Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Un innamorato
del cristianesimo primitivo

· John Henry Newman ·

Pubblichiamo, in una nostra traduzione, uno stralcio del saggio «John Henry Newman’s Path of Conversion».

L’ingresso della cappella dedicata a Newman nell’Oratorio di Londra, decorato con il motto «Cor ad cor loquitur»

John Henry Newman (1801-1890), sacerdote oratoriano e cardinale che il 13 ottobre viene canonizzato da Papa Francesco a Roma, sarà il primo cattolico inglese dall’inizio del XVII  secolo e il primo non martire dai tempi precedenti la Riforma a essere proclamato santo. Newman è largamente conosciuto per la sua conversione alla fede cattolica. Dopo molti anni di servizio impegnato nella Chiesa d’Inghilterra e di importante lavoro all’università di Oxford, il 9 ottobre 1845 fu accolto nella Chiesa cattolica dal passionista italiano beato Domenico Barberi. Di fatto, gli studiosi di Newman parlano di tre conversioni nella sua vita: anzitutto la conversione “evangelica” nel 1816, quando la realtà spirituale di Dio e dell’anima lascerà nella mente e nel cuore del giovane una profonda impressione, che gli darà una fede incrollabile per tutta la vita; in secondo luogo, a partire dal 1828, la conversione “patristica” ai Padri della Chiesa quale fondamento teologico per ravvivare l’eredità cattolica della Chiesa d’Inghilterra; e infine la conversione alla Chiesa cattolica romana nel 1845.

Figlio del banchiere John Newman e di Jemima Fourdrinier, discendente di una famiglia di rifugiati ugonotti, nacque nella City di Londra il 21 febbraio 1801. Cresciuto nella Chiesa costituita d’Inghilterra, la sua primissima formazione consistette principalmente nel leggere la Bibbia. La Sacra Scrittura dotò il giovane di alti valori morali, ma il suo acuto intelletto era alla ricerca di una fede articolata in modo più chiaro. All’età di sette anni John Henry fu mandato alla Great Ealing School, gestita da George Nicholas. Era un avido lettore, e le opere di Thomas Paine, David Hume e forse anche Voltaire suscitarono in lui scetticismo filosofico e dubbio religioso.

Guardando indietro, Newman in seguito ricordò che all’epoca era convinto di “voler essere virtuoso, ma non religioso” e di non aver capito “che senso avesse amare Dio”. Questa crisi religiosa rimase però solo un breve episodio e fu risolta quando venne a contatto con pastori evangelici e con la letteratura calvinista. Durante le vacanze estive del 1816 lesse La forza della verità di Thomas Scott, il cui contenuto lasciò in lui una profonda impressione che lo condusse alla prima conversione, dandogli un’acuta consapevolezza dell’esistenza di Dio e del mondo invisibile. Nella sua autobiografica Apologia pro Vita Sua del 1865, Newman descrive quella che considera una delle grazie più importanti della sua vita: «Subii l’influenza di un credo definito, e accettai nella mia mente alcune impressioni del dogma che, per la misericordia di Dio, non si sono mai più cancellate od oscurate». Benedetto XVI, che ha beatificato Newman il 19 settembre 2010 a Birmingham, ha riflettuto sull’importanza spirituale duratura di questa prima conversione alla fede nel Dio vivente: «Fino a quel momento, Newman pensava come la media degli uomini del suo tempo e come la media degli uomini anche di oggi, che non escludono semplicemente l’esistenza di Dio, ma la considerano comunque come qualcosa di insicuro, che non ha alcun ruolo essenziale nella propria vita. Veramente reale appariva a lui, come agli uomini del suo e del nostro tempo, l’empirico, ciò che è materialmente afferrabile. È questa la “realtà” secondo cui ci si orienta. Il “reale” è ciò che è afferrabile, sono le cose che si possono calcolare e prendere in mano. Nella sua conversione Newman riconosce che le cose stanno proprio al contrario: che Dio e l’anima, l’essere se stesso dell’uomo a livello spirituale, costituiscono ciò che è veramente reale, ciò che conta (...) Dove avviene una tale conversione, non cambia semplicemente una teoria, cambia la forma fondamentale della vita. Di tale conversione noi tutti abbiamo sempre di nuovo bisogno: allora siamo sulla via retta». Con queste acute osservazioni, Benedetto XVI coglie gli echi agostiniani della prima conversione di Newman, che fu una svolta verso la realtà assoluta di Dio e del sé in relazione con Lui: Deus et anima. Il giovane Newman iniziò anche a comprendere l’importanza delle dottrine centrali del cristianesimo: l’Incarnazione del Figlio di Dio, l’opera di redenzione di Cristo, il dono dello Spirito Santo, che dimora nell’anima del battezzato. Si convinse inoltre che la fede non può rimanere mera teoria, ma deve essere espressa in uno stile di vita.

