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Un giornale universale

· I 150 anni dell'“Osservatore Romano” ·

In questi centocinquant'anni di pubblicazioni, «L'Osservatore Romano» è stato, senza dubbio, un giornale speciale. Un giornale che si è sempre contraddistinto per il taglio originale della sua informazione, per avere, da un certo momento in poi, un editore molto particolare e, infine, per rivolgersi a un pubblico non circoscritto a un'area geografica o a un'appartenenza politica. Gli orizzonti culturali e politici del giornale, infatti, hanno superato, nel corso del tempo, i ristretti confini dell'Italia e il periodico ha avuto l'ambizione di trasformarsi in un giornale universale e quindi cattolico nel significato più letterale e ampio del termine. D'altra parte, è un fatto storico rilevante che nella seconda parte del Novecento esso si sia dotato, oltre alla tradizionale edizione quotidiana in lingua italiana, di ben altre sette pubblicazioni settimanali in diverse lingue (italiano, spagnolo, francese, inglese, portoghese, tedesco, malayalam) e di una edizione mensile in polacco.

«L'Osservatore Romano» è sempre stato un giornale di piccole dimensioni, se confrontato con le strutture dei grandi media internazionali, ma nel corso degli anni è riuscito ad abbracciare il mondo intero con un'autorità e un'autorevolezza senza molti termini di paragone. Probabilmente risiedono in queste due caratteristiche, la sua vocazione universale e il suo prestigio, le grandi risorse del periodico della Santa Sede che è, a tutt'oggi, uno dei giornali più noti al mondo. La foliazione limitata e la bassa tiratura di copie, infatti, non hanno mai inciso sulla qualità delle notizie e sulla capacità di penetrazione nei grandi fatti che hanno coinvolto l'opinione pubblica mondiale.

Nel corso degli anni, il giornale ha perso l'iniziale verve polemica, che scaturiva da quella particolare temperie politico-culturale che aveva portato alla proclamazione del Regno d'Italia, e ha saputo combinare l'ufficialità del proprio ruolo — fornendo, per esempio, l'elenco delle udienze, delle nomine pontificie e dei comunicati riguardanti l'attività del Papa e della Santa Sede — con la narrazione di quegli eventi internazionali che hanno coinvolto le regioni più sconosciute del pianeta, anche quelle più remote e che non sono mai entrate a far parte dell'agenda pubblica dei grandi capi di Stato. Da questo punto di vista, si potrebbe dire che con la sua tradizionale attenzione a ogni angolo della Terra, «L'Osservatore Romano» abbia anticipato di molti decenni quel giornalismo internazionale, oggi molto in voga, che si è sviluppato di pari passo con l'emergere di quel complesso fenomeno sociopolitico che è la globalizzazione. Le notizie di politica estera e le pagine culturali dell'«Osservatore Romano» sono, per molti aspetti, dei casi di scuola, degli esempi di giornalismo sul campo e sempre pronto alla riflessione e alla curiosità intellettuale.

Il crisma dell'ufficialità pontificia e la vocazione universale, però, se da un lato hanno fornito quella dimensione di autorevolezza e notorietà che abbiamo detto, dall'altro lato non hanno certamente reso facile il ruolo dei direttori che si sono succeduti in questi decenni. E infatti, nel 1961, in occasione del primo centenario della nascita del quotidiano, l'allora cardinale Montini, futuro Paolo VI, non esitò a sottolineare, con un pizzico di ironia, come «L'Osservatore Romano» fosse un giornale difficilissimo da comporre perché doveva tenere assieme le esigenze particolari del Vaticano con i limitati mezzi a disposizione. Nonostante questa precarietà di mezzi tecnici non si può non sottolineare, però, come le personalità che si sono alternate alla direzione del quotidiano abbiano saputo guidare con una mano ferma il giornale tra i marosi dell'ultimo scorcio dell'Ottocento e gli sconvolgimenti del XX secolo.

Anche per questi motivi, «L'Osservatore Romano» rappresenta una fonte di indiscusso valore storico e, sotto molti aspetti, un documento insostituibile per tutti quegli studiosi che si avvicinano alla storia della Chiesa in età contemporanea. E questo per almeno tre motivi. Innanzitutto, perché permette di comprendere, da un angolo visuale originale, l'evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa e alcune dinamiche interne al mondo ecclesiale che, nella maggior parte dei casi, non sono state raccontate da nessun altro organo di stampa. Una riflessione sul giornale della Santa Sede, quindi, non è utile soltanto per analizzare come «il Vaticano racconta se stesso», ma per capire le grandi direttrici politiche e spirituali che si sono alternate nel corso di centocinquant'anni di storia; in secondo luogo, per comprendere, su un piano storico-culturale di ampio respiro, tutti gli influssi culturali che hanno influenzato la linea del giornale, le élite intellettuali che direttamente lo hanno ispirato e i maggiori dibattiti che lo hanno contraddistinto. Sul giornale vaticano, infatti, hanno scritto intellettuali e giornalisti di primo piano, cristiani appassionati, esponenti importanti del mondo cattolico e direttori che hanno contribuito a scrivere la storia del giornalismo come, per esempio, Giuseppe Dalla Torre, che lo ha diretto per quarant'anni dal 1920 al 1960, o Raimondo Manzini, che lo ha firmato nel periodo successivo, dal 1960 al 1978. E accanto a essi non si può non sottolineare l'impegno giornalistico di uno dei più importanti statisti dell'Italia moderna come Alcide De Gasperi, oppure la notissima rubrica di Guido Gonella, «Acta diurna».

Infine, ma non ultimo per importanza, riflettere sulla storia di questo giornale può essere estremamente utile per analizzare come la Santa Sede si è proiettata nel mondo e ha incarnato quel richiamo ineluttabile alla diffusione del messaggio evangelico.

Naturalmente, cambiando i direttori cambia l'orizzonte culturale di riferimento e possono mutare le opinioni su un determinato evento storico. Tuttavia ciò che non è mai cambiato nella storia dell'«Osservatore Romano» è l'autorevolezza che il giornale è riuscito a incarnare. Un'autorevolezza che, anche nell'epoca segnata dalla velocità di Internet, non è mai venuta meno.

E quell'inconfondibile uscita pomeridiana, anche se può sembrare una desueta reminiscenza del passato, continua ad attribuirgli un fascino particolare che solo un giornale con centocinquant'anni di storia può possedere.

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14 novembre 2019

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