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Un lento seminare
nei cuori

· Domenica il Papa in visita pastorale alla parrocchia di San Giulio a Monteverde per dedicare il nuovo altare ·

Mancano ancora alcuni ritocchi esterni, gli operai si affannano per sistemare al meglio gli ultimi dettagli, e la gru, con il suo grande braccio sospeso tra terra e cielo, è ancora lì, piantata nel cortile accanto alla chiesa, memoria visiva di tre anni e mezzo di lavori. Ma nel cuore romano di Monteverde vecchio — popoloso quartiere a ridosso del Gianicolo — la comunità parrocchiale di San Giulio è pronta. Pronta ad accogliere Papa Francesco, che nel pomeriggio di domenica 7 aprile arriva in visita pastorale, e pronta a tornare finalmente a riunirsi e a celebrare nella propria casa, la chiesa, chiusa dal 2015 a causa di un cedimento del tetto e oggi completamente ristrutturata. Sarà proprio il vescovo di Roma a celebrare la prima messa nella rinnovata aula liturgica, presiedendo il rito di dedicazione dell’altare.

I bambini della parrocchia formano con i palloncini colorati una corona del rosario

«Sarà un momento intenso ed emozionante — dice all’Osservatore Romano il parroco, padre Dario Frattini, dei canonici regolari dell’Immacolata Concezione — perché l’altare è Cristo, la roccia sulla quale è costruita e cresce la comunità». E, come ha scritto a tutti i parrocchiani per l’occasione, questa dedicazione non è un «punto di arrivo, ma soprattutto di partenza».

Una nuova partenza per una comunità che, nell’emergenza logistica, con gran parte degli spazi dell’oratorio occupati giocoforza dalla tensostruttura che durante i lavori ha ospitato le celebrazioni liturgiche, si è comunque compattata, è rimasta unita e ha moltiplicato gli sforzi per arrivare quanto prima alla ricostruzione della chiesa. Aderendo in massa, ad esempio, a iniziative come quella del presepe vivente: un’idea nata nella mente di padre Dario che, nell’ottobre 2016, si chiedeva come far vivere al meglio l’atmosfera del Natale alla comunità per la prima volta costretta a celebrare le imminenti festività nella tensostruttura. Il coinvolgimento di persone, energie e volontà che dipanò per le strade di Monteverde il racconto «vivente» della Natività fu tale che negli anni successivi è stato portato nel cuore stesso della diocesi, vicino alla cattedrale di San Giovanni in Laterano, nel sito archeologico di Porta Asinaria. E le decine di migliaia di visitatori che hanno apprezzato questa sacra rappresentazione hanno contribuito, con le loro offerte, alla ricostruzione del tetto di San Giulio. Ma soprattutto si è visto e si riconosce ancora oggi, in questa iniziativa, il segno di un camminare insieme. «Oltre trecento persone tra comparse e staff — dice padre Dario — sono coinvolte nel presepe. È uno sforzo notevole, ma bello».

E qui il religioso tiene a tracciare un profilo della parrocchia a lui affidata sette anni fa (ma già da sei anni era qui come vicario): «È gente appassionata, che crede, impegnata, con le maniche arrotolate; pienamente inserita nel cammino pastorale della diocesi e, mi auguro, con una grande voglia di vivere il Vangelo». Parola chiave, per padre Dario, è proprio «comunità». Quello che fin dal suo arrivo ha cercato di trasmettere: il senso della condivisione, dell’impegno, del sentirsi concretamente famiglia dalle braccia aperte per superare l’individualismo che invece si insinua nella società contemporanea.

In questa direzione va, ad esempio, la decisione di rendere le famiglie direttamente protagoniste della catechesi: «All’inizio c’è stata un po’ di ritrosia, ma io dico: se sei capace di trasmettere l’amore, come puoi dire che non puoi fare catechesi. I miei più grandi catechisti sono stati il mio papà e la mia mamma. Ora i genitori stanno capendo che possono farlo e, dopo un anno, l’esperienza comincia a funzionare».

Nella direzione dell’accoglienza vanno le varie iniziative della «commissione carità», come la più recente con l’ospitalità data a tre giovani per l’emergenza freddo durante i mesi invernali: «Con i lavori in corso abbiamo pochi spazi, altrimenti avremmo potuto prendere più persone». Un’esperienza che ha coinvolto direttamente tante famiglie, a turno impegnate nell’assistenza quotidiana ai tre giovani: un italiano, un italo-americano e un maliano.

E la scommessa come comunità, ora che si riparte con la chiesa nuova, va posta secondo il parroco proprio nel campo dell’accoglienza e della condivisione. «Proprio qui vicino — ci dice — sorgerà il nuovo polo ospedaliero del Bambino Gesù, e questo non ci può lasciare indifferenti. Non possiamo rimanere ciechi e sordi, dobbiamo prepararci». È la Chiesa in uscita che chiede Papa Francesco, l’«officina della solidarietà» che non può non guardarsi attorno. E anche nella collocazione urbanistica la chiesa di San Giulio è naturalmente portata al dialogo stretto col quartiere, piantata com’è, quasi infossata, tra i palazzi che le si affacciano sopra e con il grande complesso della casa di cura Città di Roma che sorge proprio di fronte, sull’altro lato della strada. Il sogno del parroco è proprio far capire alla comunità l’importanza di aprire le porte, di condividere le risorse.

Ma non è semplice: «Non tutti sono immediatamente pronti a far proprie certe istanze, non mancano le resistenze, le teste dure, e quelle che il Papa ha definito malattie spirituali. Ecco, se vogliamo sintetizzare il ruolo del pastore in una parrocchia, possiamo dire che è un lento seminare nei cuori».

di Maurizio Fontana

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19 febbraio 2020

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