Dal libro di Scott Newman estrapolò due frasi che avrebbero segnato tutta la sua vita: «la santità piuttosto che la pace» e «la crescita è la sola espressione di vita». Dopo aver completato gli studi al Trinity College di Oxford — con risultati modesti — nell’aprile 1822 Newman fu comunque eletto membro dell’Oriel College. Presi gli ordini nella Chiesa anglicana, a giugno 1824 divenne diacono e a maggio 1825 pastore. In qualità di curato di Saint Clement’s, a Oxford, si dedicò al lavoro pastorale. Nel 1826 ritornò come tutor all’Oriel College e a febbraio 1828 fu nominato vicario di Saint Mary’s, la chiesa universitaria. Nel giro di poco tempo divenne il principale predicatore della funzione serale domenicale e ben presto i suoi sermoni conquistarono il cuore e la mente di numerosi studenti. In quel periodo Newman iniziò a studiare i Padri della Chiesa, i vescovi santi e i teologi ortodossi dei primi secoli cristiani, i cui scritti sono essenziali per comprendere la fede cattolica, studio che avrebbe continuato per tutta la vita.

Il primo incontro con i Padri lo aveva avuto quando, quindicenne, aveva letto la Storia della Chiesa di Joseph Milner. Guardando indietro, scrive: «rimasi addirittura innamorato dei lunghi estratti di sant’Agostino, sant’Ambrogio e di altri Padri che vi trovai. Li considerai come l’espressione della religione dei primi cristiani». Ad ogni modo, nella formazione intellettuale di Newman precedente al 1828 i Padri non erano molto presenti, se non per il suo interesse per la teologia trinitaria pre-nicena.

A spingerlo a dedicarsi con impegno allo studio dei teologi dell’antichità cristiana fu il suo interesse per l’anglicanismo della Chiesa alta. Durante le vacanze estive del 1828 Newman iniziò a leggere i Padri in modo sistematico, partendo da sant’Ignazio d’Antiochia e san Giustino martire. Nelle sue Conferenze su alcune difficoltà che sentono gli anglicani nel sottomettersi alla Chiesa cattolica, tenute all’Oratorio di Londra nel 1850, Newman non dà grande risalto a questi primi studi, con una eccezione: «Non sapevo che cosa cercare in essi; cercavo quello che non c’era, non capivo quello che c’era; ci sono stato sopra per tutta la notte senza cogliere niente. Ma vorrei fare un’importante eccezione: mi sono alzato dalla lettura con una vivida percezione dell’istituzione divina, delle prerogative e dei doni dell’episcopato».

Emerge qui uno dei motivi centrali dell’interesse di Newman per i Padri: la loro ecclesiologia. Newman era molto impressionato dai Padri dei primordi quali testimoni della comprensione che la Chiesa aveva di sé e dei suoi ministeri, e questo sarebbe rimasto uno degli interessi teologici nella vita di Newman, sia nel periodo anglicano sia in quello cattolico.

Nel marzo 1831 l’alto ecclesiastico Hugh James Rose (1795-1838) chiese a Newman di scrivere una Storia dei principali concili, che doveva far parte di una nuova serie di pubblicazioni tese ad accrescere nella Chiesa d’Inghilterra la consapevolezza della propria tradizione dottrinale e liturgica. Newman s’imbarcò in questo progetto, ma si rese presto conto che le complesse questioni teologiche coinvolte imponevano di limitare la portata temporale della ricerca al concilio di Nicea (325) e al suo Credo trinitario. Lo studioso oxfordiano era consapevole di appoggiarsi su teologi anglicani che avevano studiato i Padri antichi al fine di difendere le loro asserzioni contro la Chiesa cattolica romana e di sostenere la dottrina cristiana tradizionale di fronte ai crescenti movimenti settari nella Chiesa d’Inghilterra.

