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Un insolito fuori verbale

· A colloquio con Matteo Luigi Napolitano, docente di storia delle relazioni internazionali e diplomazia ·

Il 9 novembre 1989 non è solo la data che segna la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda. È il culmine di un percorso che condurrà a ridisegnare gli assetti politici e diplomatici mondiali. Un fatto che ancora oggi suscita il dibattito e la riflessione di esperti e storici come Matteo Luigi Napolitano, docente di storia delle relazioni internazionali e diplomazia presso l’Università degli Studi del Molise, e Delegato internazionale del Pontificio Comitato di scienze storiche.

Perché quel giorno rappresentò uno spartiacque sotto il profilo storico e geopolitico?

È tutto l’anno 1989 a rappresentare una data storica. Nel corso dell’estate il mondo vide cadere le tessere del domino socialista in Europa. Il vecchio blocco del Patto di Varsavia iniziava a sfaldarsi in maniera inesorabile. Ungheria, Germania orientale, Cecoslovacchia, Polonia erano la prova vivente di un’urgente domanda di libertà e di nuovi diritti. Tale richiesta si sarebbe declinata in vari modi: dai più dialoganti ai più drammatici, come l’esperienza della Romania, proprio nel Natale del 1989, avrebbe dimostrato, e come la tragica esperienza della ex-Jugoslavia avrebbe provato qualche anno dopo. Ai governanti, e soprattutto ai grandi del mondo non era tuttavia ancor chiaro quale sarebbe stato il nuovo assetto geopolitico dell’Europa. Segnali di distensione non erano mancati, e un certo clima di fiducia s’era diffuso nel mondo anche in seguito alla storica udienza concessa da Giovanni Paolo II a Gorbačëv: un’udienza durata ben oltre i tempi stretti del protocollo, e di cui abbiamo un interessante resoconto di fonte sovietica. «Raissa Maximovna — disse Gorbačëv alla moglie — ho l’onore di presentarti la più alta autorità morale della terra. Ed è uno slavo, come noi». Il mondo era in un «già e non ancora»; in una trasformazione tutta in divenire.

La notizia del crollo del muro di Berlino preoccupava non poco alcuni leader europei. In particolare Margaret Thatcher e François Mitterrand, ma anche i vertici di Solidarność e il leader del sindacato autonomo polacco Lech Wałęsa.

