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Un grido muto
e assordante

· ​La malattia e le domande radicali sulla vita ·

«Grazie per questa visita e grazie per la preghiera che voi fate per la Chiesa. Voi fate tanto bene alla Chiesa con le vostre sofferenze, sofferenze inspiegabili. Ma Dio conosce le cose e anche le vostre preghiere». È con queste parole che il Papa il 30 novembre di tre anni fa accolse un gruppo di bambini ammalati di tumore provenienti dalla Polonia.

Testa  bronzea romana nota come «Seneca»   scoperta a Ercolano nel 1754

Avere a che fare col cancro, anche per tutto il terribile immaginario collettivo legato a quella parola, per chi ne è affetto significa fare i conti, da una parte, con una sofferenza garantita e ineludibile e, dall’altra, con la percezione che niente più sarà come prima. Il dolore — e ancor più il dolore innocente — è un grido, ora muto ora assordante, che richiede accoglienza. La trafittura e il tormento ad esso legati spesso si inaspriscono quando tale grido non riesce a incontrare un’attenzione, pur timida e inerme, che gli si offra in ascolto. Tale attenzione può provenire solo dalla compagnia, anche silenziosa — a condizione che sia vera — di un volto umano che si accosti a quello del sofferente. La malattia, infatti, è sempre più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile e strumentalmente accertabile. Essa è anzitutto la condizione di una persona: il malato.

Grande è la differenza tra l’avere una malattia (un sòma malato) e l’essere malati (un sòma malato che condiziona anche la propria interiorità). Come ci ricorda Lucio Anneo Seneca (4 prima dell’era cristiana – 65) nel suo De brevitate vitae (xviii, 6): «Per molti causa di morte è stato conoscere il proprio male» (Causa multis moriendi fuit morbum suum nosse). Ogni cancro, ovunque colpisca, aggredisce e prolifera sempre nell’interiorità del malato.

Per usare un’immagine, nei processi metastatici occorre considerare che le cellule maligne del tumore di origine passano sempre in un nuovo sito di impianto, l’interiorità del paziente. Questo, a ragion veduta, non si trova nei manuali di anatomia patologica; tuttavia occorre sempre considerarlo nell’iter della cura. È una pura astrazione credere che la sofferenza possa essere distinta in fisica, psichica e spirituale, come se non coinvolgesse, nella realtà delle cose, l’interezza della persona.

È per questo motivo che risulterebbe alquanto riduttivo — riduttivo per la stessa attenzione al male fisico — non ascoltare e, dunque, non curare anche i dolori più intimi e riposti che si agitano in un corpo fisicamente sofferente.

Se un male può essere considerato “in-curabile”, la persona che lo possiede mai lo è. Si dimentica troppo spesso che una vita fortemente insidiata nella propria salute può arrivare a destare tutte le risorse insospettate che dormono nei sotterranei del proprio essere, tutte le ricchezze e la bellezza che non sono state ancora sfruttate, perché, nello stato di salute, ne sono state privilegiate altre. «Quale grande menzogna si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!»: così si espresse Papa Francesco nel suo messaggio per la xxiii giornata mondiale del malato, nel 2015.

È proprio per questo che, per coloro che si trovano a vivere nella propria esistenza certi mali, la cura della propria interiorità assume a un certo punto la medesima importanza delle cure mediche. La medicina contemporanea, figlia dello scientismo, è divenuta un sapere strettamente naturalistico-positivista che, pur avendo felicemente portato a pieno frutto il cammino della razionalità rispetto alla primeva comprensione medico-superstiziosa del male, ha inevitabilmente scisso la persona umana tra res extensa (il sòma) e res cogitans (l’anima) di cartesiana memoria. Sarà solo nel ribilanciamento della vasta acquisizione del sapere medico contemporaneo con l’attenzione al valore e al significato dell’esistenza umana che la cura del male potrà divenire anche cura della persona.

di Federico Giuntoli

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16 settembre 2019

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