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Un Giobbe del XX secolo

· In un romanzo poco noto di H. G. Wells ·

Fiamma viva («The undying fire») è la prima traduzione italiana, curata con eleganza da Elisabetta Motta (Roma, Edizioni della Sera, 2017, pagine 225, euro 14), di un romanzo pubblicato nel 1919 da H. G. Wells, lo scrittore inglese più noto per i suoi La macchina del tempo (1895) e La guerra dei mondi (1897). È un libro nato, quindi, alla fine della prima guerra mondiale, in un mondo devastato in cui i valori sembravano crollati per sempre, le speranze incerte, il conflitto tra il bene e il male riproporsi ogni volta nuovo e ogni volta antico agli uomini. 

William Blake, «I figli e le figlie di Giobbe  travolti da Satana» (1826)

Ed è proprio una storia antica quella che lo scrittore riprende, rilegge, riscrive e reinterpreta in questo romanzo: quella di Giobbe. Il libro si apre con una sorta di pittura preraffaellita che ci mostra il dialogo tra Dio, circondato dalla corte dei suoi angeli, e Satana: «Due esseri eterni... l’uno in un eccesso accecante di radioso bagliore e l’altro in una stupefacente stravaganza di colori». Satana rivendica a sé il ruolo di movimento nel mondo: senza di lui, il mondo sarebbe statico, immutabile. «Sono io che agito le acque. Agito tutte le cose. Sono lo spirito della vita». Di lì, l’eterna scommessa, tentare il giusto, che è, stavolta, Job Huss, il direttore di una scuola di Woldingstanton, all’avanguardia dei contenuti e dei metodi di insegnamento. 

In un breve lasso di tempo, Huss vede la sua scuola entrare in una grave crisi in seguito a una serie di incidenti che portano alla morte di due studenti, e deve subire la morte in guerra dell’unico figlio, la perdita di tutti i suoi beni, e un cancro per cui deve sottoporsi a una rischiosa operazione. Ed è proprio nelle ore che precedono l’operazione che Huss ha un vivace confronto con gli amministratori della scuola, decisi a licenziarlo per rendere la scuola indirizzata al solo profitto, abolendo qualsiasi prospettiva di studio umanistico e storico. Huss difende con foga la sua concezione dell’insegnamento, «assicurare che l’uomo, l’uomo divino, cresca nelle menti degli uomini». Solo la cultura può liberare l’uomo, aggiunge, dalla morte e dalle futilità della vita facendolo «partecipe dell’immortalità». Un’immortalità, però, che Huss stesso non sa bene cosa sia, dal momento che non è l’immortalità individuale ma piuttosto l’immortalità dello spirito divino nell’uomo.
Di qui, il discorso si allarga, anche con la partecipazione del medico, ovviamente un agnostico, ai grandi temi filosofici e religiosi: il rapporto tra il bene e il male, il progresso, la morte, l’immortalità, non senza soffermarsi, sia pur molto criticamente, sulle tematiche dello spiritualismo teosofico alla Annie Besant, molto di moda all’epoca. Sullo sfondo, la Grande guerra, la morte assurda dei soldati, le nazioni che si dilaniano, il progresso che si fa creatore di morti ancora più orribili, come nelle bellissime pagine dedicate al sottomarino tedesco, l’U-Boat, e il senso di un cambiamento epocale, temperato ancora dalla speranza in un mondo che sapesse trarre insegnamenti dalla guerra per abolirla, che sapesse accordare le nazioni. Il romanzo, come il libro di Giobbe, finisce felicemente: il cancro di Huss era benigno, i beni perduti ritornano, il figlio stesso non era in realtà morto, la scuola torna nelle mani di Huss.
Attraverso le pagine di questo romanzo filtrano i pensieri e i temi più cari alla cultura di quei decenni: la scienza, e l’evoluzionismo, in primo luogo, che Wells aveva imparato dalle lezioni di un allievo stesso di Darwin, Thomas Huxley; le discussioni sul progresso; il pacifismo; il movimento socialista inglese e in particolare la società fabiana, di cui Wells era stato membro con la maggior parte dei filosofi e degli intellettuali inglesi del suo tempo; la religione e l’agnosticismo; il femminismo; le ansie di miglioramento della società. E su tutto, il dubbio, il dialogo, la rimessa in discussione di ogni acquisizione.
È un romanzo dialogato, se vogliamo inserirlo in una categoria letteraria, lontano dai romanzi più famosi di Wells, dagli slanci fantascientifici di La guerra dei mondi, da quanto della produzione letteraria dello scrittore inglese, tanto famoso ai suoi tempi, ancora lo rende un poco di attualità. E sono ancora, queste, pagine di speranza.
H. G. Wells sarebbe morto molti anni dopo, nel 1946, dopo aver visto una seconda guerra mondiale, in una Londra che non aveva voluto lasciare nemmeno durante l’acme dei bombardamenti nazisti. Sarebbe morto senza più speranze, come vediamo dai suoi ultimi scritti: il mondo non poteva essere redento, l’umanità era destinata alla distruzione. Nel confronto tra Dio e Satana, questa volta a vincere la scommessa era Satana. E Huss aveva perso la sua fede.

di Anna Foa

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