A ridosso dei sommovimenti in atto, i cittadini tedesco-orientali cercavano di passare a ovest attraverso il territorio cecoslovacco e quello ungherese; il flusso era talmente inarrestabile che l’8 novembre il governo comunista cecoslovacco dovette chiedere al leader tedesco-orientale Honecker di aprire le frontiere con la Germania ovest. La fuga verso ovest stava del resto anche estendendosi ad altri Paesi socialisti. I leader delle maggiori democrazie occidentali del tempo furono colti di sorpresa, se non letteralmente spaventati, dall’accelerazione degli eventi che si stavano verificando in Germania. Al punto da temere sgraditi effetti geopolitici: primo fra i quali il crollo dell’Urss, che non pochi leader occidentali da tempo paventavano. Il verbale di un colloquio riservatissimo del 23 settembre 1989, fra Thatcher e Gorbačëv, è eloquente. Sapendo che per Gorbačëv era importante che l’Europa orientale scegliesse la sua strada lasciando intatto il Patto di Varsavia, la premier britannica aggiunse un insolito fuori verbale: «Gran Bretagna ed Europa occidentale non sono interessate all’unificazione della Germania. Le parole scritte del comunicato della Nato possono suonare in modo differente ma non le consideri. Noi non vogliamo l’unificazione della Germania. Essa condurrebbe a cambiamenti nei confini postbellici, e non possiamo permetterlo, in quanto un tale sviluppo minerebbe la stabilità dell’intera situazione internazionale e arrecherebbe minacce alla nostra sicurezza. Noi non siamo interessati alla destabilizzazione dell’Europa orientale e neppure alla dissoluzione del Trattato di Varsavia». Thatcher aggiunse nel suo colloquio con Gorbačëv: «Questa è anche la posizione del presidente degli Stati Uniti. Mi ha inviato un telegramma a Tokyo in cui mi ha chiesto di dirLe che gli Stati Uniti non intraprenderanno nulla che possa minacciare gli interessi di sicurezza dell’Unione Sovietica, o che possa esser percepito dalla società sovietica come una minaccia. Adempio a questa richiesta». Proprio mentre il muro stava per crollare, il cancelliere tedesco occidentale Helmut Kohl si trovava in visita in Polonia, dove incontrò Lech Wałęsa, il quale non credeva possibile «una seconda Ungheria nella Repubblica Democratica tedesca». Wałęsa credeva che se il muro di Berlino fosse caduto in una o due settimane, ciò avrebbe distratto l’attenzione del mondo dalle riforme in corso in Polonia. Ma gli eventi, proprio quel giorno del suo colloquio con Kohl, stavano precipitando. Si veda poi l’atteggiamento di Mitterrand, fra la caduta del Muro e l’unificazione tedesca. Nel corso di una telefonata del 14 novembre 1989 con Gorbačëv, Mitterrand così riassunse la posizione francese: «Vorremmo evitare ogni sorta di perturbazione. Non credo che la questione di cambiare i confini possa essere realisticamente sollevata ora: almeno fino a un certo periodo. I nostri due Paesi sono amici della Germania orientale. Prevedo di visitare la Germania orientale in un prossimo futuro». Per Mitterrand occorreva quindi evitare azioni affrettate e mantenere l’esistente equilibrio europeo. Si tratta evidentemente di posizioni che, rilette oggi, forse erano meno nette e che forse miravano a evitare che Gorbačëv, in fin dei conti, divenisse l’incontrastato protagonista, insieme a Kohl, della riunificazione tedesca.

Quali ricadute diplomatiche provocò questo evento di popolo? L’Ostpolitik vaticana ha avuto un peso rilevante?

Le Carte del cardinale Casaroli, da qualche anno declassificate e messe a disposizione degli studiosi per opera meritoria della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana, dimostrano senz’ombra di dubbio il rilevantissimo peso dell’azione della Santa Sede, e in particolare di Casaroli e dei suoi collaboratori, in una complessa trama che, sotto la guida di tre papi, si è dipanata verso i Paesi dell’Est. Aggiungo che l’Ostpolitik di Casaroli, a dire il vero, non riguardava soltanto l’est europeo, ma è consistita in molto altro: specialmente in un accurato lavorio di corridoio espletato soprattutto in occasione d’importanti conferenze internazionali. La caduta del muro e la fine dei regimi socialisti in Europa è certamente il risultato di un’evoluzione geopolitica che il Vaticano ha sempre seguito con grande attenzione; ma, in linea generale, scopi principali della diplomazia vaticana, in un complicato contesto come la Guerra fredda e il non allineamento, sono sempre stati la difesa delle libertà fondamentali, la tutela dei diritti naturali e lo sviluppo dei diritti dell’uomo. Una costante diplomatica, questa, che naturalmente si riscontra anche oggi.

Possiamo dire che gli effetti della caduta del muro ancora oggi incidono nella politica estera internazionale ed europea?

Se parliamo dell’impulso dato a certi ambiti della vita internazionale, come per esempio i diritti umani, mi sbilancerei a parlare di una stretta correlazione con gli eventi di trent’anni fa. Dobbiamo tuttavia anche ammettere che l’11 settembre e la lotta al terrorismo internazionale hanno provocato una drammatica interruzione dei sentieri di dialogo e di comprensione fra i popoli. Il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam della Moschea di Al-Ahzar, Ahmad al-Tayyeb, si annuncia come un pilastro teorico per la comunità delle genti, teso a superare le incomprensioni e le diffidenze verso i luoghi d’incontro del pensiero e dello spirito fra gli uomini di buona volontà. Ed è naturalmente, quel documento, anche un passo avanti per l’evoluzione teorica di ciò che in un prossimo futuro saranno i diritti umani.

di Vince Grienti

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