrici, società per azioni e banche con finalità sociali che precedettero l’attività dello Stato e riuscirono a costruire quel cemento sociale senza il quale non poteva farsi la nazione italiana. E, in secondo luogo, dal ruolo svolto dai santi sociali piemontesi e da quei modelli di vita religiosa assolutamente nuovi — ben descritti nei contributi di Franco Azzali, Oddone Camerana e Simona Trombetta — come quello per la riforma delle carceri femminili di Giulia di Barolo, dall’opera dei salesiani e di Giuseppe Benedetto Cottolengo, oppure dall’esperienza carceraria e dalla conversione di Silvio Pellico. Essi sorsero proprio in quella regione, il Piemonte, che per prima si era contrapposta alla Santa Sede attraverso la legislazione sui beni ecclesiastici, ma che aveva anche prodotto, per prima, «i frutti concreti» della seminagione attuata dall’intransigentismo cattolico.

Quello che viene raccontato nei sei saggi che compongono il volume rappresenta, pertanto, un nuovo orizzonte interpretativo, fortemente innovativo sul piano concettuale e del tutto originale per ciò che concerne l’analisi di una delle pagine più difficili della storia moderna della Chiesa, ovvero le leggi di espropriazione delle proprietà ecclesiastiche.

Quei provvedimenti, efficacemente analizzati nel saggio introduttivo di Andrea Pennini, che sembravano poter distruggere la Chiesa, produssero, invece, nel medio periodo, un risultato del tutto opposto e contribuirono, ovviamente senza volerlo e in una sorta di eterogenesi dei fini, a rinnovare profondamente la vita religiosa. Una situazione che fu ben presente anche agli «avversari», come a Crispi, che di questa azione visceralmente anticlericale con forti venature anticattoliche fu uno dei maggiori fautori.

Infatti, nonostante i provvedimenti drastici delle leggi Siccardi del 1850 e della legge Cavour-Rattazzi del 1854, che permisero al Regno sardo di incamerare moltissimi beni ecclesiastici, il mondo monastico e conventuale riuscì a sopravvivere alla legislazione eversiva «purificandosi e modernizzandosi». Crebbe, ad esempio, l’importanza dell’istituto parrocchiale, soprattutto nel Mezzogiorno dove la riforma tridentina non aveva trovato un’adeguata realizzazione. Gli istituti religiosi, inoltre, cercarono di utilizzare al massimo le possibilità offerte dalle leggi civili e riuscirono a salvarsi intentando cause al Fondo per il culto e rivendicando il loro carattere «non religioso». Se gli ordini francescani pagarono il prezzo maggiore, visto che furono totalmente espropriati e sciolti, altri, come le Oblate di Tor de’ Specchi e le ministre della Carità di Trecate, riuscirono a salvarsi. Per sopravvivere l’esperienza più seguita fu la creazione di società tontinarie che permettevano di intestare i beni a un gruppo di persone diminuendo, in questo modo, le tasse da pagare allo Stato.

In definitiva, al duro attacco contro le proprietà ecclesiastiche, il mondo cattolico seppe rispondere attraverso una miriade di nuove iniziative, società immobiliari, società per azioni e cooperative, basate sempre di più sulla capacità di autosufficienza economica. La via più moderna percorsa da molti istituti religiosi fu rappresentata, per l’appunto, dalla creazione di società anonime per azioni. La prima fu quella del Pontificio istituto missioni estere di Milano del 1866 a cui fecero seguito un lunghissimo elenco di società.

Sempre in questo contesto di rinnovamento finanziario e amministrativo, soprattutto nel Nord Italia, sorsero le prime banche cattoliche e l’esperienza di Giuseppe Tovini rappresentò indubbiamente un modello esemplare. Tovini, infatti, come segretario della Sezione dell’Opera dei congressi dedicata all’istruzione si rese conto ben presto che per mantenere una scuola cattolica servivano dei capitali. Per questo scopo dette vita alle prime casse rurali, dalla banca di Valle Camonica fondata nel 1872 alla banca San Paolo del 1888, fino alla fondazione a Milano del Banco di Sant’Ambrogio che diventerà poi il Banco Ambrosiano.

