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Un inizio impossibile
da possedere

· Racconti, storie, proposte e riflessioni in occasione della Pasqua ·

Cristo è risorto! Ma che cosa significhi, del tutto non lo sappiamo ancora. Pur avendo celebrato molte volte la Pasqua, rimaniamo simili ai tre apostoli che, scendendo dal Tabor, per la prima volta sentirono Gesù parlare di risurrezione: «Essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti» (Marco 9, 10). I testi biblici che saranno proclamati nel tempo pasquale testimoniano tutta la fatica e la creatività della prima generazione cristiana nell’inventare un linguaggio capace dell’indicibile: in essi si avverte come il nuovo si sia offerto, superando con la sua densità ogni parola disponibile a persone oneste e sorprese. Da loro, dai testimoni oculari, riceviamo come insufficiente, eppure determinante a comprendere l’opera santa di Dio, l’espressione che ha interrotto il silenzio della morte: «Cristo Signore è risorto!».

Bill Viola, «Emergence» (2002)

Essa significa anzitutto che il crocifisso, morto e sepolto, si è alzato: il verbo con cui ora è descritta la fine della morte, nei vangeli molte volte aveva già narrato il levarsi in piedi di peccatori, di malati, di morti, di Gesù stesso. Alzarsi: assumere la posizione eretta, scoprire mani libere per creare, guadagnare un orizzonte più ampio di quello concesso a chi procede fissando la terra. L’uomo si riempie gli occhi di mondo, li eleva fino al cielo, guarda il fratello in volto.

«È risorto» significa poi questo: che quaggiù, nel mondo dove abitiamo, egli è uscito dalla morte. Come fisico e quotidiano è il gesto di chi si alza, così la vita eterna di Dio è riscontrata, a Pasqua, entro limiti a noi consueti. Non è accaduto altrove: ciò contrasta con ogni visione dell’aldilà che ambienti lontano dai luoghi di ogni giorno la nostra vittoria sulla morte. Cristo è uscito dalla terra in cui era sepolto, la stessa su cui noi camminiamo. Quello che calpestiamo è il mondo redento, è la terra di Dio. Perde di pertinenza qualsiasi idea di paradiso in cui non sia salva la scena umana. Egli è visto, toccato, ascoltato, nutrito, adorato dai suoi, negli ambienti e nei linguaggi della loro amicizia.

È risorto, infatti, con una storia. Dalla morte viene incontro a persone che hanno di lui ricordi da ritrovare; viene col suo nome: nulla è svanito. Qui si tocca così un aspetto delicato ed estremamente affascinante della scoperta pasquale. Dio rende eterna, sottrae alla corruzione e alla dimenticanza, quella vita irripetibile che la morte ha chiuso.

La salvezza è concreta, è di qualcuno. Proprio qui ha origine la devozione antichissima al nome di Gesù. Che significa, certo, «Dio salva», ma in una persona, nel nucleo denso e insormontabile della sua unicità.

Eppure Cristo ci mostra che risorgere è, altresì, venire modificati dalla morte, essere noi — sì — ma non più noi: non più gli stessi, non più pensabili senza una determinata morte, quasi sigillo della vita. Le piaghe del risorto e la fatica a riconoscerlo ci proiettano su un’esperienza ancora inaccessibile, ma il cui presentimento è ormai intenso: non si attraversa la notte oscura invano; non si supera una prova senza venirne per sempre modificati.

Risurrezione è, infatti, il nome di una salvezza “nella” morte. Capovolgendo la tradizionale antifona, Lutero poté affermare Media morte in vita sumus, sic dicit, sic credit christianus, “In piena morte ci è sopra la vita, non più il contrario”. All’incombere della fine si sostituisce la permanente offerta di un nuovo inizio, di un legame libero e vitale. Questo svela perché debba morire anch’io, pur essendo risorto il Cristo: la mia morte sarà vinta non senza di me, io solo ne determinerò la qualità e la singolarità, in rapporto al Bene che mi chiama. Unito a lui, attraversarla mi compirà, eternamente. Non c’è nulla di automatico. La sua risurrezione non esaurisce né risolve la mia: la dischiude.

