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Un Galileo nella rinascita
del XII secolo

· L’origine delle università ·

Justus Sustermans,  ritratto di  Galileo Galilei (1636)

Con la diffusione del cristianesimo in Oriente e in Occidente vennero promosse sempre — com’è noto — scuole esegetiche e luoghi d’istruzione catechetica o teologica, sovente dei clerici in comune viventes, specie all’ombra delle cattedrali, là dove il vescovo vigilava sulla preparazione del proprio clero, tanto nell’alto quanto nel basso medioevo. Si vuole — o forse alcuni vogliono — che in questo ambito vadano ricercati i moventi delle future università, che si svilupperanno in Occidente fra XI e XII secolo. Nessuna delle scuole dei chierici possedeva però le caratteristiche con le quali i sovrani e i pontefici vorranno connotare il sorgere delle università, e soprattutto mancavano due caratteristiche rappresentative: l’autonomia dell’istituzione e l’universalità del sapere. Non v’è dubbio che il sorgere delle università europee si collochi, sia temporalmente, sia culturalmente, nel fortunato e mai più ripetuto clima (almeno fino al XV secolo) di rinascita, appunto, del pensiero teologico, filosofico, scientifico, artistico e umanistico che connotò il secolo XII, che Charles Haskins definisce come vero «Rinascimento». Fra XI e XII secolo, ma soprattutto in quest’ultimo, grazie all’opera di meritevoli traduttori circolarono in Europa scritti del pensiero greco, ebraico, arabo, persiano e indiano. Con le cattedrali gotiche, molto più ardite (non diciamo più artistiche) di quelle romaniche, si innalzavano così anche le volte del pensiero umano, che si faceva sempre più universale e persino ardito, sia pure permanendo ancora nell’alveo della cultura cristiana. Quel clima felicissimo vide la circolazione del pensiero antico, della scienza, della matematica, della filosofia e della letteratura, le quali si intersecavano, si confrontavano, e presso i dotti suscitavano osmosi proficue, la più nota delle quali sarà senza dubbio la poderosa sintesi della Summa del Dottore Angelico.

E qui mi sia consentita una digressione, non tanto lontana però dal tema dell’universalità del sapere che stiamo accostando. Citerò un passo interessante tratto da un’opera divulgata in traduzione latina proprio nel XII secolo, in cui un autore (che per ora tacerò) affronta il tema della conoscenza scientifica in raffronto alle asserzioni della Scrittura: «Quindi con forza noi affermiamo che se una conclusione cui si perviene attraverso la dimostrazione, contrasta col senso delle Scritture, è questo senso apparente a necessitare di un’interpretazione allegorica, secondo — beninteso — le regole dell’esegesi linguistica. Questo fatto non è posto in discussione da nessuno, né tantomeno da alcun credente. (...) Di più: noi sosteniamo che di tutte le espressioni delle Scritture, il cui senso letterale contrasta con le conclusioni dimostrative, se si ha la pazienza di esaminare il Testo Sacro e di indagarlo attentamente in tutte le sue parti, si troveranno altre affermazioni parallele che porteranno testimonianza, proprio col loro senso letterale, alla correttezza dell’interpretazione allegorica, o almeno si avvicineranno moltissimo. Per tale ragione i credenti sanno che non è obbligatorio intendere tutte le espressioni delle Scritture secondo il loro senso apparente, né sempre forzarle servendosi dell’interpretazione allegorica. Essi piuttosto hanno opinioni differenti riguardo quale passo rivelato sia opportuno sottoporre a interpretazione e quale no».

Queste osservazioni, che Galileo avrebbe espresso — e la cosa è impressionante — con termini assai simili se non identici cinque secoli dopo nella celebre Lettera alla Granduchessa di Toscana proprio riguardo all’interpretazione dei passi della Sacra Scrittura sulla stabilità della terra e la mobilità del sole, appartengono al Trattato decisivo sull’accordo della religione con la filosofia che il musulmano Averroè compose contro i giuristi malikiti ultraconservatori in merito all’esegesi del Corano (unitamente allo Svelamento dei procedimenti e alla Incoerenza dell’incoerenza); trattato tradotto dall’arabo, con altre opere di Averroè, proprio nello splendore culturale del secolo XII.

