Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Troppo grande per il cinema

· Il 6 maggio 1915 nasceva Orson Welles ·

Quella di Orson Welles è la storia di un genio troppo grande per il cinema. E di un romantico che per tutta la carriera non saprà rassegnarsi all’idea che questa forma d’arte sarà sempre anche, se non soprattutto, una forma di spettacolo, con tutto ciò che ne consegue in fatto di inesorabili meccanismi di profitto.

Quando però lo studio-system che lo aveva stritolato arriverà al tramonto, risulterà chiaro che questo outsider è stato il precursore non capito di una nuova forma di regista: l’autore. Che ovviamente esisteva anche prima di lui. Ma che senza la sua prova del fuoco attraverso emarginazioni, incomprensioni e insormontabili difficoltà, non avrebbe probabilmente ricevuto quel varo ufficiale a cui arrivò la critica francese degli anni Cinquanta, guardando alla sua opera e a quella di pochi altri.

Reduce dal clamoroso successo della famosa trasmissione radiofonica in cui fece temere all’intero popolo americano un’imminente invasione degli alieni, il poco più che vent’enne Welles viene adulato dalla Rko con un contratto che — caso senza precedenti — prevede la libertà assoluta per la realizzazione di un film. Ebbene, quel contratto rappresenterà una sorta di patto col diavolo con cui Orson Welles cambierà sì la storia del cinema, ma si condannerà anche all’insuccesso commerciale e quindi all’ostracismo da parte dei produttori praticamente per tutta la sua carriera.

Nel maggio del 1941 arriva dunque sugli schermi americani Quarto potere, la storia di Charles Forster Kane, politico, direttore di giornale, ma soprattutto magnate a capo di un delirante impero economico, tiranno dei nostri tempi di cui sentiamo le opinioni più contraddittorie da parte di chi l’ha conosciuto. Ma che vediamo anche bambino colpito dalla maledizione di un’eredità che quasi lo costringerà a prendere in mano le redini della società. E non soltanto Welles ne assume le fattezze, risultando incredibilmente convincente anche truccato da uomo anziano, ma in qualche modo ne interpreta lo spirito girando il film con una prepotenza visiva inusitata. Assoluto profano del grande schermo — il suo apprendistato è consistito semplicemente nel rivedere a ripetizione Ombre rosse di John Ford — e caratterialmente allergico al lavoro di squadra tipico dello studio-system, si inventa uno stile capace di ovviare il più possibile a ciò che fa del cinema il cinema: il montaggio.

Il particolare, il cosiddetto découpage, in pratica il montaggio all’interno della singola scena. Una tecnica che il cinema americano aveva cominciato ad affinare soprattutto a partire dall’avvento del sonoro e che durante gli anni Trenta si era sempre più perfezionato arrivando a essere un metodo dai ritmi e dalle geometrie sopraffini che sostanzialmente rendeva “invisibili” gli stacchi fra un’inquadratura e l’altra agli occhi dello spettatore, il quale aveva dunque il più possibile l’impressione di vedere un tratto narrativo come se si svolgesse tutto di fronte ai suoi occhi. Una regola che peraltro era già stata derogata — con risultati brillanti ma meno incisivi — anche da altri registi negli anni precedenti, come il trascurato Rouben Mamoulian, non a caso proveniente a sua volta dal teatro.

Assieme al suo unico vero collaboratore, l’altrettanto rivoluzionario direttore della fotografia Gregg Toland, Welles mette dunque a punto tutta una serie di accorgimenti tecnici capaci di rendere la stessa naturalezza del montaggio “invisibile”, facendo però quasi sempre a meno degli stacchi e senza allo stesso tempo cadere nella staticità del teatro filmato. In particolare, il duo rivoluziona la composizione dell’inquadratura con l’uso esasperato della profondità di campo e del panfocus, una tecnica in grado di tenere contemporaneamente a fuoco oggetti su due piani diversi, servendosi poi di lunghe riprese e piani-sequenza.

Come per tutte le opere sperimentali, le qualità di Quarto potere sono — soprattutto a distanza di tempo — anche i suoi limiti. Nel rivederlo oggi, quella voglia di sovvertire le regole un po’ pesa sul risultato finale, che a tratti dà l’impressione di un campionario di innovazioni formali straordinarie ma forse non sempre giustificate. Così come sul piano narrativo si sente la mancanza di un controllo da parte proprio dei produttori, che avrebbe contenuto lungaggini e ridondanze qua e là.

Nonostante la nomea di film più bello di tutti i tempi di cui ha goduto per decenni sia dunque probabilmente eccessiva, Quarto potere rimane però ovviamente una pietra miliare. E non solo dal punto di vista registico. Mai a Hollywood prima di allora erano arrivate sullo schermo tematiche tanto profonde, una struttura drammaturgica che ha lo spessore di un romanzo ottocentesco, un’analisi dell’animo umano che — soprattutto col senno di poi — ha discendenze shakespeariane, rielaborate però ad hoc per la società capitalistica americana.

di Emilio Ranzato

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 maggio 2018

NOTIZIE CORRELATE