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Un grande paese lacerato dai conflitti

· In Nigeria economia dinamica ma povertà diffusa ·

È il paese più popoloso dell’Africa, con i suoi quasi 190 milioni di abitanti. Ed è la prima economia del continente, dove però tre quarti della popolazione vivono in una condizione di estrema povertà. È la Nigeria, un paese con un potenziale enorme, ma anche un «gigante fragile». La sua storia e il suo presente parlano di conflitti, tensioni, terrorismo, crisi economica, dittature, corruzione, traffici e tratta. Ma anche di una straordinaria dinamicità, innovazione, avanguardia tecnologica e nelle telecomunicazioni, oltre che imprenditoriale. E pure di cinema, fotografia, arte: grandi talenti capaci di imporsi a livello globale.

Una baraccopoli ad Abuja (Ansa)

Anche dal punto di vista etnico-religioso, la Nigeria è un paese estremamente interessante, con i suoi 250 gruppi etnici e due grandi religioni, islam e cristianesimo, a cui aderisce gran parte della popolazione (circa 50 per cento ciascuna). Un esempio di convivenza e dialogo e allo stesso tempo di gravi scontri e tensioni.

Un paese ricco delle sue differenze, ma al tempo stesso lacerato da troppe disuguaglianze e contraddizioni. Un paese che paga ancora oggi il prezzo altissimo di un retaggio coloniale che ha creato una nazione strutturalmente difficile da gestire; ma anche di un susseguirsi di dittature che hanno riempito a dismisura le tasche dei potenti di turno e di una piccolissima élite di persone, lasciando gran parte della popolazione in miseria. Oggi la Nigeria è uno dei paesi più squilibrati al mondo in termini di distribuzione della ricchezza, ma anche per la mancata diversificazione della sua economia, che si fonda essenzialmente sulla produzione di petrolio.

Primo produttore di greggio in Africa (insieme all’Angola), è stato gravemente penalizzato dal recente crollo del prezzo del barile, che ha privato le casse dello stato di miliardi di dollari e ha provocato una flessione del pil del 3 per cento. Le conseguenze sono palesemente visibili. Gran parte della popolazione fatica a sopravvivere. E anche i pochi investimenti che, sia a livello federale che locale, venivano fatti in termini di infrastrutture e welfare sono venuti meno. A ciò si aggiungono la cronica inefficienza del sistema amministrativo, burocratico e giudiziario, i ritardi nelle riforme, un contesto normativo incoerente, politiche commerciali restrittive, un settore agricolo ancora molto legato alla produzione di sussistenza, nonché una grande condizione di insicurezza, sia per la diffusa criminalità nei contesti urbani, sia per la presenza di movimenti e gruppi ribelli specialmente nella regione meridionale del Delta, sia per il terrorismo legato a Boko Haram e a gruppi di pastori-miliziani fulani nel centro-nord.

Il governo dell’attuale presidente Muhammadu Buhari, eletto nel 2015, ha cercato di puntare su due grossi ambiti (oltre a quello economico): lotta al terrorismo, appunto, e contrasto deciso della corruzione. Complice la sua età (74 anni), ma soprattutto la sua salute malferma, in nessuno di questi due campi sembra aver ottenuto risultati significativi.

Infatti, Boko Haram, il gruppo terroristico nato nel 2002 nello stato del Borno, radicalizzatosi attorno al 2009 e affiliatosi all’Is nel 2015, continua a destabilizzare il nord del paese, provocando non solo morte e distruzione, ma creando soprattutto una massa enorme di profughi e sfollati — circa due milioni — che stentano a sopravvivere, sia che si trovino nei campi sia che si arrangino da soli. Un’emergenza umanitaria più volte denunciata dalle poche agenzie internazionali che operano sul posto. Recentemente, Medici senza frontiere ha lanciato l’ennesimo allarme, questa volta per il diffondersi di un’epidemia di epatite e a Diffa, appena al di là del confine con il Niger, dove sono ammassati circa 240.000 profughi nigeriani, che per anni hanno subito le conseguenze del conflitto tra Boko Haram e le forze armate nell’area. Ma è tutta la regione del Lago Ciad a essere interessata da una delle peggiori crisi umanitarie contemporanee, legata, appunto, all’instabilità dovuta al terrorismo, a una gravissima carestia e alla mancanza di un’adeguata risposta umanitaria, sia locale che internazionale, che sta mettendo a rischio la vita di milioni di profughi.

Del resto, dietro alla lotta a Boko Haram — e alla relativa propaganda governativa — si nascondono spesso loschi interessi di uomini di potere, che in questi anni hanno speculato e si sono arricchiti alle spalle delle vittime. Si tratta di un numero significativo di governatori, militari, banchieri e dirigenti di impresa che avrebbero intascato illecitamente, con il pretesto di combattere il terrorismo, quasi 7 miliardi dollari.

Una cifra enorme che, se effettivamente impiegata per contrastare i terroristi, avrebbe portato con ogni probabilità a risultati più efficaci e definitivi. E magari anche alla liberazione più tempestiva e più ampia delle quasi trecento ragazze sequestrate a Chibok tre anni fa. Il rilascio molto mediatizzato di 82 di loro lo scorso 7 maggio, dopo quello di altre 21 in ottobre, nasconde infatti accordi sulla scarcerazione di un numero imprecisato di miliziani. Ma mostra anche l’inadeguatezza dell’impegno governativo e militare nei confronti di questo gruppo terroristico, reso fragile più da contrasti interni che dall’intervento dello stato.