Incontro tangibile, a distanza di secoli, di un filosofo medievale musulmano e di un matematico granducale secentesco cattolico, nel solido solco del metodo scientifico. In questo clima positivo e promettente, quando maestri e scolari si spostano con discreta libertà fra le nazioni europee, conosciamo nella seconda metà circa dell’xi secolo concentrazioni di studenti a Salerno, a Bologna e a Parigi, in corrispondenza di rinomati Studi, rispettivamente di medicina, di diritto e di teologia. Bologna — l’università più antica d’Europa — vede crescere la propria fama grazie alla ricerca storico-giuridica di Graziano; a Salerno vengono commentate le opere di Ippocrate, Galeno e Avicenna; a Parigi, attorno allo storico Studium, voluto nel 1200 dal re Filippo Augusto, sorgerà nel 1257 la Sorbonne, situata nel dantesco «vico degli Strami», dove Sigieri di Brabante sillogizzava «invidïosi veri» (Paradiso x, 136-138), e l’una e l’altra convivevano con le scuole teologiche di Notre Dame, quelle presso l’abbazia di San Vittore e quelle presso la chiesa di Santa Genoveffa.

Bologna, Oxford, Parigi, Cambridge, Salamanca, Padova e Napoli sono le università che sorgono (fra altri centri minori) fra il 1088 e il 1224, cui si aggiunsero nel corso del XIII secolo Valladolid (1241), Montpellier (1289), Alcalà de Henares (1293) e nel terzo anno del Trecento La Sapienza di Roma. Notevolissimo fu lo sviluppo universitario in Europa nel corso del XIV secolo: Perugia, Firenze, Camerino, Pisa, Praga, Pavia, Cracovia, Vienna, Pécs, Heidelberg, Colonia, Ferrara, Erfurt e Zara. Nei nuovi Studia del XII secolo, che dalla universitas scholarum, passeranno alla universitas magistrorum et scholarum, quindi alla universitas nationum (intesa come insieme di studenti di diverse nazioni), alla Universitas semplicemente (termine che acquista un valore giuridico proprio nei documenti del XII secolo), la didattica ruota principalmente attorno alla lectio, alla quale si affianca poi la quaestio e la disputatio (quaestiones disputatae); così la prospettiva di approfondimento delle varie dottrine è sempre più aperta alla intercomunicazione fra docenti e studenti.

La vita accademica somiglia a quella di una cittadella — è stato scritto — i cui abitanti eleggono le loro autorità, rettori, procuratori, vicecancellieri; preparano un proprio calendario di feste, godono del privilegium fori, dell’esenzione dalla vita militare. A questi privilegi, sovente concessi dai sovrani fondatori delle università, si aggiunge una sempre più ricercata dipendenza o per meglio dire protezione del potere papale, che concedeva ai docenti e ai discepoli di appellarsi a Roma, costituendo così per il pontefice romano un titolo di intervento nella istituzione universitaria, e per il corpo universitario come una certa libertas academica.

Ma i papi erano motivati e quasi spinti a prestare attenzione alle nuove universitates da una lunga tradizione o prassi di vicinanza alla formazione culturale e religiosa del clero e dei laici. Il concilio Lateranense III (1179), celebrato sotto l’esimio giurista papa Alessandro III, si preoccupava di riorganizzare le scuole cattedrali, di eliminare da esse la simonia, di stabilire norme precise sulla scelta dei maestri e di vietare loro di ricevere compensi dagli allievi: Pro licentia vero docendi nullus omnino pretium exigat. Il concilio Lateranse iv del 1215 al canone undicesimo riprendeva le disposizioni del Lateranense III, in molte diocesi non applicate, e stabiliva ancora l’insegnamento di maestri qualificati e approvati dal vescovo per i chierici anche poveri (gratis in grammaticae facultate ac aliis instruat iuxta posse), mentre si obbligavano le chiese metropolitane a stipendiare un maestro in teologia che istruisse i sacerdoti.

Quando perciò le nuove universitates ricorreranno all’autorità papale per ottenere protezioni e privilegi (e nel XIII secolo esse furono almeno 20), i pontefici fondavano il loro intervento sulla tradizione culturale propria della Chiesa cattolica di cui sopra dicevamo, favorevole tanto alle arti liberali, quanto, e certo più, alle discipline teologiche e scritturistiche. Se per tanto tempo si è scritto che gli interventi papali in ambito della struttura delle giovani università europee erano una operazione di prestigio e di potere papale, mossa tanto per fini interni, che per scopo di proselitismo e di espansione, quando non per tattica politica nei confronti di alcuni sovrani, oggi tale visione storica sembra fortemente ridimensionata, perché se è vero che in pratica le università europee (se non tutte, certo diverse) nacquero, per così dire, dal seno della Chiesa, questa non ebbe poi modo e volontà di sopraffare le libertà sempre difese dalle singole universitates; le università godevano di un respiro assai più ampio del puro ambito ecclesiale, tanto che la prevalenza riconosciuta fino a quel punto alla teologia, come mater scientiarum, venne certo mantenuta dai nuovi docenti e discenti nel suo ruolo rilevante, ma non preminente, né tanto meno esclusivo.

di Sergio Pagano

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22 settembre 2018

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