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Il procuratore di Giudea

· Nuova traduzione italiana dell’operetta di Anatole France ·


Come un diamante prezioso che non ha bisogno di chiedere lucentezza ad altre pietre e viene montato in solitario, Il procuratore di Giudea di Anatole France, nonostante la brevità, fin dalla prima uscita in Francia nel 1902 fu pubblicato da solo e non insieme ad altri scritti. La tradizione continua. Era il 1980 quando Leonardo Sciascia lo proponeva nella prestigiosa collana La memoria di Sellerio. Il Procuratore di Giudea esce ancora una volta come testo autonomo nella nuova traduzione e con nota di lettura di Silvano Petrosino (Bologna, edb, 2018, pagine 53, euro 7) e si conferma un capolavoro, non solo nel genere del racconto breve, ma in assoluto, perché all’esiguità delle pagine corrisponde una straordinaria densità di contenuto. 

Antonio Ciseri, «Ecce Homo»  (fine xix secolo)

Il prolifico scrittore francese, autore di romanzi, racconti, saggi, poesie, premio Nobel per la letteratura nel 1921, proprio sul nascere del secolo scorso decise di confrontarsi con la figura di Ponzio Pilato. Un personaggio storico che, attraversando da protagonista i secoli, ha finito per perdere progressivamente i contorni reali irrigidendosi quasi in un simbolo, un destino opposto a quello di altre figure di lunghissima durata, Ulisse ad esempio, che abitando tante pagine scritte hanno ricevuto in dono dalla letteratura l’illusione di una vita vera che non ebbero. Nome celebre quello di Pilato che non solo risuona a ogni Credo pronunciato dai fedeli — una citazione funzionale a ribadire un tempo e un luogo e dunque il radicamento del cristianesimo nella storia umana — ma che è entrato nei modi di dire e dunque nel linguaggio comune (lavarsene le mani come Pilato; mandare da Erode a Pilato; un nuovo Pilato; entrare come Pilato nel Credo).
Lucio Elio Lamia e Ponzio Pilato dopo anni si rivedono casualmente a Baia, la bellissima località termale dove sono andati a curare i malanni dell’età che avanza. L’incontro diventa l’occasione per rievocare il passato che hanno trascorso insieme in Giudea, l’uno durante le peregrinazioni al tempo dell’esilio, l’altro per la sua carica di procuratore romano. L’amichevole conversazione, con il reciproco sollecito interrogarsi sul destino che hanno avuto in sorte, cela al fondo una radicale contrapposizione. Il loro è un duetto dove le voci soliste si alternano senza mai sfiorarsi, in un colloquio che non riesce a diventare dialogo. Pilato deplora la condotta dissoluta di Lamia che gli valse l’esilio, mentre Lamia polemizza, anche se in modo prudente, con il comportamento tenuto da Pilato verso i Giudei. Pur riconoscendogli il merito di aver sempre agito «nel solo interesse di Roma», Lamia rimprovera al procuratore la durezza, la mancanza di clemenza, l’impetuosità di carattere e l’incapacità di provare compassione per chi si era trovato a vivere in un paese sotto occupazione militare. Con accenti carichi di risentimento per essere stato sollevato dalla sua carica in seguito a una rivolta dei Samaritani, Pilato continua a rievocare i tempi del difficile governo in Giudea. Tra tanti ricordi non una parola su quella condanna a morte che lo avrebbe fatto passare alla storia.
In questo silenzio che sorprende il lettore, Anatole France lascia infine cadere il nome di Gesù, quasi svagatamente e in modo obliquo. A pronunciarlo infatti è Lamia che, dopo aver raccontato di un amore perduto, una giovane «ebrea di Gerusalemme» che insieme a pochi altri aveva seguito un «taumaturgo proveniente dalla Galilea», chiede a Pilato se ricorda quell’uomo che si chiamava Gesù e che era stato crocifisso. «No, non mi ricordo» risponde Pilato. La dimenticanza contenuta nella battuta conclusiva è la sostanza geniale di questo splendido racconto. Pilato per France è il politico che antepone alla giustizia e allo spirito di servizio la sua carriera e che, lasciandosi sedurre dal potere, abbandona Gesù al volere della folla in tumulto. Il burocrate rigido fino all’ottusità che si lascia passare accanto la Storia senza riconoscerla. L’uomo che vive senza dare peso alle sue scelte, che cammina sulla terra come se fosse sabbia, sicuro che le sue orme saranno cancellate al primo soffio di vento.
Non Pilato ma Gesù profeta disarmato, non l’intento teologico — il gesto necessario al compiersi della Redenzione — ma l’uomo che permette la morte di un innocente senza neanche ricordare la sua colpa, è questo ad accendere l’umanesimo laico e sociale di France, sempre pronto a levare la sua voce in favore degli ultimi e dei perseguitati e contro ogni forma di oppressione (il caso Dreyfus, il popolo armeno, il dispotismo della Russia zarista, ecc.). Perché France è di quegli scrittori che è tutt’uno con l’uomo che è stato. Così nella sua scrittura raffinata, intensa e coinvolgente ritroviamo il ragazzo che aveva alimentato il suo talento nella libreria antiquaria del padre e negli incontri con gli studiosi che la frequentavano. C’è tutto France anche nell’uso sapiente delle fonti (gli Evangelisti, Filone, Flavio Giuseppe, Tacito, Svetonio) e nei richiami colti che non sono mai ostentata erudizione, al contrario corrono come un filo d’oro nella trama illuminandola: l’incantevole Baia, «il più splendido golfo del mondo» come scriveva Orazio; i grigi alcioni che, volando tanto in alto per fuggire il diluvio, conquistarono per il loro piumaggio l’arancio del sole e l’azzurro del cielo; le storie di Orfeo, musico incantatore, dipinte sul portico della casa di Pilato; il vecchio di Ebalia che aveva toccato il cuore di Virgilio facendo di una terra arida un giardino incantato.
Un «apologo dello scetticismo» aveva definito Leonardo Sciascia questo racconto, aggiungendo che la formula poteva essere «suscettibile di contraddizione e rovesciamento». Un cambio di prospettiva che appare convincente. Il procuratore di Giudea infatti può essere letto come un omaggio e un invito all’impegno, da parte di chi aveva fatto della letteratura un’occasione di conoscenza e di comprensione e uno strumento a difesa della dignità umana, come a ragione reciterà la motivazione del Nobel. 

di Francesca Romana de’ Angelis

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20 ottobre 2019

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