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Un gesto che toccherà
il cuore del popolo

· A colloquio con il vescovo di Oradea Mare dei Romeni ·

«Oggi sappiamo che la dura persecuzione subita dalla Chiesa in Romania durante gli anni del regime comunista fu un preciso ordine di Stalin che temeva “l’esercito del Papa”». Fu inaugurata con la soppressione del 1948 e proseguì con sofferenze indicibili, confische, omicidi, incarcerazioni, pressioni psicologiche, clandestinità forzata fino al 1989. La repressione fu improvvisa e violenta: nella notte tra il 28 e il 29 ottobre 1948 vennero imprigionati sei vescovi greco-cattolici e quando l’anno successivo la polizia segreta venne a sapere che Pio XII aveva fatto ordinare segretamente altri sei vescovi, vennero anch’essi tutti arrestati. Sette di loro saranno beatificati da Papa Francesco nel Campo della libertà a Blaj, in Transilvania, durante l’ultimo giorno del viaggio del Pontefice in Romania.

Il Campo della libertà a Blaj

«Pietro che arriva a Blaj per riconoscere il martirio dei vescovi è qualcosa di grande, che toccherà il cuore profondo di tutto il popolo romeno!». A ricordare i tristi anni del silenzio, della sofferenza e della persecuzione e a manifestare tanta emozione e felicità per l’arrivo di Papa Francesco, è monsignor Virgil Bercea, vescovo di Oradea Mare dei Romeni. Lui, sessantaduenne, ha in parte vissuto direttamente la repressione religiosa del regime comunista — fu ordinato clandestinamente nel 1982 — alimentandosi anche dell’eroica testimonianza dello zio, il cardinale Alexandru Todea.

«Era — ricorda — un uomo straordinario, di una fede e di un carattere grandiosi. Trascorse 16 anni in carcere, condannato ai lavori forzati. Per tre anni fu costretto alla solitudine in una cella di 2 metri per 1 metro e 50. Ma imprigionato o libero non smise mai di testimoniare la sua fede».

Il ricordo dei martiri del suo popolo porta il vescovo a parlare della Chiesa greco-cattolica romena, che nella loro testimonianza ha trovato linfa vitale nel recente buio della storia. Una storia, sottolinea, che ha nel legame con Roma uno dei sigilli più significativi. «Per comprendere meglio la Chiesa greco-cattolica romena dovremmo fare qualche passo indietro nel tempo e renderci conto che il popolo romeno nacque quando fu conquistata la Dacia da Traiano, dall’unione dei Daci con i legionari romani che portarono la fede. Nacque con una fede, con una lingua e su un territorio ben definito. E nei primi secoli dell’era cristiana la nostra Dacia è sempre rimasta cattolica in unità con Roma. Siamo entrati sotto l’influsso bizantino con l’arrivo dei popoli slavi nel vi secolo. Da allora la lingua parlata nella Chiesa fu quella paleo-slava, ma la lingua parlata dal popolo era la romena. Sempre uniti con Roma fino al grande scisma del 1054».

La nuova unione, già cercata durante il concilio di Firenze-Ferrara nel XV secolo, arrivò ufficialmente nel 1700, quando venne riconosciuto il primato di Roma senza rinunciare alla liturgia e alle tradizioni orientali. Non era altro che ritornare alle matrici, alla Chiesa cattolica, e allo stesso tempo rimanere bizantini nel rito. Un’unione che giunse pacificamente e inaugurò un periodo di risveglio anche culturale. «Quanti andavano a studiare a Roma — spiega monsignor Bercea — si resero conto che la loro lingua era molto simile all’italiano, al francese, allo spagnolo. Così, tornati a casa, introdussero anche nella Chiesa la lingua del popolo. Venne tradotta la Bibbia, si scrissero libri di storia e di geografia. Proprio a Blaj si creò un centro culturale molto importante. Tutti cercavano di studiare al meglio per poter meglio aiutare il popolo». I sacerdoti cominciano a portare dall’Europa idee nuove tra il popolo e furono essi stessi protagonisti nella costruzione dello Stato nazionale unitario romeno.