Guardando indietro a quegli anni, nel 1850 Newman osservò che nel suo lavoro sulla storia dell’arianesimo aveva letto i Padri “usando come chiave la Defensio di Bull, fin dove arrivava il suo argomento». La Defensio fidei nicenae di George Bull (1634-1710), vescovo anglicano di Saint David’s, era stata pubblicata nel 1685 e cercava di dimostrare che la teologia trinitaria dei Padri pre-niceni era essenzialmente quella del Simbolo di Nicea; in seguito il suo lavoro ebbe una forte influenza sui trattariani. Newman acquisì inoltre una certa familiarità con gli studi patristici francesi, prosperati nel periodo precedente la Rivoluzione. Frutto delle fatiche di Newman fu il suo primo libro, nonché contributo più importante alla teologia: Gli ariani del IV secolo (1833), dove presenta la tesi piuttosto improbabile secondo cui Ario, che era un sacerdote alessandrino, di fatto fosse influenzato dalla teologia antiochena.

Newman dedica quasi un terzo del libro a quelle che identifica come due scuole profondamente diverse di esegesi e teologia: da un lato la scuola antiochena e intorno alla Siria, che aveva sviluppato una lettura razionalista e storicizzante della Bibbia e di conseguenza aveva dato origine alla dottrina ariana di Gesù Cristo come mediatore creato tra il Dio trascendente e il mondo; dall’altro la scuola alessandrina, che privilegiava il senso spirituale delle Scritture e di conseguenza aveva sviluppato una visione teologica che offriva una lettura sacramentale non soltanto della Scrittura, ma anche di tutta la realtà.

Del suo incontro con i Padri alessandrini scrive: «Io capii che questi passi volevano dire che il mondo esterno, fisico e storico, era solo la manifestazione, ai nostri sensi, di realtà che lo sorpassavano. La natura era una parabola; la Scrittura un’allegoria, la letteratura, la filosofia e la mitologia pagana rettamente intese, erano soltanto una preparazione al vangelo».

Newman era inoltre affascinato dalla vita e dal vigore della Chiesa alessandrina; ai suoi occhi usciva molto favorevolmente dal confronto con la situazione della sua Chiesa d’Inghilterra, che vedeva minacciata dalla forte ondata di liberalismo: «Ho fatto un confronto con la forza fresca e vigorosa dei primi secoli di cui stavo leggendo. Nel suo zelo trionfante nel nome di quel Mistero Primevo verso il quale ho avuto così grande devozione sin dalla mia giovinezza, ho riconosciuto il movimento della mia Madre Spirituale (...) La conquista di sé dei suoi asceti, la pazienza dei suoi martiri, l’irresistibile determinazione dei suoi vescovi, il gioioso oscillare dei suoi passi mi hanno esaltato e al tempo stesso turbato».

Gli ariani del IV secolo mostra come lo studio dei Padri da parte di Newman sia inestricabilmente legato agli argomenti e alle controversie che doveva affrontare nel proprio contesto ecclesiale. Pertanto, molti commentatori hanno osservato che l’“Antiochia” e l’“Alessandria” di Newman sono modelli ideali più che realtà storiche. Negli anni successivi Newman ebbe molte occasioni per approfondire la sua conoscenza dei primi secoli cristiani. Una cosa, però, non lo abbandonò mai, ovvero il suo amore per la tradizione alessandrina, che era in profonda sintonia con le sue convinzioni intellettuali e spirituali.

Il Sermone delle Assise di John Keble del 14 luglio 1833, che denunciava l’allontanamento della nazione dalla pratica della fede cristiana, segnò l’inizio di quello che poi divenne noto come Movimento di Oxford. All’inizio le attività s’incentrarono sulla pubblicazione dei Trattati per i tempi, che in principio erano brevi volantini, ma che poi assunsero un carattere più colto, specialmente quando al gruppo si unì Edward Bouverie Pusey (1800-1882), professore di ebraico a Oxford. Diversamente da Newman e dalla maggior parte dei suoi contemporanei di Oxford, Pusey aveva studiato in Germania e possedeva una conoscenza diretta della teologia razionalista emergente dalle università protestanti tedesche.

