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Un immenso patrimonio
comune

· Nonostante la tensione fra Islamabad e New Delhi ·

«Il momento è grave. Il problema del Kashmir non è nuovo, esiste fin dall'inizio della travagliata storia di divisione tra India e Pakistan. È una ferita aperta da 70 anni e, se non viene curata, è facile che una ferita si infetti. Oggi, di fronte all’escalation militare e agli attacchi terroristici, chiediamo a Dio di illuminare le menti dei governanti, perché agiscano per il bene dei nostri popoli. Con forza e con mitezza evangeliche, auspichiamo un serio percorso di riconciliazione e una soluzione definitiva dell’antica questione».

È il pensiero dell'arcivescovo Joseph Arshad, che guida la diocesi di Islamabad-Rawalpindi ed è presidente della Conferenza episcopale del Pakistan. Raggiunto da «L’Osservatore Romano» dopo il raid militare dei cacciabombardieri indiani, che hanno colpito un campo di addestramento di militanti estremisti in territorio pakistano, l’arcivescovo mostra la sua preoccupazione, chiedendo di evitare il conflitto aperto: «La gente di tutti e due i paesi avverte questa ferita, da troppo tempo aperta e sanguinante. Il nostro accorato appello ai governi di Pakistan e India è quello di trovare una via amichevole per risolvere la questione: una via di pace, non di guerra. In tal modo si farà il bene dei nostri rispettivi popoli, e si darà anche un messaggio di pace a tutto il mondo».

A tal fine, nota il presidente dell’episcopato pakistano, «in futuro è quanto mai necessario incrementare gli scambi e le relazioni tra le nazioni di Pakistan e India, a tutti i livelli: questo è il sentiero che porta alla distensione, altrimenti si resta due blocchi ostili. Scambi culturali, economici, commerciali, sportivi, religiosi: sono benvenute tutte le iniziative per rinverdire l’antica amicizia». D’altronde, prosegue, «la gente comune, in India come in Pakistan, desidera la pacificazione. Abbiamo la stessa cultura, radici comuni, lingue simili, tutti elementi utili in un cammino di riconciliazione. Occorre oggi uno sforzo di buona volontà reciproca, che tutti noi desideriamo e speriamo».

«Come cristiani — prosegue il presule — noi possiamo pregare per la pace, fa parte della vita spirituale. La preghiera non è solo appannaggio dei cristiani, ma anche dei musulmani e degli indù. Tutti abbiamo a cuore il grande bene della pace e non lasceremo che venga distrutto. Oggi la via del dialogo interreligioso è utile e importante, poiché le religioni influenzano la coscienza, la mentalità e il comportamento della gente».

L’arcivescovo esprime un impegno per il futuro: «Intendiamo lavorare insieme con i vescovi dell’India e unire gli sforzi per promuovere la riconciliazione tra India e Pakistan. Possiamo dare un nostro umile contributo attingendo dall’immenso patrimonio umano e spirituale che esiste in Asia meridionale». La non-violenza come via efficace per promuovere la pace, e anche per conseguire cruciali obiettivi politici, è stata determinante nella storia delle nazioni di quest’area: «In questo hic et nunc, è tempo di riscoprirla e riattivarla, nel cuore e nella coscienza di tutti».

di Paolo Affatato

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19 agosto 2019

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