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​Un grand tour fotografico

· ​L'Italia vista dagli altri ·

Così come per secoli lo è stata per scrittori e pittori, l’Italia è divenuta fonte d’ispirazione anche per i fotografi, non solo quelli nostrani, ma anche per quanti, provenienti da ogni parte del globo, hanno voluto affrontare il grand tour in tempi più recenti armati di macchina fotografica. Natura, arte e tradizioni hanno fornito soggetti impareggiabili alla creatività di grandi maestri, e alcune loro immagini del Belpaese sono entrate nella storia della fotografia. A dar conto di questi viaggi, più o meno lunghi, spesso ripetuti nel tempo, è la mostra Henri Cartier-Bresson e gli altri — I grandi fotografi e l’Italia allestita fino al 7 febbraio al Palazzo della Ragione Fotografia di Milano, seconda tappa dell’evento «Italia Inside Out» che a marzo 2015 aveva visto una prima esposizione dedicata ai fotografi italiani.

William Klein, «Guardiano di Cinecittà» (Roma, 1956)  © William Klein

Trentacinque gli artisti scelti dalla curatrice Giovanna Calvenzi per raccontare come i grandi maestri internazionali, ma anche autori meno noti al grande pubblico, hanno visto l’Italia in un arco di tempo di quasi ottant’anni. Le loro opere sono state suddivise in sette aree tematiche, all’interno delle quali si sviluppa indirettamente anche una storia della fotografia e dell’evoluzione dei suoi linguaggi. Il lungo viaggio — corredato da un accurato catalogo (Roma-Milano, GAmm Giunti e Contrasto, 2015, pagine 280, euro 39) — inizia dando conto della fotografia umanista, con un singolare autoritratto di Henri Cartier-Bresson del 1933. Nel suo tour italiano, fatto di ritorni e durato trent’anni, l’intento di fermare il tempo cogliendo il momento decisivo si concentra su città piccole e grandi, anche se è Roma a suggestionarlo di più.
Dopo Cartier-Bresson, è la volta di un altro grande della Magnum Photos, Robert Capa, con il reportage al seguito delle truppe americane durante la campagna d’Italia del 1943, in particolare dopo lo sbarco in Sicilia. Segue l’elegante rilettura del mondo della fede compiuta da David Seymour, da una Milano del 1955 che saluta l’arcivescovo Montini, futuro Paolo vi, in una delle sue visite pastorali, alla settimana santa di San Fratello (Messina), passando per i “Misteri” di Campobasso. C’è poi il fascino che un’Italia minore esercita su Cuchi White, allora studentessa di fotografia, attratta dalla grandezza della storia ma ancor più dalla fragilità dei luoghi da essa segnati. La visione umanista si stempera poi nelle luci classiche del racconto che Herbert List fa di Napoli a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta o nella visione sanguigna di Roma — siamo nel 1956 — attraverso l’obiettivo di William Klein, giunto qui dalla sua New York ispirato da Fellini. Infine Sebastião Salgado che, con l’indiscussa capacità di cogliere nel profondo la realtà degli uomini, racconta l’epopea degli ultimi pescatori di tonni in Sicilia all’inizio degli anni Novanta.
Il secondo percorso si focalizza sulla fascinazione del bianco e nero. Qui la narrazione si allontana dal reportage per conservare intatta la poesia della visione classica. Come nel viaggio di Claude Nori che nel 1982 ripercorre le strade dei ricordi lungo il litorale adriatico alla ricerca di radici familiari nelle spensierate estati italiane della sua infanzia. Così come nella visione della capitale di Helmut Newton che in «72 ore a Roma» ricrea una passeggiata notturna nel centro monumentale della città, rispettandone sì le geometrie architettoniche, ma senza dimenticare la lezione della moda. Ma è soprattutto nei recenti paesaggi di Guy Mandery che il monocromatismo rivela la sua forza descrittiva riallacciandosi alla tradizione dei fotografi ottocenteschi.
Nel successivo passaggio le città d’arte e di cultura diventano luoghi di interpretazione e di sperimentazione dei diversi linguaggi offerti dalle nuove tecnologie. E se Alexey Titarenko racconta una Venezia magica, con i suoi riflessi di luce, Hiroyuki Masuyama mostra la città lagunare con immagini che sembrano dipinti, in particolare reinterpretazioni di quadri di Turner. Abelardo Morell, utilizzando le tecniche del “foro stenopeico”, crea invece visioni di città nelle quali interni ed esterni si sommano. Gregory Crewdson torna al bianco e nero per interpretare le finzioni di Cinecittà, mentre Irene Kung ricrea un’atmosfera onirica per ritrarre i monumenti del passato e del presente di Milano.
È poi la volta dell’itinerario documentaristico. E significativa è la scelta di partire da Paul Strand, che nel 1953 con Cesare Zavattini realizzò una delle più straordinarie opere dedicate alla realtà contadina, Un Paese. Attraverso ritratti, nature morte e paesaggi, Strand conserva la storia di un piccolo centro emiliano, Luzzara. A cinquant’anni di distanza ma con lo stesso intento Thomas Struth ritrae il centro storico di Milano e Jordi Bernardó i luoghi del potere di Roma, mentre Joan Fontcuberta — una scelta singolare da parte della curatrice — si focalizza sulle curiosità dei Musei scientifici di Bologna e di Reggio Emilia.
Non manca una sezione dedicata alla denuncia, ovvero al disagio esistenziale, all’incuria e agli scempi architettonici, aspetti che la fotografia riesce a rendere in tutta la loro drammaticità. Ecco allora Art Kane, che progetta immagini-sandwich per raccontare la lenta agonia di Venezia, e Michael Ackerman, che si concentra su una Napoli ferita, mostrata attraverso il dramma di un uomo, un tossicomane. Jay Wolke a sua volta si cimenta in un catalogo dell’abbandono del Mezzogiorno, un viaggio attraverso quella che egli stesso definisce «architettura della rassegnazione».

di Gaetano Vallini

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24 aprile 2019

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