Così, nel 1948, quella Chiesa, colpevole di essere così vicina al popolo, venne soppressa, messa fuori legge.

Monsignor Bercea cerca di rendere con poche, sintetiche parole, il devastante impatto che ebbe il regime comunista: «Una piaga terribile che ha cercato di distruggere la Chiesa cattolica e anche il patrimonio intellettuale del Paese. Gli uomini migliori del paese venivano colpiti. Non importava se avessero combattuto per il Paese, se fossero rinomati professori universitari: dalla sera alla mattina venivano imprigionati. Fu una sofferenza incredibile. Quando in un paese si spargeva la voce che stava per arrivare la “macchina nera” si diffondeva il panico: non si sapeva chi sarebbe stato portato via. La gente spariva e si ritrovava morta oppure in carcere». Una violenza cieca che colpì non solo le persone, spiega il presule, ma «la coscienza stessa di essere popolo». Si andava cioè a minare tutto ciò che contribuisce a costruire il sentimento di appartenenza come, ad esempio, i valori della proprietà e del lavoro.

«La fede però — sottolinea monsignor Bercea — è sempre rimasta. Sottomessi, clandestini, ma sempre vivi. Una forza sotterranea che ha sostenuto tutti: greco-cattolici, latini, ortodossi». Tutti uniti nella sofferenza. Bercea ricorda l’esempio del filosofo ebreo Nicolae Steinhardt, detenuto politico nelle carceri del regime comunista romeno dal 1959 al 1964. Steinhardt condivise il carcere con due sacerdoti, uno ortodosso e uno cattolico. In quella cella numero 34 si convertì al cristianesimo e si è fatto battezzare. Battesimo ortodosso, ma volle accanto a sé, in quel momento, anche il prete cattolico. «Anche se gli ortodossi hanno vissuto una minore oppressione dal regime — dice il presule — cattolici e ortodossi erano insieme nelle carceri: abbiamo vissuto insieme la sofferenza. Non c’erano divisioni tra noi».

La fede ha sostenuto un intero popolo. Quella fede che fu testimoniata fino alla morte dai vescovi che saranno beatificati da Papa Francesco a Blaj: «Quando furono incarcerati, tutti avrebbero potuto riavere la libertà se solo avessero firmato un atto di rinuncia alla loro fede. Nessuno firmò. Nessuno rinunciò alla propria fede. E ripetevano: “la fede è la nostra vita”».

Il riconoscimento del martirio dei sette vescovi è molto importante per tutti i romeni. E sarà un momento, spiega monsignor Bercea, che non coinvolgerà solo i cattolici: «Io sono sicuro che Francesco con questo gesto riconoscerà la sofferenza vissuta da tanti romeni, non solo cattolici, ma anche ortodossi, ebrei, la sofferenza di un intero popolo. Davvero non abbiamo parole sufficienti per ringraziare il Papa».

A conclusione del colloquio, l’eparca di Oradea Mare si sofferma proprio sull’aspetto ecumenico, una delle chiavi di lettura fondamentali del viaggio di Francesco in Romania. «Io — dice — sono molto contento dell’incontro che il Papa avrà col patriarca Daniel e col Santo Sinodo. Noi tutti dobbiamo capire che quello che è stato è stato nella storia, ma oggi è inutile fare dispute fra di noi». Del resto, aggiunge, «se guardiamo al nostro popolo vediamo che non ci sono più famiglie esclusivamente di ortodossi o di cattolici. Si vive insieme. A livello del popolo si vive insieme normalmente. E la gente vive bene. Davvero, noi come vescovi, come pastori dobbiamo imparare sempre più dal popolo. Nel passato la sofferenza ci ha unito. Abbiamo sofferto insieme. E insieme dobbiamo saper apprezzare e non calpestare il dono grande della libertà».

di Maurizio Fontana

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26 agosto 2019

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