Nel frattempo, si è aperto un nuovo fronte di crisi nella cosiddetta Middle Belt, la fascia centrale del paese — nel Southern Kaduna, precisamente — attraversata da nuovi e vecchi conflitti a vari livelli. Negli scorsi mesi, infatti, si sono riaccese le ataviche rivalità tra gruppi di pastori e di agricoltori, accentuate dalla diffusione di armi sempre più numerose e sofisticate, dalle differenti appartenenze religiose (i pastori sono musulmani mentre gli agricoltori sono quasi tutti cristiani), e dalle più recenti emergenze legate al progressivo inaridimento del nord dovuto ai cambiamenti climatici.

Nei primi mesi di quest’anno, secondo la denuncia del vescovo di Kafanchan, monsignor Joseph Bagobiri, «sono stati dati alle fiamme 53 villaggi, uccise più di 800 persone, distrutte circa 1500 case e 16 chiese». L’ultimo attacco risale allo scorso 15 aprile nel villaggio di Asso, nei pressi di Kaduna, durante la celebrazione del sabato santo: sono state uccise dodici persone tra cui dieci cattolici. «E le autorità — denuncia duramente monsignor Bagobiri — di fronte a tante vite spezzate non hanno fatto nulla. Gli esponenti governativi, sia federali che locali, sembrano essere più in sintonia con gli assassini che con le vittime».

I responsabili sarebbero i cosiddetti fulani herdsmen terrorists, ovvero pastori nomadi fulani riciclatisi in terroristi, che hanno alzato il livello dello scontro in una zona che storicamente si trova su una delle più sensibili linee di frattura che attraversano l’Africa. Questa regione, infatti, si colloca al confine tra il nord, in gran parte islamico, e il sud, a maggioranza cristiana: una zona in cui si incontrano, e spesso si scontrano, popoli con culture e tradizioni diverse, che si contendono terre e acqua.

La connotazione etnico-religiosa di questi scontri è la più discussa e controversa. Monsignor. Ignatius Kaigama, arcivescovo di Jos (capitale del Plateau) e presidente della Conferenza episcopale nigeriana, insiste sul fatto che «non è una questione religiosa: il quadro generale è molto più complesso e non aiuta ridurlo in termini di lotta tra cristiani e musulmani». Altri, invece, come il segretario della branca di Kaduna della Christian Association of Nigeria (Can), il reverendo Sunday Ibrahim, non ha dubbi: «Come chiamare i continui omicidi e le distruzioni delle comunità cristiane commesse da uomini armati che lanciano slogan islamici? La violenza in Southern Kaduna è religiosa. Gli islamisti vogliono distruggere il cristianesimo in questa regione e occupare la terra».

«È più facile insistere sull’elemento religioso — ribadisce l’arcivescovo di Jos — perché rappresenta un forte marchio identitario. Ma questo non fa che nascondere i veri problemi che sono di ordine politico, economico e legati al possesso della terra».

Conflitti di potere e di denaro, dunque, ma anche per la religione e l’etnia, per le risorse e l’acqua. Gli uni spesso legati agli altri. Questo non fa che aggravare la già pensante crisi economica e il clima di sfiducia che colpisce tutto il paese e riguarda soprattutto i giovani che non vedono una prospettiva di futuro nella loro terra. Per questo molti se ne vanno.

«In Nigeria — testimonia monsignor Kaigama — mi dicono: “Piuttosto che morire qui, rischio e parto. So che potrei morire nel deserto o in mare, ma forse no. E allora ci provo. Per cercare una vita migliore, la sicurezza, la pace”. Per fermare questo esodo, occorre innanzitutto che ci sia pace in Nigeria. Ma per questo ci vogliono anche giustizia, equa distribuzione delle risorse, strutture nelle quali ogni nigeriano si senta rappresentato e sicuro. Servono lavoro e lotta alla povertà».

È un processo lungo, nel quale, a onore del vero, molti sono impegnati, anche ai livelli più bassi della società, nelle comunità, tra le tante organizzazioni sociali e nelle molte strutture della Chiesa. Migliaia di giovani, però, non sono più disponibili ad aspettare e vanno ad alimentare il flusso sempre più consistente di migranti verso l’Europa, finendo spesso nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

Sono proprio i nigeriani a rappresentare la prima nazionalità tra coloro che sbarcano sulle coste meridionali dell’Italia. Nel 2016 sono stati 37.000, tra i quali 11.000 donne. Tutte giovanissime e tutte vittime di tratta e a rischio di diventare schiave del mercato del sesso a pagamento. Un fenomeno, anche questo, che si è ampliato e consolidato in maniera sempre più drammatica in questi ultimi anni. Fenomeno di fronte al quale, sia nel paese d’origine, che in quelli di destinazione — Italia in primis — si sta facendo ancora troppo poco.

di Anna Pozzi

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19 ottobre 2019

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