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Un genio compreso

· Leibniz e la cultura enciclopedica in un libro di Massimo Mori ·

L’espressione “genio enciclopedico” è divenuta nel tempo assai inflazionata, usata anche a sproposito per indicare competenze, o presunte tali, di personalità il cui sapere non si esaurirebbe in un unico paradigma di riferimento. Ma ci sono delle menti che, invece, incarnano perfettamente il simbolo di una prodigiosa cultura in grado di abbracciare lo scibile grazie a un multiforme ingegno che lascia i comuni mortali disarmati e ammirati. Il tedesco di origine serba Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646- 1716) fu, appunto, una di queste menti. Egli si sottrae a una categorizzazione unica: anzi, ne vale, a pieno titolo, tante: matematico, filosofo, teologo, diplomatico, giurista, storico, magistrato.

Non a caso, dunque, il libro curato da Massimo Mori s’intitola Leibniz e la cultura enciclopedica (Bologna, il Mulino, 2018, pagine 341, euro 28). Il volume ha anzitutto il merito di sgombrare il campo da un possibile equivoco. Studioso ancorato alla cultura del Seicento, Leibniz — sottolinea il curatore, presidente dell’Accademia della scienza di Torino — è ben lontano dalla concezione dell’enciclopedia che avranno, a metà Settecento, Diderot e d’Alambert. Egli non ha la pretesa di fare una ricognizione esauriente dei risultati ottenuti nei diversi saperi: semmai la sua concezione è più vicina a quella dell’Instauratio magna di Bacone, in cui la comparazione dei risultati conseguiti nelle diverse discipline doveva servire soprattutto allo studioso come strumento metodologico per aprirsi a ulteriori scoperte.

«Ma la prospettiva enciclopedica di Leibniz — scrive Mori — ha una motivazione più ampia, che affonda le radici nella sua impostazione filosofica generale». Egli muove dalla convinzione della sostanziale unità di tutte le cose. Sul piano metodologico questo assunto lo induce a ricercare sempre nuove modalità di reductio ad unum. Sul piano metafisico, l’unità del reale si esprime nella relazione tra le cose che esalta le loro condizioni di compatibilità reciproca: ne consegue un’armonia delle singole realtà fra di loro e nel rapporto con il tutto. La prospettiva enciclopedica si risolve pertanto in un atteggiamento di apertura culturale di suggestiva modernità, come pure nella consapevolezza che la verità altro non è che un poliedro con un numero inesauribile di superfici.

Questo spirito di apertura e di tolleranza, sia sul piano scientifico che su quello pratico, costituisce uno dei maggiori retaggi che Leibniz ha lasciato alla posterità. Il curatore di questo libro, in cui indagine filosofica e analisi storica si muovono in prefetta sincronia, tiene a sottolineare che se da un lato Leibniz è uno dei campioni della modernità, insieme a Bacone, Cartesio e Galilei, dall’altro egli si rivela rispetto a essi molto più legato all’epoca in cui visse. In confronto a Cartesio e a Galilei, Leibniz è ancor più profondamente permeato della cultura aristotelica e scolastica. E in questo scenario svolge un ruolo nevralgico la teologia, o meglio, la religione, dalla quale, evidenzia Mori, non si può prescindere se si vogliono analizzare in modo esaustivo i tanti e complessi aspetti dell’opera leibniziana. Un robusto afflato spirituale, infatti, percorre in filigrana il suo pensiero, fino a costituirne il fiore all’occhiello.

di Gabriele Nicolò

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20 ottobre 2019

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