Newman comprese molto presto che la posizione del movimento contro il liberalismo e il razionalismo nella religione doveva fondarsi su una teologia solida. Negli anni Trenta del XIX secolo adottò la teoria della Via Media, secondo cui la Chiesa d’Inghilterra, uno dei rami della Chiesa primitiva indivisa, aveva preservato meglio le dottrine della Chiesa patristica e pertanto rappresentava la Via Media, ovvero la “via mediana” tra gli errori dottrinali e l’apostasia del protestantismo e le corruzioni e gli abusi della Chiesa di Roma (perlomeno a livello popolare). Questa affermazione poggiava su due pilastri: i primi Padri della Chiesa e i teologi anglicani del XVII secolo. Nel 1836 Newman e Pusey ebbero l’idea di rendere la teologia patristica accessibile in una traduzione inglese attraverso una raccolta intitolata Library of the Fathers. Il contributo più importante di Newman a questa raccolta fu il volume Select Treatises of St. Athanasius, pubblicato in due parti, nel 1842 e nel 1844, dopo diversi anni di lavoro. Gli studi del cristianesimo primitivo svolti da Newman hanno forgiato la sua predicazione e i suoi scritti teologici in generale. Ciò appare evidente nel suo Lectures on the Doctrine of Justification del 1838, opera che vale la pena esaminare più in profondità, dove propone di superare una delle dispute centrali del periodo della Riforma con l’introduzione del concetto della deificazione dell’uomo, che conosceva attraverso lo studio dei Padri alessandrini. Il teologo ortodosso Andrew Louth commenta così questo importante contributo: «Newman dà espressione a questa idea centrale del Movimento di Oxford, l’idea che, poiché noi rispondiamo a Dio in Cristo, Dio stesso è presente a noi, nel nostro cuore, attirandoci verso di Sé: una convinzione che esprime (...) l’essenza della dottrina patristica della deificazione».

Con il senno di poi, Newman nell’Apologia scrisse che il suo studio dei Padri era un viaggio in territori sconfinati e dagli esiti incerti. Era consapevole che l’energica ripresa del cristianesimo primitivo metteva in discussione alcuni dei principi protestanti dell’anglicanismo. Nella sua lunga prefazione al primo volume della Library of the Fathers, contenente le catechesi di san Cirillo di Gerusalemme e pubblicato nel 1838, risponde ai sospetti che il Movimento di Oxford alla fine avrebbe condotto al cattolicesimo romano e chiede ai lettori soprattutto pazienza; dinanzi alle perplessità avrebbero dovuto sottomettere il loro giudizio a quello della Chiesa d’Inghilterra come arbitro ultimo. La prefazione rivela anche un altro motivo centrale dell’interesse che Newman nutre per i Padri, vale a dire la questione dell’ermeneutica scritturale: «Non c’è nulla di più certo del fatto che la Scrittura contenga tutta la dottrina necessaria; eppure, si può immaginare, non c’è nemmeno nulla di più certo che, per dirla in termini concreti, abbia bisogno di un interprete; nulla di più certo che la nostra Chiesa e i suoi teologi indichino la testimonianza dei primi tempi del cristianesimo relativi alla dottrina apostolica come tale interprete».

Newman era ben consapevole dei problemi dell’esegesi biblica, che ai suoi tempi erano tanto importanti quanto lo sono oggi. Vedeva nei Padri un modello di lettura della Scrittura nella Chiesa e con la Chiesa. Il suo Lectures on Justification, scritto più o meno nello stesso periodo, contiene un passo importante che ci aiuta a illustrare questa affermazione. Nella quinta conferenza, intitolata Misuse of the Term Just or Righteous, Newman approfondisce il significato biblico di “essere reso giusto”, che è al centro delle controversie della Riforma. Tenendo conto della diversità delle interpretazioni esistenti, egli desidera trovare “l’unico senso vero” del termine, per cui considera insufficiente la metodologia filologica. Afferma dunque che «è nostro dovere soffermarci sulle cose, non su nomi e termini; associare le parole con i loro oggetti invece che misurarle con le loro definizioni (...) in breve, quando parliamo di giustificazione o di fede, avere un significato e comprendere un’idea, anche se in tempi diversi può essere sviluppata o presentata in maniera differente, come il profilo o il volto pieno in un quadro». Secondo Newman i Padri sono esemplari come interpreti della Scrittura, poiché «ci fanno conoscere le cose di cui parla la Scrittura».