A queste innovazioni economico-amministrative si collegarono anche profondi cambiamenti nella vita religiosa del clero. Da un lato si allentò il rapporto tra ambienti ecclesiastici e classi superiori, favorendo in questo modo un reclutamento del clero prevalentemente rurale, dall’altro lato il ministero parrocchiale diventò ormai il principale sbocco delle nuove generazioni ecclesiastiche. Queste novità si diffusero, a fine secolo, anche nelle regioni meridionali. E l’esempio più importante di questa nuova esperienza, che mescolava pietà popolare e forme di vita religiosa assistenziale fu la diffusione in tutta la penisola, grazie all’opera dell’avvocato napoletano Bartolo Longo, del culto della Madonna di Pompei.

Questa stagione, sorprendentemente ricca e vivace, si caratterizzò, inoltre, anche per «un’inaspettata emancipazione femminile» che portò alla nascita e alla diffusione di ben centocinquanta nuovi istituti femminili lungo tutto il corso del XIX secolo. Anche in questo caso, l’aspetto economico-organizzativo rappresentò una vera novità. Mentre in precedenza, gli istituti femminili sorgevano solamente se erano garantiti da una sicurezza economica alle origini e il numero delle suore potevano aumentare solo se portavano una dote che ne avrebbe garantito il futuro, adesso le congregazioni rovesciavano completamente la regola. Gli istituti nascevano con un capitale iniziale minimo e la loro base di sostentamento veniva garantito unicamente dal lavoro delle sorelle che perciò erano spinte a trovare i fondi di sostentamento e, soprattutto, a saperli gestire in modo produttivo e dinamico.

In questa particolare congiuntura storica, pertanto, non fu la gerarchia ecclesiastica a promuovere questa emancipazione femminile ma essa si impose «a causa dell’espropriazione dei beni ecclesiastici» che invece di distruggere la Chiesa aveva aperto alla donne «nuove possibilità di realizzazione».

Un esempio incredibile di questa nuova ascesa sociale è rappresentato da Maria Domenica Mazzarello, scoperta da don Bosco quando faceva catechismo senza saper parlare italiano né scrivere, e che fondò il ramo femminile dei salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice (fma). Le Figlie di Maria Ausiliatrice nate nel 1872 rappresentarono, come ha scritto Grazia Loparco, «un esempio di costruzione di reti di unità nazionale» perché si presero cura di scuole, orfanotrofi, asili infantili, oratori e laboratori a vantaggio delle ragazze più povere della città. Elementi questi che legarono la missione delle Figlie di Maria Ausiliatrice con le esigenze dello Stato, in particolare quella di formare insegnanti di varia estrazione geografica.

A questo fattore già di per sé importante, se ne associa un altro ancor più decisivo, ovvero la mobilità delle religiose che scelsero di aprire delle case nella lontana Sicilia invece che nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale. Nacque così un importante interscambio tra nord e sud del Paese e un esempio paradigmatico di questa vicenda è rappresentato indubbiamente dall’esperienza di suor Maddalena Morano che visse in Sicilia dal 1881 al 1908. In più, moltissime fondatrici di queste nuove congregazioni, oltre ad aver un’umile origine sociale, avevano alle spalle una tradizione di impresa familiare che favorì questo vivace dinamismo «imprenditoriale»: da Vincenza Gerosa fondatrice delle suore della Carità di Lovere a Maria Giuseppa Rossello fondatrice delle figlie di Nostra Signora della Misericordia fino all’esperienza più famosa, quella di Francesca Cabrini. Alla sua morte, nel 1917, la sua congregazione poteva contare circa millecinquento suore sparse in otto Paesi e sessantasette istituti.

Il quadro che scaturisce da questa miriade di esempi, solo appena accennati, mette in luce una vivacità e una ricchezza di esperienze dell’intransigentismo cattolico in gran parte ignorata e sottovalutata dalla riflessione storiografica e dal dibattito pubblico. E in definitiva, se si volesse compiere un sintetico bilancio del conflitto tra Stato e Chiesa, in occasione delle celebrazioni dei centocinquanta anni dell’unità del Paese, non si può non rilevare, come ha scritto Lucetta Scaraffia, che nonostante le «indubbie violenze e prevaricazioni nei confronti dei cattolici, la Chiesa non è stata indebolita da questa battaglia, ma ne è uscita più forte, purificata e anche fortemente modernizzata».

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