Contro una lettura semplicemente lineare del tempo — che per molti sarebbe propria del cristianesimo: nel passato Gesù, nel presente la Chiesa, nel futuro l’apocalisse — appare a questo punto decisivo il continuo ritorno del Risorto. «Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa» (Giovanni 20, 26): già si presenta quel ritmo settimanale che a noi è dato nel convenire domenicale e nel ciclo dell’anno liturgico. Ripetizione. Non l’eterno ritorno dell’uguale — quella ciclicità delle stagioni che fa concludere a Qohelet «Nulla di nuovo sotto il sole» (1, 4-10) — ma l’eterno ritorno del Nuovo, dell’inaudito, di ciò che rimane sconosciuto a ogni generazione, non fosse che risplende in Cristo.

La fede si forma in rapporto al venire del Risorto e al suo stare in mezzo (Giovanni 20, 19.26): come Tommaso è accompagnato oltre il suo dubbio, così avverrà per quelli che accolgono la testimonianza degli apostoli pur non avendo visto. Lo ha perfettamente mostrato Paul Beauchamp, quando descrive il nostro accesso al messaggio salvifico: «La parola biblica, guidata dal desiderio, esige dal suo destinatario un movimento. Più concretamente, essa è trasmessa da coloro che hanno già risposto a questo appello e imprimono innanzitutto nei loro stessi gesti (nel loro stesso corpo) l’interpretazione del testo». Si tratta quindi di un imprescindibile incontro, mai risolto da qualcuno per tutti, né, per il singolo, una volta per tutte. Sorprende, ma va riconosciuto e desiderato. E avviene in una compagnia, in uno scambio generazionale. «C’è forse qualcosa di cui si possa dire: “Ecco, questa è una novità?”», si domandava il sapiente (Qoelet 1, 10): «Sì», è la risposta pasquale. Esiste un Nuovo cui perpetuamente esporci: ci precede, ci accompagna, ci segna. Quando crolla l’illusione di una storia lineare, perché giriamo a vuoto invece di avanzare, o attraversiamo una crisi e il domani si fa incerto, quando le forze diminuiscono, i difetti non scompaiono, i peccati si ripetono, Egli torna a noi. E comprendiamo che nel suo porsi al centro, misericordioso, noi troviamo pace. Non è una corsa verso il baratro quella in cui ci ha posti. Piuttosto, un’amicizia duratura, una compagnia creativa, dinamica. Alleanza provata, ma radicata in Dio, quindi stabile e fedele. Pasqua è dunque fin d’ora alzarsi, amare la terra, assumere fino in fondo la responsabilità della propria storia, rispondere di quell’unicità che la morte sigillerà, introducendoci — uno a uno — alla definitiva comprensione di cosa significhi, per tutti, «Cristo è risorto».

Da qui, osserva ancora Beauchamp «il carattere vivente della tradizione del messaggio. Polemicamente, si potrebbe osservare che la proliferazione dei traviamenti del messaggio è stata e sarà “mostruosa” ogni volta che invece di intendere il testo come apertura del desiderio si è cercato di fissarlo nel suo equivalente di rappresentazioni, che trasformano tale apertura in un sapere dell’inizio».

Certo, è naturale per l’essere umano cristallizzare la sua “traversata” in “formule vere”. Eppure la tradizione non è immobile, né immutabile, perché, come in principio la creazione, così anche l’innesco del cristianesimo, il cuore della dottrina — l’avvenimento della risurrezione — si è reso imprendibile: notturno, silenzioso, esterno a ogni sguardo, improvviso. A nessun apostolo e a nessuna Chiesa è dato di possedere il proprio inizio. Cristiana è dunque la comunità che orienta verso Colui che si dice in molti modi, perché si lascia incontrare da ciascuno solo nel suo proprio tempo.

di Sergio Massironi

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19 gennaio 2020

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