Questo passo straordinario anticipa il crescente interesse e apprezzamento per l’interpretazione biblica patristica degli ultimi anni. Secondo il noto studioso Robert Louis Wilken, i Padri, nella loro lettura della Scrittura, passano da res a verba, ossia partono da una realtà stabilita (teologica, morale, spirituale) e analizzano in che modo le parole illustrano ed esprimono tale verità. A volte questo metodo può portare a una allegorizzazione eccessiva, tendenza che è stata giustamente criticata dagli esegeti moderni. Tuttavia, nella sua forma migliore, la lettura dei testi sacri dei Padri della Chiesa propone un’applicazione profonda dei criteri per l’esegesi biblica indicati nella Costituzione dogmatica del concilio Vaticano II sulla divina rivelazione Dei Verbum.

L’accoglienza controversa del Movimento di Oxford nella Chiesa d’Inghilterra in generale, insieme a una serie di eventi occorsi a Oxford, fecero sì che la teoria della Via Media anglicana apparisse debole. L’estate 1839 gettò Newman in un subbuglio intellettuale e diede inizio a un processo di riflessione che alla fine lo avrebbe condotto alla Chiesa cattolica romana. Il suo studio continuo dei Padri lo portò alle controversie cristologiche del V secolo. Dalle sue ricerche sul concilio di Calcedonia (451), Newman concluse che la Chiesa dei primordi non risolveva i problemi dottrinali solo sulla base del principio di antichità e riconobbe in Papa Leone Magno il massimo testimone della confessione della fede apostolica contro i monofisiti, il cui rappresentante più estremo, Eutiche, affermava che la natura umana di Cristo fosse assorbita nella sua natura divina: «La mia roccaforte era sempre stata l’antichità ed ora, nel mezzo del V secolo, vi trovai riflessa la cristianità del XVI e XIX secolo. Vidi il mio volto in quello specchio: era il volto di un monofisita. La Chiesa della Via Media occupava il posto della comunità orientale, Roma il suo posto di sempre e i protestanti erano gli eutichiani». Il punto di confronto tra i monofisiti del V secolo e gli anglicani del diciannovesimo non era il contenuto dei loro insegnamenti, bensì il principio in base al quale venivano risolti gli aspetti controversi. Pertanto, a essere messe in discussione erano la metodologia teologica e l’autorità ecclesiale. Le verità della fede cattolica non possono essere trovate sulla Via Media e il loro punto di riferimento non è solo l’antichità, come sosteneva il Movimento di Oxford.

Quella stessa estate del 1839, l’amico di Newman Robert Williams gli mostrò un articolo sul «Dublin Review», scritto da Nicholas Wiseman, all’epoca ancora rettore del Collegio Inglese a Roma, sull’«Anglican Claim». Wiseman paragonava la Chiesa d’Inghilterra ai donatisti scismatici dell’Africa settentrionale ai tempi di sant’Agostino d’Ippona. All’inizio Newman non era per niente convinto di quel paragone, ma Williams lo rimandò a una frase di Agostino citata da Wiseman per sostenere la sua argomentazione: Securus judicat orbis terrarum. La frase era tratta dalla lunga risposta di Agostino a una lettera di Parmeniano, vescovo donatista di Cartagine. Partendo dall’affermazione dei donatisti di essere la vera Chiesa, addirittura la Chiesa dei puri, Agostino sostiene che il mondo giudica con piena sicurezza che non sono buoni quelli che si separano dal mondo in una qualunque parte della terra. Questa affermazione viene fatta sullo sfondo della comprensione che ha Agostino della Chiesa come corpus permixtum: contiene grano e veccia, pesce buono e pesce cattivo, che verranno separati solo alla fine dei tempi.

di Uwe Michael Lang

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE